a cura di Massimo Palozzi

Luglio 2019

IL DOMENICALE

NUOVO OSPEDALE, TEMPI CERTI

ospedale

(di Massimo Palozzi) È il più cospicuo investimento di sempre nella sanità pubblica reatina: 189 milioni di euro che la Regione destinerà alla costruzione del nuovo ospedale provinciale come quota del riparto dei fondi per l’edilizia sanitaria previsti nella legge di Bilancio 2019, approvato mercoledì dal Comitato interministeriale per la programmazione economica.

In realtà, prima ancora che il Cipe ufficializzasse la sua decisione (attesa da marzo), già la scorsa settimana era trapelata la notizia del finanziamento complessivo toccato al Lazio con la relativa suddivisione tra i vari interventi, il principale dei quali riguarda proprio Rieti.

Alla Pisana hanno insomma giocato d’anticipo, visto che solo dopo la pubblicazione della delibera Cipe e una volta definite le somme di cui possono disporre, le Regioni sono in grado di procedere alla programmazione di loro competenza, tramite un provvedimento soggetto al parere finale del ministero della Salute.

Questa piccola furberia ha confuso un po’ le idee. La sostanza è che degli oltre 450 milioni assegnati al Lazio, la giunta capitanata da Nicola Zingaretti ha deciso di riservarne quasi la metà a Rieti, integrando così sensibilmente lo stanziamento che circolava da tempo. Ai già noti 76 milioni e mezzo contenuti nella legge di Stabilità 2017 per il recupero del “San Camillo de Lellis” danneggiato dal terremoto, la Regione aveva infatti promesso in aggiunta un’ulteriore disponibilità di 60 milioni, per un totale di 136 e mezzo. Cifra che è ora lievitata fino a toccare appunto la ragguardevole soglia di 189 milioni.

I dettagli li è venuti a spiegare giovedì l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato nel corso di un seminario organizzato in città dalla Asl sullo stato della sanità reatina, a suggello di una settimana storica per quella regionale. Con la pronuncia del giudizio di parificazione sul rendiconto generale relativo all’esercizio 2018, martedì la Corte dei Conti ha infatti ratificato l’azzeramento del debito da profondo rosso che negli ultimi undici anni ha vincolato le politiche della Regione Lazio, sancendo di fatto la fine della gestione commissariale del settore sanitario che dopodomani potrebbe essere formalizzata al tavolo convocato con i ministeri vigilanti.

Con tutte le cautele del caso, la certificazione del superamento della ultradecennale fase di commissariamento può davvero segnare lo spartiacque per il futuro dei servizi erogati in un comprensorio dove, occorre sempre ricordarlo, Rieti si pone come fanalino di coda, se non altro per la sua contenuta incidenza demografica.

Dato che i primi finanziamenti risalgono alla precedente legislatura a maggioranza Pd (la legge di Stabilità 2017 è stata promulgata l’11 dicembre 2016, proprio nel giorno dell’incarico a Gentiloni di formare il governo dopo le dimissioni di Renzi) e considerato che le ultime integrazioni sono ascrivibili all’attuale esecutivo Movimento 5 stelle–Lega e che la Regione targata ancora Pd ha partecipato con fondi propri, questo mezzo miracolo avrebbe potuto essere celebrato in maniera ecumenica. Ma nemmeno stavolta si è persa l’occasione per polemizzare sui rispettivi meriti e, quel che è peggio, con toni presto scaduti di livello. Ha cominciato il deputato grillino Gabriele Lorenzoni che, con la solita veemenza, ha attaccato gli odiatissimi avversari Dem. Salvo dover incassare la replica, più sottile nella prosa ma non meno affilata negli argomenti, che ha messo in evidenza come la distribuzione delle risorse, estremamente premiale per Rieti, l’abbia comunque decisa il centrosinistra che guida la Regione con il segretario nazionale del Partito democratico, su impulso dei rappresentanti reatini al parlamento (Melilli) e in consiglio regionale (Refrigeri).

Archiviate, si spera, le baruffe politiche, la partita si gioca ora su altri campi. Il diritto al corposo contributo regionale è stato ormai acquisito. Rimane tuttavia da capire quali saranno i passaggi per averne la materiale disponibilità e, soprattutto, cosa fare di questa preziosa dotazione. Perché va bene la svolta romana, ma la strada appare ancora lunga.

Stabilito che non ha senso spendere soldi per ripristinare l’ospedale ora in esercizio e che ne va costruito uno nuovo, è auspicabile che dal dicastero retto da Giulia Grillo non arrivino brutte sorprese e che poi non ci si incarti sulla decisione relativa al sito.

L’area maggiormente indiziata ad ospitare il futuro nosocomio sembrerebbe quella individuata negli anni Settanta accanto all’attuale, sebbene di recente siano fiorite ipotesi alternative. Tutte da vagliare, per carità, a patto di non replicare la vicenda dell’ospedale di Amatrice distrutto dal sisma del 2016, che avrebbe dovuto essere già riedificato e invece si sta ancora discutendo su dove farlo. Ad oggi si sa soltanto quanto riferito giovedì dall’assessore D’Amato e cioè che la gara per la progettazione è stata assegnata e andrà consegnata entro l’anno.

Eppure il fabbisogno risulta in crescita. Il 60 per cento degli ospedali italiani (compreso il “de Lellis”) ha più di quarant’anni e la metà ha dimensioni troppo piccole. Da qui l’esigenza di ripartire da zero, non solo dove il sisma ha raso al suolo tutto ma anche dove si potrebbe intervenire sull’esistente.

Come ricorda Maurizio Mauri, presidente del Cnet (Centro nazionale per l’edilizia e la tecnica ospedaliera), erigere nuovi edifici consente significativi vantaggi economici per il sistema sanitario. Grazie alle prestazioni erogate e al risparmio generato dalla maggiore efficienza, il rientro dai costi è previsto in periodi brevi, non oltre 3-4 anni: un investimento decisamente più sostenibile rispetto alla laboriosa e difficile riabilitazione degli ospedali tradizionali.

In passato le strutture erano oltretutto pensate in gran parte per accogliere i malati, per cui l’80 per cento circa degli spazi era dedicato alla degenza. Le recenti tendenze in campo medico seguono invece l’assunto di considerare l’ospedalizzazione un concetto superato, per cui i nuovi nosocomi devono essere soprattutto votati all’ottimizzazione dei processi di cura, sfruttando al massimo il progresso tecnologico. In sintesi: più macchinari per la diagnostica, più luoghi per la terapia, più sale operatorie, meno spazi “sprecati” per la pura degenza.

Importante è persino la forma della scatola edilizia. Per anni gli ospedali sono stati costruiti seguendo un modello verticale. Questa logica si è però rivelata assai poco prestazionale. Secondo studi accreditati, ospitalità, efficienza e flessibilità si ottengono maggiormente quando un edificio si sviluppa in orizzontale. Ecco perché sarebbe preferibile che un ospedale moderno non superi i tre piani e che il paziente nei suoi percorsi interni non debba essere costretto a trasferimenti verticali o essere trasportato per distanze superiori a cento metri. Tutto ciò significa condizioni migliori per il malato e minori risorse da impiegare.

Non solo. Se finora le unità di degenza sono state separate per specialità e sesso, gli esperti suggeriscono la convenienza di organizzare i reparti in gruppi diversi, graduati per intensità, tipologia, complessità e durata dell’assistenza in base alle esigenze dei malati.

Il futuro, continua Mauri, riguarda pure la dislocazione dei posti letto, con la diffusione di camere singole dotate di bagno privato e la possibilità di ospitare un parente. I dati evidenziano come in presenza di stanze individuali aumenti il benessere del paziente e al contempo si riduca al minimo la possibilità di infezioni nosocomiali, che costituiscono una vera e propria piaga. Ci troviamo dunque di fronte a una rivoluzione culturale di cui il nuovo ospedale di Rieti potrebbe essere espressione, insieme alle auspicate eccellenze che tutti pensano dovrebbe attrarre. Ma con quali tempi?

A gennaio 2018 sono stati consegnati i lavori per la costruzione del nuovo ospedale della Sibaritide, in Calabria: un investimento da 144 milioni di euro per 376 posti letto con durata dell’intervento stimata in due anni e mezzo dalla consegna definitiva dell’opera.

Ad agosto è stato pubblicato il bando per il nuovo ospedale di Taranto, a distanza di sei anni dalla decisione politica dell’allora giunta pugliese guidata da Nichi Vendola. Il 2 ottobre si sono chiusi i termini per la presentazione delle offerte di gara, mentre per la finalizzazione sono stati previsti 1.245 giorni dalla stipula del contratto, poco più di tre anni.

Lo scorso aprile l’associazione temporanea di imprese vincitrice dell’appalto ha invece pianificato sei mesi per la progettazione e cinque anni per l’edificazione del nuovo ospedale di Pesaro, attirandosi le riserve del Dipartimento per la Programmazione economica della Presidenza del Consiglio, che ha giudicato il cronoprogramma troppo lento.

A fronte di questi buoni propositi, la realtà è purtroppo un’altra. In Italia i tempi medi per la realizzazione di grandi opere come un ospedale superano i dieci anni (senza tener conto delle incompiute). L’allungamento dei tempi comporta inevitabilmente l’aumento dei costi e, elemento da non sottovalutare, la materializzazione di strutture che nascono già obsolete sia dal punto di vista progettuale sia dei contenuti tecnologici.

Il quadro è chiaro e gli impegni non potrebbero essere più precisi. Per il sindaco Cicchetti non ci sarà discussione sulla scelta del sito: sarà quello più veloce in termini di attuazione, laddove c’è già uno spazio pronto a ricevere. Poi basta una passeggiata tra i giardini del Vignola e la Cattedrale per farsi cadere le braccia, semplicemente volgendo lo sguardo al cartello che troneggia a guardia dell’eterno cantiere per l’ascensore che dovrebbe collegare via San Pietro Martire con piazza Cesare Battisti. C’è scritto: fine lavori 12 novembre 2014. Duemilaquattordici. Per un semplice ascensore.

 

28-07-2019

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