Luglio 2018

STORIE

LUIGI BERNARDINETTI

Figlio d'arte

storie

Prosegue il nostro consueto appuntamento con i rappresentanti più significativi del mondo fotografico locale (si accettano segnalazioni!). Questa volta tocca ad un figlio d'arte, cresciuto tra camere oscure, acidi luci rosse, ingranditori ed obiettivi: Luigi Bernardinetti, figlio del conosciutissimo Aldo molte volte presente su queste pagine, scomparso a novant'anni senza mai abbandonare la sua fotocamera. 

Avrai senz'altro avuto ben presto il primo approccio con questa disciplina!
"Frequentavo le Elementari all'Istituto Marconi: all'uscita da Scuola raggiungevo uno dei due studi fotografici di mio nonno, Luigi Fallerini, principalmente quello di via di Mezzo. A 7/8 anni ero affascinato dalla camera oscura che si trovava al pianterreno ma, principalmente combinavo guai, nel frattempo diciamo che avevo un primo approccio, familiarizzavo con quelle luci rosse..." 

L'alchimia ti ha colpito inizialmente dal punto di vista tecnico, quando è iniziato il discorso artistico?
"Con mio padre Aldo, che mi prese dopo la terza media nel suo laboratorio. Era socio storico di Giovanni Rinaldi ed era lui a dedicarsi alla cura della parte artistica. Imparai l'inquadratura, il primo piano, mi insegnò la regola della sezione aurea, insomma a fare fotografie!" 

Ricordi il tuo primo scatto?
"Ero ancora alle Elementari. Gita scolastica alla Foresta con gli amici. Dissi a  papà che avrei guadagnato certamente qualcosa fotografandoli e si convinse a consegnarmi una Comet Bencini 16 fotogrammi 4x6, tentando di spiegarmi l'estrema facilità d'uso della macchina in questione. Sicuro del fatto mio, mi feci anticipare dai compagni due lire a foto e cominciai a scattare gruppi e foto singole. Quando andai a sviluppare, con mio sommo disappunto scoprii che le immagini erano tutte mosse: non avevo posizionato la levetta apposita sulla modalità 'istantanea' ma 'posa'! Magra figura e restituzione del (mancato) guadagno!" 

Sei un amante del bianco/nero mi sembra di capire
"Prevalentemente. Qualora scattassi a colore tradurrei comunque in bianco/nero. Sono nato, al massimo, col seppia che viravo personalmente in camera oscura col ferro di cianuro di potassio, con la procedura che si attuava chimicamente all'epoca."

Privilegi il B/N anche quando ci sono degli spunti in cui il colore ha una sua importanza?
"A quel punto non ho scelta. Quando la natura, l'ambiente parla utilizzando la tavolozza devi ascoltarla, puoi solo intervenire leggermente dandogli il tuo tono, la tua impronta..."

 Ami fare ritratti?
"Da sempre, soprattutto alle persone anziane. Nei loro visi leggo la storia, percepisco il passato, spingendomi sulla figura intera tento comunque di carpirne l'umanità."

 Cos'è per te la fotografia?
"E' un'immagine che fissa quel momento e lo trasforma in memoria per quello successivo. E' l'attimo che precede e crea il futuro. Il legame tra il passato e il futuro. Il mio click non è semplicemente commemorativo, è Storia! Storia della Famiglia,  Storia della Città, Storia di una Società. Attualmente occupa il primo posto nella mia vita. Pur  avendo fatto il bancario per trent'anni, marginalmente ho sempre curato la fotografia. In Banca d'Italia, per sei anni, sono stato rappresentante nazionale della sezione Fotocineamatori del nostro dopolavoro. Organizzavo Concorsi e Mostre fotografiche a livello Internazionale."

 Cosa ha significato nella tua vita questa passione?
"Per quello che è il mio straripante archivio, ha rappresentato soprattutto il passato della mia città e delle zone limitrofe. Ancora una volta collaborerò ad una mostra dedicata ad Accumoli e Amatrice allestita nella sede del nostro  Comune. Ho già realizzato due calendari a questi Centri dedicati. Con la fotografia rievoco, ricordo, insegno a chi non sa che cos'era un territorio: è uno strumento che fa conoscere le nostre radici."

 Non voglio immaginare quanti scatti tu abbia fatto, c'è qualche aneddoto legato ad essi?
"A diciassette anni a Roma lavoravo presso lo studio fotografico Carletti all'Hotel Excelsior, contemporaneamente facevo il paparazzo per il quotidiano Il Tempo. Stando in via Veneto avevo modo e possibilità di fotografare i personaggi degli anni '50/'60. Avvistato Walter Chiari con Ava Gardner, presi la mia Rollei Cord e scattai 'di rapina' 12 scatti precipitandomi a consegnarlo: immaginate la mia vergogna scoprendo che sull' obiettivo era rimasto il tappo! Sfumarono le 5 mila lire (all'epoca ero ben pagato) e lo scoop! Fui uno dei fondatori storici, insieme a Capucci, Meloni ed altri, del Circolo Fotografico Reatino con Fausto Porfiri allora frequentatore dello studio di mio padre in via Garibaldi. Poco dopo purtroppo lasciai Rieti per trasferirmi a Pavia all'Università come fotografo specializzato nel campo della genetica."

Oggi qual è il tuo rapporto con la fotografia?
"Scatto di più ma ho subito una grave perdita: 13.500 files scomparsi a causa di CryptoLoker un virus che cripta i dati della vittima, richiedendo un pagamento per la decriptazione: il versamento di diversi dollari che non danno alcuna garanzia di restituzione. Ho fortunatamente gli originali, ma ho perso catalogazione e possibilità di ricerca semplificata."

 Sei una delle persone che hanno vissuto il passaggio dall'analogico al digitale, come lo hai affrontato?
"Senza alcun dramma, come se lo aspettassi da sempre. Al contrario di mio padre rimasto fino all'ultimo giorno della sua vita con la macchina analogica a tracolla. Fin dal 1975 ho iniziato a scrivere libri, soprattutto su Rieti, quindi a trattare la fotografia per la stampa: è venuto spontaneo usufruire del digitale."

Nel tuo archivio dedicato alla nostra città ti rammarichi della mancanza di qualcosa?
"Sì! L'edificio che esisteva in Via Cintia prima dell'Inps: lo cerco ovunque! Sono legato a quel luogo anche da motivi personali: da bambini andavamo lì a recuperare il ferro che rivendevamo ai robivecchi."

Progetti?
"Inizialmente concepita come Mostra, sta prendendo consistenza una bella pubblicazione dedicata a via Roma. Una delle strade storiche della Città verrà presa in considerazione dal 1800 in poi dal punto di vista del Commercio. Attraverso immagini e schede 'tecniche' verranno raccontate  le trasformazioni subite negli anni dagli esercizi commerciali: proprietà, gestione, nome. La raccolta è a buon punto, siamo a 60 foto, ovviamente attendo ulteriore materiale."

 Consiglieresti di seguire le tue orme in questa passione alle nuove generazioni?
"Indubbiamente sì, è un hobby che ingentilisce, ti fa stare in mezzo alla gente, ti rende attento ai particolari e può essere anche fonte di reddito, oltre ad avere una valenza artistica se fatto con un certo criterio e con amore. Mio padre, pur esercitando la professione di fotografo per 50 anni con un socio, cosa non facile,  ha sempre mantenuto l'aspetto artistico. Sebbene ci potessero essere incomprensioni era la stessa passione che li riportava insieme, ognuno esercitando la parte che più gli risultava congeniale. Lo stesso animus lo ha trasferito a me."

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