Marzo 2020

PROVINCIA

LETTERA APERTA AL SINDACO DI FARA SABINA

politica

(di Massimo Palozzi)  Caro Sindaco,
spero perdoni l’ardire di questa lettera aperta, nata sulla spinta delle riflessioni stimolate dalle sue proposte sulla gestione dell’emergenza coronavirus, ma in realtà diretta a tutte le persone di buona volontà. Il lavoro, la responsabilità, il carico emotivo che si riversano sui sindaci sono in condizioni normali già elevatissimi e scarsamente remunerati. In una situazione eccezionale come quella che stiamo vivendo, aumentano in progressione geometrica e solo una superficialità di analisi o un’opacità di giudizio potrebbero portare a non riconoscere agli amministratori locali quantomeno l’impegno. Non tutti sono forse all’altezza del ruolo e prevedibilmente il frangente piuttosto caotico in cui siamo precipitati rimodulerà molti profili (ne ho scritto proprio qui su Format giusto un paio di settimane fa). Ad emergenza rientrata, anche questa voce finirà nei tanti bilanci da stilare.
Tornando alla sua iniziativa (LEGGI QUI) davvero apprezzabili sono l’onestà intellettuale con la quale ha tratteggiato il verosimile panorama che si apre all’orizzonte, e la schiettezza nel segnalare le cure palliative adottate dalle istituzioni come reazione all’epidemia, tipo il lavaggio delle strade. Tanto più che ne parla da un osservatorio dolorosamente privilegiato per il numero di contagi e di decessi registrato.
Veniamo allora alle sue indicazioni. La rimodulazione degli orari di supermercati e farmacie segue una logica coerente, soprattutto alla luce delle peculiari esperienze da considerare nella loro specificità locale. In un contesto macro, quelle su scala nazionale servono infatti a tracciare una tendenza. Alle singole realtà deve al contrario corrispondere una soluzione modellata sulle abitudini d’acquisto e sulla propensione agli spostamenti rilevate sul campo, che tra una metropoli e un piccolo centro tendono a variare in maniera significativa, condizionate come sono per esempio dall’offerta e non unicamente dalle attitudini dei consumatori.
Altro punto da lei toccato, appare praticabile la possibilità per i settori primari di assumere personale in deroga ai contratti collettivi. Il rischio di forzare in modo eccessivo (e magari irreversibile) le tutele per i lavoratori è alto, ma il momento richiede scelte drastiche ed è ipotizzabile un approccio collaborativo da parte dei sindacati. Quanto infine alle ultime quattro proposte, la prima riguarda la campionatura dei tamponi su scala comunale e regionale, da ripetere più volte nel tempo. Le altre poggiano invece su un fattore comune riassumibile in interventi diretti, finalizzati all’erogazione di provvidenze. Nello specifico: cospicuo bonus mensile esentasse per i dipendenti dei comparti strategici che stanno continuando a lavorare; copertura totale degli incassi perduti nei mesi di inattività in favore dei circa 6 milioni di lavoratori autonomi-partite Iva con meno di 20 dipendenti; fondo ai Comuni per coprire gli introiti dei tributi locali non riscossi.
Anche queste idee sono in linea di principio da sposare. Una per assicurare il massimo tracciamento epidemiologico, le restanti tre per sostenere i redditi di milioni di persone prima che arrivino allo stremo, insieme alle casse degli enti locali, che costituiscono il fronte di prossimità più immediato per la popolazione. Il problema è uno: il denaro. Per poter finanziare un progetto di tale portata occorre una poderosa immissione di liquidità, reperibile solo ricorrendo a nuovi debiti. Un tabù per i rigoristi ma non per analisti e osservatori minimamente ragionevoli. Per contrarre debiti occorre però che ci siano investitori disposti a concedere crediti sulla fiducia di vedersi restituiti i prestiti: se ne trovano sul libero mercato? Realisticamente, no.
Nel mezzo di una pandemia che ha stravolto il mondo e che ha istigato gli egoismi nazionali, solamente istituzioni sovrastatali forti, consapevoli e coese possono soccorrere chi si trova in maggiore difficoltà. Certo non è immaginabile un nuovo “Piano Marshall” sulle orme di quello che alla fine della seconda guerra mondiale destinò ingentissimi aiuti materiali e finanziari grazie alla generosità degli Usa. Perché la geopolitica da allora è cambiata e soprattutto perché l’America è invischiata come e forse peggio di noi nell’affaire Covid-19. Non ci rimane insomma altro che la Ue. Finora a livello europeo sono mancate sia la forza, sia soprattutto la consapevolezza e la coesione. Al di là dei tecnicismi e delle posizioni politiche dei singoli paesi o blocchi di stati, gli ultimi giorni stanno tuttavia mostrando un cambio di rotta che forse produrrà i risultati sperati.
Senza essere innamorati di formule astratte, l’europeismo ha un senso se interviene nei momenti del bisogno. C’è voluto un po’, ma adesso la collaborazione continentale pare essersi messa in moto.
Le reazioni brutali da parte dell'opinione pubblica sono comprensibili nell’immediato, dinanzi all’impatto della tragedia. Politici responsabili di ogni categoria hanno però il dovere della freddezza e della compostezza, oltre che della fermezza e della competenza. Nel rimprovero alla ritrosia comunitaria, stride allora la contraddizione di coloro che lamentano l’arroccamento di taluni paesi a scapito degli altri, mentre in Italia spingono per forme di autonomia regionale sempre più marcate, a protezione di aree circoscritte del paese.
Come l’iniziale difetto di solidarietà europea si è dimostrata non solo offensiva ma assai poco lungimirante, altrettanto le sortite pseudo-secessioniste o le minacce autarchiche non aiutano in quell’operazione di moral suasion che dovrebbe condurre l’Italia ad ottenere interventi a sostegno. Tra l’altro, i pugni sul tavolo e i toni ultimativi di solito premiano se si è nelle condizioni di dare effetto alla postura minatoria, cosa che al presente è difficile ipotizzare. Sempre ovviamente nel pieno rispetto della dignità nazionale e senza mai dimenticare che il nostro è uno dei paesi cosiddetti contributori netti, che cioè all’Europa dà più di quanto riceva.

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