a cura di Massimo PALOZZI

Novembre 2017

POLVERI SOTTILI

CONCIDENTIA OPPOSITORUM

rieti

Nelle foto pubblicate in occasione della presentazione, lo scorso 17 ottobre, dei piani di investimento di Anas e Ferrovie Italiane, con la qualificatissima presenza del Ministro delle Infrastrutture Delrio, dei massimi dirigenti delle due società e dei governatori di Lazio e Marche, mancavano due persone.

Chi ha un minimo di memoria storica non ha potuto infatti non notare come gli annunci di velocizzazione del collegamento ferroviario Rieti-Roma (tempo di percorrenza meno di un’ora, è stata la promessa) e ammodernamento della Salaria, con la realizzazione di rotatorie e, addirittura, il raddoppio di vari tratti, rappresentassero il coronamento postumo di due carriere politiche sempre fieramente contrapposte: quella di Guglielmo Rositani e quella di Pietro Carotti. Entrambi deputati (il primo per ben quattro legislature), tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi del Duemila hanno fatto, rispettivamente, della realizzazione della ferrovia e del raddoppio della consolare il fulcro della loro azione, senza tuttavia vederne mai i frutti.

Ora, di colpo, quelle due visioni della mobilità locale, per certi versi alternative l’una all’altra, sembrano trovare una concretizzazione addirittura in contemporanea.

Fabio Melilli, parlamentare in carica e segretario regionale del Pd, da uomo di mondo ha subito scritto che comprende lo scetticismo dei cittadini verso opere richieste da decenni e mai sostanzialmente prese in considerazione dai governanti. Anche il periodo preelettorale non aiuta a corroborare la credibilità degli impegni annunciati ma, assicura, le opere sono finanziate. Si sarebbe cioè riusciti a superare il reale ostacolo che ha sempre impedito il realizzarsi dei sogni di Rositani e Carotti (e di tutti noi Reatini): la disponibilità di soldi.

Se si sia trattato solo di promesse elettorali lo scopriremo presto. Intanto godiamoci l’attesa e onore a chi, su sponde opposte, si è sempre battuto per questo risultato.

 Non ci resta che piangere

Per definire la surreale vicenda delle schede non utilizzate alle recenti elezioni amministrative, immagazzinate in Tribunale e rapidamente distrutte, sono stati usati tutti gli aggettivi possibili. Ed in effetti si fa ancora fatica a credere che possano essere state mandate al macero prima della scadenza dei termini per un ricorso puntualmente presentato da Simone Petrangeli, con il TAR che ne ha ordinato il riconteggio.

A prescindere da eventuali responsabilità, quanto accaduto insegna nel suo piccolo come sia diventata opzionale nel nostro Paese la certezza del diritto. L’unica cosa certa è infatti che non si saprà mai il reale esito del voto dello scorso giugno per l’elezione del sindaco di Rieti e chiunque sarà legittimato a pensare ciò che vuole, al di là delle conclusioni ufficiali.

Ed è proprio questo il maggior vulnus arrecato alla convivenza democratica. Oltre all’enfatizzazione di un pressappochismo che, nel migliore dei casi, non fa che confermare nell’opinione pubblica uno stereotipo assai negativo riguardo la conduzione delle pubbliche amministrazioni.

Domandina ingenua

Il pub Edelbier riapre in periferia dopo essere stato costretto a lasciare la sua storica sede di via San Pietro Martire a causa dei danni provocati dal terremoto.

In via Terenzio Varrone è stato da poco ordinato lo sgombero di un intero fabbricato, sempre per i postumi del sisma.

Altri edifici nel centro storico erano stati dichiarati inagibili a poca distanza dalle scosse dello scorso anno. Tutti provvedimenti inappuntabili che però lasciano aperto un inquietante interrogativo: se queste costruzioni sono a rischio crollo, bene che nessuno ci viva o ci lavori dentro, ma basta per proteggere i passanti e gli abitanti dei palazzi adiacenti?

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