Ottobre 2019

PERSONE & PERSONAGGI

NEL RICORDO DI PAOLO VACCARI

rugby

Ci sembra doveroso prima del via ai vari campionati ricordare Paolo Vaccari che oltre mezzo secolo fa portò il rugby in terra sabina. Lo facciamo dando spazio ad un articolo firmato Domenico Scaringi, uno dei figli sportivi del compianto Paolo.

“Ogni racconto che si rispetti inizia quasi sempre con la frase, “Cera una volta...”. Anche la nostra storia inizia nello stesso modo. C’erano una volta due ragazzi poco più che venticinquenni, venivano da Roma e scesero in città, nel lontano 1960. Si chiamavano Paolo Vaccari e Antonio Fabiani.

Avevano un’idea, forse un sogno, portare lo sport del rugby nella nostra città. Il messaggio che offrirono ad una fredda Rieti il giorno di Santa Barbara e al segretario del C.O.N.I. di allora, Raul Guidobaldi, era una palla ovale e un gioco che pretendeva dai suoi ragazzi di falciare tutto quello che era più alto di un filo d’erba. Il problema più grande era trovare un filo d’erba, l’altro era scovare chi era disposto a prendere legnate per conquistare un metro di campo e attendere un incomprensibile rimbalzo a terra di una palla ovale.

Ma qualche matto si fece avanti. Delusi da una scontata traiettoria di una palla rotonda, si presentarono ai primi allenamenti: Franco Fagiolo, Franco Gregori, Crispino, Sandro, e poi Dino, Stellino, Mimmo, Raffaele, Rivo; figli orgogliosi di un’idea geniale e complicata, ma terribilmente elegante e generosa. Ben presto questa malattia virale, che i cugini aquilani avevano già preso e rappresentata nella sua essenza, straripò anche da noi trovando faticosamente spazio in una città sonnolenta, sospettosa e pigra. A distanza di 59 anni e dopo che in quello stadio,“Fulvio Iacoboni” il dirigente che volle più di ogni altro la seria A, centinaia di giocatori iniziarono a correre dietro quella palla, ci ritroviamo, caro Paolo,ora, accanto a te in un pomeriggio di una bella giornata d’Agosto per accompagnarti a disputare la tua ultima partita. Nessuno, come tu avresti voluto, ha voglia di piangere ma di ricordare i tanti episodi belli o meno che in fin dei conti sono l’essenza di questo sport e del nostro modo di esprimere l’amicizia.

Caro Paolo,

mi hai insegnato che “Un rugbista non muore mai, tutt’alpiù passa la palla”. Non sono d’accordo con te, siamo fatti anche noi di atomi di stelle morenti che con il loro sacrificio hanno generato la vita che conosciamo nell’universo. Anche noi, come le stelle, faremo lo stesso. Possiamo prorogare quel momento, ingannare per un po’ la “Vecchia Signora”, farle fare dei viaggi a vuoto ma poi quel momento giunge. Tu lo chiamavi amaramente  “Tempo scaduto”, e il suo arrivo è cosa terribilmente seria per tutti. Per esorcizzare e sconfiggere quella antica Paura, che anche noi rugbisti abbiamo, io ho avuto sempre un’ idea. Ti immagino mentre, con il tuo sorriso tagliente, ci lasci ancora per un po’ quaggiù, che nel tuo ultimo viaggio chiedi, per trovare la strada, “sostegno” a chi ti ha preceduto. Cosi ecco apparire il viso sorridente di Emilio che ti prende per mano e ti accompagna in un luogo dove puoi passare quella palla ovale, lì fra vecchi amici che certamente ti accoglieranno con rispetto, tornerà la tua solita grande ironia, che ti farà trionfare nell’ultima partita, la più bella, con chi non è mai stata sconfitta.

Grazie Paolo, grazie per quello che ci hai insegnato e che spesso non abbiamo capito.

Giocare con te è stato un grande onore”.

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