Maggio 2020

PERSONE & PERSONAGGI

NEL 1996, L'11 MAGGIO, SE NE ANDAVA LOTTINO, PERSONAGGIO TIPICO REATINO

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(di Fabrizio Tomassoni) L'11 maggio 1996 in una camera dell'Ospedale di Rieti, all'età di 79 anni, ci lasciava ARMANDO MORONTI, per tutti i reatini LOTTINO.
Se ne andò in silenzio, quasi ad accompagnare quel sipario sulla sua vita avventurosa e su quella sua Rieti ormai estinta.
Armando era nato nel 1917 da Vittorio Moronti e da Zeffira Lamioni. Ora, se Zeffira dice poco, Zèffera, forse, dice molto di più, almeno per quelli che l'hanno conosciuta e per gli altri che ne hanno letto le 'gesta' negli annales di vita cittadina locale.
Zèffera, infatti, sciamando dalla sua Porta d'Arce, aleggiava in quella Rieti del suo tempo tra la strada, cercando di vendere i suoi stracci, e le tante bettole dove stazionavano carrettieri, sensali, contadini e nullafacenti, sfidandoli a morra o a carte.
Armando fu soprattutto espressione e sintesi di quel mondo: eppure, al di là di qualche tono talvolta sopra le...righe, non fu mai insolente, sgradito, da scacciare a prescindere. Sapeva, in effetti, interpretare le umoralità variegate della piazza, cercando di arrangiarsi per far scorrere la propria vita. Con assoluta dignità! Quel tavolino piazzato poco dopo la vetrina del negozio di Gianni Pilati in Piazza del Comune era una sorta di altarino laico dove esponeva accendini, ricariche, calzini, ombrelli e, al contempo, cercava di scambiare qualche parola con i mille passanti di ogni giorno. In anni difficili ma di grande solidarietà, un signore del commercio cittadino come Mario Celleno, che aveva il suo bar-latteria davanti al deposito di Cesaretti, pè Corso, e preparava i pasti per i detenuti di Santa Scolastica, non faceva mai mancare un piatto caldo ad Armando: e lui ricambiava o, soprattutto da giovane, con una discesa su due mani da via Pennina o intrattenendo clientela e passanti con la sua "Canzone del carcerato". Aveva, Armando, un unico pallino: la squadra del Rieti Calcio. L'aveva conosciuta fin dai tempi della Supertessile e non l'aveva mai più lasciata, se non qualche mese prima della sua scomparsa per motivi di salute. Lo ricordiamo aggrappato alla rete del Fassini a dettare schemi avveniristici ai tecnici di turno, incitando e seguendo spesso anche le traiettorie del pallone e correndogli...dietro. Poi si faceva portare in auto fino al Pidocchietto, dove entrato in sala, comunicava agli spettatori, immersi in una 'fumèra' infernale, il risultato della SS Rieti.
In trasferta, quante volte arrivava prima della stessa squadra reatina. A Bolsena e a Maccarese lo vidi, col cappello rosso, tutto carico di gioielli, catene e orologi e in mano la borsa da...dottore, presentarsi ai cancelli del campo, dicendo «Sono il presidente del Rieti» e a una domanda dei controllori rispondeva...«No li ìdi l'anelli e le collane?!». E altrettante volte era il Conte Lotto da Rieti o il Barone Lotto da Rieti, non disdegnando di cercare di vendere ai tifosi i suoi accendini e qualche calzino, indorando la pillola con quella «Firenze sogna» baritonalmente intonata...a modo suo.
La stessa che soleva riproporre prima delle commedie di quel periodo di Vincenzino Marchioni. Eppure, correggetemi se sbaglio, non c'era in lui cattiveria o malafede: aveva solo bisogno di tirare a campare! Oggi quella Rieti non c'è più! Non ci sono neppure i Carnevali cittadini che vedevano Zèffera come autentica star!
E non ci sono né ci saranno più personaggi come Armando Moronti LOTTINO!
E chissà se ventiquattro anni fa, salito lassù davanti al giusto giudice, Armando si sia visto accogliere con le candele spente: non pensate che abbia subito detto «Fratè, che te serve un accendino?».

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