Giugno 2020

NOI, MEDICI DI FRONTIERA NELL’ERA DEL COVID-19

Intervista al dottor Paolo Bigliocchi

Non usciremo dalla pandemia come siamo entrati e questo non riguarda solo i cambiamenti individuali ma anche l'organizzazione di un sistema. Molto di quanto fatto è stato dovuto all'immenso spirito di responsabilità di medici, infermieri e personale sanitario in genere che hanno dato una grande prova di spessore morale drammaticamente rappresentata dal numero dei morti in servizio. Morti a cui questo Paese deve qualcosa, quantomeno il rispetto e la comprensione.

Troppi i medici di base deceduti nel tentativo di svolgere con responsabilità il loro lavoro, abbiamo raccolto la rabbia di questa categoria che in tutti i modi ha denunciato lo stato di abbandono in cui sono stati lasciati in tutto questo periodo. In loro rappresentanza abbiamo ascoltato le parole del dottor Paolo Bigliocchi:

“Sono uomo antico e sono convinto che il nostro "mestiere" si fa con le mani, vista ed udito e non credo si possa risolvere in un triage telefonico considerando poi le patologie no covid ed i pazienti asintomatici. Non ho chiuso lo studio, anzi ho aumentate le ore di presenza, e la rabbia cresceva considerando quanto potevamo essere utili nella gestione domiciliare se fossimo stati messi nelle condizioni di operare. Ho avuto dei pazienti messi in isolamento precauzionale di cui ho ricevuto notizia solo al termine del periodo. Questo al netto del rapporto con il singolo: siamo stati assolutamente ignorati”.

Come dovremmo organizzare i prossimi mesi correggendo qualcosa nell’immediato?

“Molto si parla in questo periodo di gestione territoriale della sanità ma questa passa inevitabilmente per una rivalutazione della figura del medico di base che non può essere considerato solo un erogatore di prestazioni, un anello di quella catena burocratica tanto invisa ai pazienti e che spesso ne limita la possibilità di accesso al sistema. Burocratizzazione a volte assurda e sfiancante. E’ difficoltoso per la gente accedere alla sanità, siamo arrivati alla follia di essere dei passacarte, all’origine c’è la sensazione che più controlli meno spendi (per sfinimento dell’utente stesso n.d.r.?). Dovresti ad esempio rendere i medici di base partecipi in questa nuova fase, inserendoli anche nell’ USCAR Unità Speciale di Continuità Assistenziale Regionale”.

Da chi dovrebbe essere portata avanti una battaglia in tal senso?

“Dovremmo innanzitutto esserne convinti noi come categoria. La colpa è anche la nostra, dei nostri sindacati sempre attenti alle norme contrattuali ma spesso distratti rispetto la valorizzazione di una professionalità che si sta perdendo. Siamo medici di frontiera, siamo quelli che conoscono la " storia" dei pazienti, siamo quelli che approcciano il problema, che cercano di capirlo ed indirizzarlo in una medicina profondamente cambiata negli anni. Viviamo e vivremo un'epoca in cui la diagnostica strumentale ha preso decisamente il sopravvento rispetto alla sola "visita" e questo non può essere considerato un male considerando i progressi importanti e rapidi degli ultimi decenni. La gestione del paziente però rimane nei nostri compiti, compiti resi difficili da una burocrazia imperante sicuramente legata ad un concetto che in sanità, a mio avviso, non dovrebbe esistere e cioè il pareggio di bilancio. La sanità "azienda" ha cambiato molto nei rapporti con il cittadino e con difficoltà garantisce quel "diritto alla salute" riconosciuto dalla Carta Costituzionale. Ma noi siamo qui, nei nostri studi a ricevere, ascoltare, visitare e cercare di capire aspettando che dalle chiacchiere si passi ai fatti sul riordino della medicina territoriale e sperando di poter essere utili ed utilizzati in questo lungo periodo di pandemia che ci aspetta”.

 

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