a cura di Ileana TOZZI

Aprile 2017

STRADA FACENDO

L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI

Nella quieta penombra che pure nel bel mezzo di queste prime giornate odorose di primavera non abbandona via della Verdura rattrista camminare a passo svelto, senza udire altro suono se non il rimbombo dei propri passi, rimpiangendo il vocio di donne e di bambini che fino a qualche decennio fa riempiva i vicoli insieme agli odori schietti e generosi di cucina che evaporavano dalle finestre socchiuse, tra i davanzali fioriti di basilico, maggiorana e rosmarino.

Qua e là, agli sbiaditi cartelli che propongono in vendita i palazzetti cielo-terra allineati ai bordi della strada s’intercalano i pali di legno che serrano gli usci delle case lesionate dai sismi recenti, e non consola riflettere sulla quantità di catene montate dai fabbri della fucina Marinetti, pochi passi più in là al pianterreno di palazzo Capelletti oltre un secolo fa, dopo il terremoto del 1898, ancora al loro posto, a compiere egregiamente il loro lavoro.

Nel silenzio assordante, nel grigiore di quest’atmosfera viene da chiedersi il perché di un toponimo così distante dalla realtà odierna: perché via della Verdura, nome gentile che evoca orti e giardini floridi nella luce feconda del giorno, imposto a questo vacuo budello dove - come avrebbe cantato De André - il sole del buon Dio non da i suoi raggi?

Eppure basta poco a darsi la risposta, se appena cambiamo il nostro punto di osservazione. Fermiamo i nostri passi quando siamo al culmine del ponte, appoggiamo gli avambracci sulle spallette di travertino guardando verso occidente. Anche questa è una prospettiva inusuale, tanto è più affascinante la veduta che ci si squaderna ad oriente, in basso i resti del ponte romano, a destra a mezza costa sul colle Belvedere il conventino dell’Osservanza di Sant’Antonio del Monte, in fondo a sigillare il paesaggio la bella facciata della chiesa di San Francesco sovrastata dal massiccio del Terminillo candido d’inverno, verdeggiante d’estate, sempre elegante nella sua multicolore livrea autunnale.
Volgiamo lo sguardo a occidente, e scopriremo anche qui un paesaggio forse più usuale e modesto, con la colonia di uccelli acquatici che si affida alla corrente per trovare nutrimento nelle acque fredde e generose del Velino, sullo sfondo il profilo dei monti Reatini su cui occhieggiano gli antichi nuclei di Poggio Fidoni, Contigliano, Greccio frutti maturi dell’incastellamento altomedievale: lungo l’argine, la vegetazione ancora oggi ordinata nelle aiuole fiorite e nei brevi solchi degli orti ci svelerà il segreto di un nome che riscatta dall’ombra e dalla solitudine a cui la città vecchia non è ancora definitivamente condannata.

 

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