Agosto 2020

PERSONE & PERSONAGGI

‘QUANT’È BELLA ANNITA MEA…’

Incontro con Anita Pitoni

persone

(di Stefania Santoprete) Se qualche mese fa abbiamo celebrato i novant’anni di Aldo Vella, non potevamo esimerci dall’interpellare un altro personaggio indimenticabile e indimenticato della nostra tradizione vernacolare: Anita Pitoni. La prima riflessione, quando sei dinanzi a lei, è come il tempo non abbia scalfito la vivacità dello sguardo, seppure i ricordi si affastellino a volte pericolosamente provocando quell’irritata reazione che le fa sollevare la mano come dire “venite nuovamente a me, fatevi largo!” che sia un nome, un personaggio, un luogo. Non sta bene solitamente dire l’età di una signora ma Anita ci perdonerà, lo sveliamo con compiacimento, sono 95!

 

Ci riceve rimanendo sul suo letto nella sua bella casa di via della Verdura, dove le facemmo visita già diverse volte in passato. Lamenta una caduta che le impedirebbe di accoglierci diversamente, ma stando a ciò che racconta il nipote coinquilino, c’è una buona dose di indolente teatralità e di malcelata pigrizia. La voce però non cambia: quella voce che ha scatenato gli applausi degli spettatori o ha ammaliato il pubblico dai nostri stessi social recitando una poesia del natale, continua con grazia ad alternare alla lingua italiana le espressioni dialettali. Un dialetto a volte duro, pesante, che in Anita ha assunto sempre una certa musicalità, piegandosi al suo declamare elegante. La maestra, capace di sdoppiarsi e diventare donna del popolo sulle tavole del Flavio Vespasiano. Qual è stato l’incontro che oggi giudica più importante? “Quello con la persona che mi ha dato la possibilità di recitare, il grande Mariani. Mi ascoltò durante un incontro parlare in dialetto e decise che potevamo dar vita per la prima volta alla rappresentazione di un atto unico in vernacolo ‘L’amore ‘ncagnarellu’. Quell’anno insegnavo a Colli sul Velino e con me viaggiava in treno Wanda Pitoni. Era una forza della natura, il nostro scompartimento era sempre pieno per assistere alle tante battute. La proposi io a Mariani per la parte della madre”. L’impatto con il dialetto fu una cosa indescrivibile: il pubblico rideva ed applaudiva senza che accadesse nulla in scena, solo per quei personaggi che lo rappresentavano ‘a specchio’. Un atto della durata di trenta minuti, raddoppiò il tempo di esecuzione perché nessuno avrebbe mai voluto laciare il teatr: era il 9 ottobre 1949 quando per la prima volta la quotidianità popolana fece ingresso nel tempio dell’arte. Giacomo Pitoni, altro suo nipote, che ha avuto il compito di dipanare l’enorme patrimonio storico ed organizzarlo affinché entrasse a far parte del libro “Le chiavi della Memoria” a firma di Anita e Aldo Vella, si rammarica di come questa Città spesso dimentichi i propri figli, di come le generazioni attuali poco conoscano di questi grandi personaggi reatini: è la Rete ormai l’unico luogo dell’immortalità e mal si coniuga con l’età dei protagonisti di parte della nostra Storia. A ciò punta questa nostra celebrazione, così come ci ha fatto particolarmente piacere scoprire il nome di Anita Pitoni  su ‘didattica Luce in Sabina’ (il progetto di formazione per l’uso nelle scuole delle fonti foto-cinematografiche dell’archivio Luce Cinecittà, con l’Archivio di Stato di Rieti), dove è ritratta in varie occasioni, come quella del matrimonio con Franco Stella, in cui indossa un tailleur color crema, corto ma a coprire il ginocchio, senza velo. “Non eravamo giovanissimi, ma molto innamorati. Franco continuava a rimandare questo appuntamento, fin quando un lavoro stabile, quello di impiegato bancario, non lo fece sentire pronto per il grande passo.” Regista teatrale e poeta, fu un sodalizio il loro basato anche e soprattutto sull’amore per il teatro, evitando ad ognuno dei due la necessità di dover rinunciare ad una grande passione artistica a favore della vita coniugale. Ricorda Anita, evocando soprannomi, episodi, immagini di una Riète che fu, la stessa tratteggiata nel “Quaderno a numeri” pubblicato nel 2017 da Amarganta edizioni, ultima sua fatica  mnemònica, nata, come ci spiegò, da numerose notti passate in bianco in cui la stanza pareva animarsi dei tanti fantasmi del passato che avevano urgenza di tornare alla vita: “ed allora decisi di buttare fuori tutti quei fatti che bussavano alla mia mente”. Tanti i contatti, le amicizie che il coronavirus ha purtroppo tenuto lontano in questo ultimo periodo: appartengono ai numerosi mondi di cui ha sempre fatto parte, compreso un allegro gruppo di amanti del teatro che spesso, da lei trainato, si recava a Roma, al Sistina e non solo, per assistere alle varie rappresentazioni di richiamo. Dopo la grande festa dei 90 anni che portò alla sala dei Cordari tanti a lei affezionati, chissà, ad emergenza trascorsa, non si possa ipotizzare un’altra bella occasione di incontro pubblico per farle arrivare un abbraccio rigenerante.

ANNITE MÉA
Testo Franco Stella

Quant’è bellu Annite méa,
lù chiarore ’nargentato,
dde la luna che massera,
stà a spuntà a Colle Pelatu!

L’orchestrina de li grilli
stà a accordà una serenata;
da lu stagnu je responne
la ranocchja ’nnamorata.

Una luccica cappella
fa l’occhittu a un maggiolinu,
smorza e accènne lu luminu:
bò jocà a nasconnerèlla……

Me ne stajo accucculato,
su stu ficu e, a pocu a pocu,
io me strujo de passione
come nèè n’anzi a lu focu.

Mentre canto appasimatu
me recordo che lu ficu,
come diciu a da èsse statu
dde li sarti lu più anticu….

È lu primu che ha pensatu
a nasconne co le foje
lu molliculu dde Aamo
e……la mela de la móje.

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