Marzo 2019

PERSONE & PERSONAGGI

L’8 MARZO A RIETI, STORIE DI DONNE PROTAGONISTE  

storie

(di Massimo Palozzi) Sul muro esterno di una casa color salmone, nei pressi della chiesa di San Nicola, vicino all’archetto alla fine di via della Verdura, da otto anni occhieggia una targa di marmo dedicata al bicentenario di Margaret Fuller Ossoli.

Probabilmente pochi sanno chi sia e perché abbia meritato quella speciale menzione. La giornata in cui si celebra la Festa della Donna è allora l’occasione per riscoprirne la figura di intraprendente attivista e femminista ante litteram, unita da profondi legami con la nostra terra.

Sarah Margaret Fuller, comunemente conosciuta come Margaret, nacque negli Stati Uniti, a Cambridge, nel Massachussets, il 23 maggio 1810. Il padre era un avvocato che la avviò presto all’erudizione classica, spingendola a uno studio “matto e disperatissimo” a causa del quale visse un’adolescenza problematica, allontanata dalle coetanee che la ritenevano piuttosto spocchiosa e supponente.

Se la grande applicazione sui libri si rivelò dannosa persino per la sua salute, le fece però acquisire una profonda cultura e maturare una precoce coscienza di sé e della realtà americana di inizio Ottocento, che avrebbe poi segnato tutta la sua avventurosa esistenza.

Alla morte del padre la giovane Margaret accantona le iniziali ambizioni letterarie per dedicarsi all’insegnamento, salvo tornare poco dopo al primo amore avviando un’intensa attività di giornalista e scrittrice, fin da subito connotata da un fortissimo impegno in favore dell’emancipazione femminile.

Entra in contatto con le avanguardie intellettuali e approfondisce le questioni sociali nel segno di dirompenti teorie femministe e progressiste. Per prima denuncia e chiede migliori condizioni di vita per le donne nei penitenziari di New York, nei manicomi e nelle istituzioni. Ed è anche la prima a organizzare sessioni di formazione dedicate a ragazze e signore, sostenendo in maniera tanto provocatoria quanto inedita che “le donne sono dotate di menti pensanti”.

Poiché tocca temi ritenuti scandalosi per la morale dell’epoca, la sua produzione letteraria viene accolta con diffidenza ma le fa al contempo raggiungere una certa notorietà che la aiuta non poco ad essere assunta dal prestigioso quotidiano New York Tribune.

Nel 1846 il giornale la manda in Europa come inviata e anche in questo caso si tratta della prima donna a diventare corrispondente dall’estero. La sua prosa avvincente e il fatto di essere poliglotta (oltre all’inglese, conosceva l’italiano, il tedesco e il francese) ne fanno la candidata ideale.

A Londra incontra i più eminenti intellettuali del momento, tra i quali Giuseppe Mazzini, di cui diventerà amica e che la convince a trasferirsi in Italia, dove giunge nel 1847 per seguire le vicende del Risorgimento. E non solo da spettatrice. A Roma affianca infatti il lavoro di corrispondente di guerra all’assistenza ai feriti trasportati all’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina.

Durante una visita a San Pietro incontra il marchese Giovanni Angelo Ossoli, nobile di poche risorse, più giovane di lei di quasi dieci anni, con il quale allaccia una relazione e che poi sposerà. Rimasta incinta, comprende subito che l’infuocato clima romano non è l’ideale per portare avanti la gravidanza e decide così di sistemarsi prima a L’Aquila, quindi a Rieti, dove proprio nella casa di via della Verdura, il 5 settembre 1848 dà alla luce il figlio Angelo Eugenio Filippo Ossoli, detto Angelino.

La sosta forzata a Rieti dovuta alla maternità la invoglia a studiare e approfondire la realtà locale che la circonda, ma le impedisce di continuare a inviare con regolarità i suoi articoli dall’Italia. Sono i giorni in cui anche Giuseppe Garibaldi sceglie Rieti per schierare la sua legione, allestita in seguito ai moti che avevano indotto papa Pio IX ad abbandonare Roma e i suoi poteri temporali, andando in esilio sotto la protezione dei Borboni.

Il generale giunge per la prima volta in città il 29 gennaio 1849 al comando di cinquecento uomini. Vi si fermerà per due mesi e mezzo, nel pieno della Seconda Repubblica Romana, alloggiando nel palazzo del marchese Girolamo Colelli all’inizio di via Abruzzi, che sarà poi ribattezzata via Garibaldi in suo onore.

Alla notizia che truppe francesi e napoletane stanno muovendo verso Roma, il 13 aprile l’eroe dei due mondi lascia Rieti con la sua legione che intanto ha raggiunto  le 1200 unità. Alla periferia di Roma si scontra con reparti francesi che ne falcidiano le truppe. Sul campo di battaglia perdono la vita anche due giovani volontari reatini, Michele Paolessi  e  Carlo Tosi.

In una tale temperie, Margaret affida il figlio a una balia e riprende il suo lavoro di corrispondente da Roma, mentre il marito combatte da ufficiale della Guardia Civica sulle mura vaticane contro i Francesi accorsi in difesa del papa. Appena può, torna in città per vedere il piccolo Angelino.

Caduta la Repubblica, Margaret e Giovanni Angelo rientrano a Rieti dove trovano il bambino gravemente debilitato: la balia aveva infatti smesso di nutrirlo a causa del blocco francese che impediva l’arrivo del denaro. Dopo un mese di intense cure, il bimbo si riprende ma decidono per sicurezza di abbandonare Rieti per spostarsi dapprima a Perugia, quindi a Firenze e poi a Livorno. Qui si imbarcano sull’Elizabeth diretti verso l’America, dove il marchese si sarebbe occupato di Angelino e Margaret avrebbe sostenuto la famiglia con il suo lavoro (un’altra decisione rivoluzionaria rispetto alla struttura familiare tradizionale).

A poche miglia dal porto di New York, però, a causa del forte vento la nave si incaglia nelle secche di Fire Island e affonda. A soli 40 anni, il 19 luglio 1850 Margaret muore tra i flutti insieme al marito e al figlioletto. Anche la sua “Storia della Repubblica romana”, ormai pronta per la pubblicazione, va perduta per sempre.

Chiusa tragicamente la parabola umana della Fuller, per uno di quei misteriosi incroci che la storia a volta propone, l’avvento del nuovo secolo riporta Rieti al centro di un’epopea degna di essere ricordata nella ricorrenza dell’8 marzo.

Anche se con una biografia meno rocambolesca della collega americana, il 17 maggio 1926 nasce a Castel di Tora Gabriella Parca, un’altra intellettuale che precorrerà molti dei temi legati alla promozione della donna e che il movimento femminista (di cui sarà una delle esponenti di spicco) farà propri a partire dagli anni Settanta.

Prima di laurearsi in Lettere all’Università di Roma, la Parca frequenta il Liceo Classico “Varrone” a Rieti. Proprio a quel periodo è dedicato il romanzo “La guerra acerba”, che racconta il secondo conflitto mondiale con gli occhi di una quattordicenne.

Debutta nel giornalismo nel 1945 come cronista in un quotidiano fiorentino, ma raggiunge la popolarità con il libro “Le italiane si confessano”, pubblicato nel 1959, che raccoglie un centinaio di lettere indirizzate alle sue seguitissime rubriche di “Piccola posta” su due giornali a fumetti (al tempo la lettura maggiormente diffusa tra le donne).

L’opera riscuote ampio successo e diventa in breve una sorta di inchiesta sulla condizione femminile che in Italia registrerà ben quindici edizioni e sarà tradotta e pubblicata in Francia, Argentina, Germania, Regno Unito, Giappone, Paesi Bassi e Stati Uniti.

La sua uscita viene salutata con una certa ostilità, soprattutto dagli ambienti più conservatori. A quell’epoca, parlare esplicitamente di sesso è ancora un tabù. L’Osservatore Romano ne tratta in maniera molto critica, ma anche un intellettuale moderno come Pier Paolo Pasolini la snobba alla stregua di una raccolta di divertenti confessioni intime.

Cesare Zavattini rimane invece molto colpito dal libro, tanto da scriverne la prefazione e selezionare le lettere dalle quali verrà tratto il film a episodi “Le italiane e l’amore” del 1961.

Il lavoro di approfondimento sulla relazione tra i generi continua con “I sultani – Mentalità e comportamento del maschio italiano” del 1965. I risultati della ricerca condotta su un campione di mille uomini in tutta Italia raccontano di un paese in cui i due terzi degli intervistati pretendono che le ragazze arrivino vergini al matrimonio e il 71% di loro si riconosce il diritto di frequentare prostitute, rimpiangendo le “case chiuse” soppresse sette anni prima dalla legge Merlin (argomento oggi tornato di attualità).

Nel 1972 pubblica un’indagine sulle detenute dal titolo “Voci dal carcere femminile” ed è tra le fondatrici del mensile Effe, primo rotocalco italiano di “controinformazione” al femminile, di cui è anche direttrice.

Tre anni più tardi fonda a Milano uno dei primi consultori laici d'Italia. Nel 1984, infine, ricostruisce ne “I divorziati” i lunghi e accidentati passaggi verso l’approvazione dell’istituto del divorzio.

Le tematiche femminili sono il suo principale interesse, anche quando la materia è universale. Pubblica così “Lo sballo. Intervista a una ragazza che ha smesso di bucarsi”, romanzo nel quale una giovane tossicodipendente di nome Francesca narra il suo calvario e di come, con buona volontà e coraggio, sia riuscita a uscire dal tunnel della droga.
La sua interpretazione del femminismo la illustra lei stessa nell’editoriale del primo numero della rivista cui lega il proprio nome: “Sappiamo che in molti questo termine suscita immagini di aggressività ed isterismo, ma solo perché il femminismo viene sempre presentato in modo volutamente distorto. Per noi di Effe il femminismo è innanzitutto un nuovo umanesimo. Siamo convinte che solo attraverso la liberazione della donna si possa arrivare ad un reale, autentico rinnovamento della società”.

Gabriella Parca è morta novantenne a Milano il 24 luglio 2016.

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