Agosto 2019

L'OSPEDALE CHE VERRA'

Finanziato l'erede del "de-Lellis". Ora l'incognita è il tempo

ospedale

(di Massimo Palozzi) È il più cospicuo investimento di sempre nella sanità pubblica reatina: 189 milioni di euro che la Regione destinerà alla costruzione del nuovo ospedale provinciale come quota del riparto dei fondi per l’edilizia sanitaria previsti nella legge di Bilancio 2019, approvato lo scorso 24 luglio dal Comitato interministeriale per la programmazione economica.
Degli oltre 450 milioni assegnati al Lazio, la giunta guidata da Nicola Zingaretti ha deciso di riservarne quasi la metà a Rieti. I dettagli li è venuti a spiegare l’assessore Alessio D’Amato nel corso di un seminario organizzato in città dalla Asl sullo stato della sanità reatina dopo la ratifica da parte della Corte dei Conti dell’azzeramento del debito che negli ultimi undici anni ha strettamente vincolato le politiche regionali. Una pronuncia che ha spianato la strada alla fine della gestione commissariale del settore sanitario.
La partita si gioca ora su altri campi. Stabilito che non ha senso spendere soldi per ripristinare l’attuale ospedale e che ne va costruito uno nuovo, è auspicabile che dal dicastero retto da Giulia Grillo, cui spetta l’ultima parola, non arrivino brutte sorprese e che poi non ci si incarti sulla decisione relativa al sito.
L’area maggiormente indiziata ad ospitare il futuro nosocomio è quella individuata negli anni Settanta accanto al “de Lellis”, sebbene di recente siano fiorite ipotesi alternative. Tutte da vagliare, certo, a patto di non replicare la vicenda dell’ospedale di Amatrice distrutto dal sisma del 2016, che avrebbe dovuto essere già riedificato e invece si sta ancora discutendo su dove farlo.

Dimensioni e costi. La provincia di Rieti conta all’incirca 155mila abitanti. Il dato è determinante, in quanto un decreto del ministro della Salute del 2015 ha previsto il limite di tre posti letto ogni mille abitanti (più 0,7 dedicati alla riabilitazione e alla lungodegenza), ma soprattutto ha suddiviso le strutture in tre fasce. La nostra provincia si trova proprio a cavallo tra le prime due. Quella di partenza prevede presidi ospedalieri di base, con bacino di utenza compreso tra 80mila e 150mila abitanti, dotati di Pronto soccorso e un numero limitato di specialità. La seconda annovera invece presidi ospedalieri di primo livello, con un bacino di utenza compreso tra 150mila e 300mila abitanti, a loro volta sede di un numero molto più elevato di reparti.
L’anno scorso l’Ires Piemonte, un ente di ricerca della Regione, ha pubblicato uno studio sui costi teorici di costruzione e manutenzione degli ospedali basato su 19 interventi realizzati nel periodo 2004-2015, nell’ambito di un investimento complessivo pari a circa 2 miliardi di euro per 8.915 posti letto.

In base a questo documento, l’importo totale per la costruzione di un ospedale da 450 posti letto è stato stimato in 144.111.111 euro, per un costo medio a posto letto di oltre 320mila euro. Partendo da questo dato, attualizzato con le più recenti esperienze, l’impegno finanziario ipotizzato per il nuovo nosocomio reatino risulta in linea con un complesso da circa 500 posti letto, comunque al livello massimo degli standard di legge per quanto riguarda il rapporto con la popolazione residente (attualmente quelli accreditati sono 330).

Nuovi criteri. Il 60 per cento degli ospedali italiani (compreso il “de Lellis”) ha più di quarant’anni e la metà ha dimensioni troppo piccole.
Come ricorda Maurizio Mauri, presidente del Cnet (Centro nazionale per l’edilizia e la tecnica ospedaliera), erigere nuovi edifici consente significativi vantaggi economici per il sistema sanitario. Grazie alle prestazioni erogate e al risparmio generato dalla maggiore efficienza, il rientro dai costi è previsto in periodi brevi, non oltre 3-4 anni.
In passato le strutture erano oltretutto pensate in gran parte per accogliere i malati, per cui l’80 per cento circa degli spazi era dedicato alla degenza. Le recenti tendenze in campo medico considerano invece l’ospedalizzazione un concetto superato, per cui i nuovi nosocomi devono essere soprattutto votati all’ottimizzazione dei processi di cura, sfruttando al massimo il progresso tecnologico. In sintesi: più macchinari per la diagnostica, più luoghi per la terapia, più sale operatorie, meno spazi “sprecati” per la pura degenza.

Importante è persino la forma della scatola edilizia. Per anni gli ospedali sono stati costruiti seguendo un modello verticale. Questa logica si è però rivelata assai poco prestazionale. Secondo studi accreditati, ospitalità, efficienza e flessibilità si ottengono maggiormente quando un edificio si sviluppa in orizzontale.

Non solo. Se finora i pazienti sono stati separati per specialità e sesso, gli esperti suggeriscono di organizzare i reparti in gruppi diversi, graduati per intensità, tipologia, complessità e durata dell’assistenza in base alle esigenze dei malati, puntando anche sulla diffusione di camere singole dotate di bagno privato e la possibilità di ospitare un parente per aumentare il benessere del paziente e ridurre al contempo la possibilità di infezioni nosocomiali.

Tempistiche. A dispetto delle ottimistiche previsioni che accompagnano ogni progetto, in Italia i tempi medi per la realizzazione di grandi opere come un ospedale superano i dieci anni (senza tener conto delle incompiute). L’eccessiva durata dei cantieri comporta inevitabilmente l’aumento dei costi e, elemento da non sottovalutare, la materializzazione di strutture che nascono obsolete sia dal punto di vista progettuale sia dei contenuti tecnologici.
Il quadro è chiaro e gli impegni non potrebbero essere più precisi. Per il sindaco Cicchetti non ci sarà discussione sulla scelta del sito: sarà quello più veloce in termini di attuazione, laddove c’è già uno spazio pronto a ricevere. Senza scomodare San Tommaso, l’esperienza dell’infinito cantiere per l’ascensore che dovrebbe collegare via San Pietro Martire con piazza Cesare Battisti non depone certo a favore di questa auspicata rapidità di esecuzione.

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