a cura di Massimo Palozzi

Novembre 2019

IL DOMENICALE

LE PAROLE PESANO

società

(di Massimo Palozzi) All’indomani della Giornata contro gli abusi sulle donne e nel pieno della campagna internazionale “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” (in corso dal 25 novembre fino al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani), Rieti è balzata agli onori delle cronache per uno sconvolgente fatto di sangue. Lunedì sera a Campomoro una donna ha ucciso il marito, dandogli fuoco in casa davanti ai due figli adolescenti e rimanendo lei stessa gravemente ustionata.
L’episodio ricalca con impressionante tempismo il drammatico copione al centro delle mobilitazioni di questi giorni, benché secondo un canone inverso rispetto alla sequela di delitti che con termine orrendo vengono chiamati femminicidi.
Saranno gli inquirenti a ricostruire gli eventi e le cause del gesto, maturato, come pare, in un contesto di forte disagio personale e familiare. Più in generale, e senza alcun vincolo diretto con l’accaduto, quell’esplosione di violenza a cui (per fortuna) Rieti non è abituata, potrebbe costituire l’occasione per una riflessione collettiva sulla necessità di resettare certe modalità relazionali, ricalibrando magari toni e prassi comunicative che hanno ormai preso la china di un crescendo di sensazionalismo espressivo difficilmente governabile. Questo per almeno due motivi: il primo è che le urla (reali e virtuali) e l’incontrollata intensità degli accenti hanno raggiunto livelli insopportabili. Il secondo, più di sostanza, riflette invece l’opportunità di vagliare con maggiore attenzione i contenuti da diffondere. Non basta insomma che siano sparati a palle incatenate. Dovrebbero anche essere coerenti, strutturati e poggiati su solide basi fattuali.

Prendiamo ad esempio la polemica i cui strascichi hanno accompagnato tutta la settimana politica, contrapponendo il presidente della Provincia (e relativi supporter) a diversi rappresentanti della sinistra cittadina.
In occasione del Natale, l’ente ha varato un concorso di ideazione artistica rivolto alle scuole medie, che mette in palio premi in denaro da investire in dotazioni ecosostenibili a favore degli istituti di appartenenza dei vincitori. La gara prevede la realizzazione di un’opera creativa mirata a una decorazione natalizia a scelta degli studenti, utilizzando materiali riciclati prodotti all’interno degli edifici scolastici.
Il progetto è finalizzato a sensibilizzare i ragazzi sul reimpiego dei rifiuti e sulla loro ricaduta in termini di consumo delle risorse naturali. L’impegno profuso per rispondere al bando consentirà inoltre di aumentare nei più giovani la consapevolezza dell’importanza di una buona raccolta differenziata e del riutilizzo degli oggetti di scarto.
Fin qui tutto bene. Il coinvolgimento delle scuole in attività extracurriculari dal forte valore sociale non può che essere salutato con favore. Ad aggiungere l’ingrediente che ha guastato il piatto ci ha però pensato lo stesso presidente leghista della Provincia Mariano Calisse il quale, lanciando il progetto sul suo profilo Facebook, non ha resistito all’ormai dilagante moda di cedere ad una poco pertinente retorica “filocristiana”, anche al di fuori di ogni ragionevole contesto. Se, infatti, l’amministrazione provinciale ha voluto in piena autonomia riconnettere il concorso al Natale, l’iniziativa in sé rientra nel quadro dell’undicesima edizione della “Settimana europea per la riduzione dei rifiuti”, promossa dalla Commissione Ue e dipanatasi dal 16 al 24 novembre.

Il tema della Settimana non era quindi incentrato sul Natale o altre manifestazioni sacre, ma puntava a responsabilizzare i cittadini europei sul problema del trattamento e riciclo del pattume. La circostanza per cui la Provincia lo ha inteso abbinare al Natale costituisce pertanto solo un aspetto marginale, del tutto accessorio se riferito alle finalità del programma comunitario.
Tra l’altro, nell’avviso pubblicato all’albo pretorio non compare alcun accenno a simboli religiosi. Anzi, si apre a contributi legati alla tradizione natalizia anche non strettamente attinenti alla fede o alle Scritture, come gli addobbi, l’albero o la slitta di Babbo Natale, che potrebbero diventare modelli e fonte d’ispirazione per i lavori artistici degli studenti.

Il ricorrente richiamo alle radici cristiane rischia allora di essere non solo abusato ma pure piuttosto scivoloso e non è per niente fuori luogo notarlo nel giorno della visita a Greccio di papa Francesco. Il Santo Padre arriva oggi nel Reatino per la quarta volta dall’inizio del suo pontificato a ribadire l’universale messaggio di pace, amore e fratellanza proclamato otto secoli fa da San Francesco, che toccò con la prima rappresentazione della Natività nel 1223 il suo apice devozionale.

Se non altro per motivi meramente cronologici, le radici della nostra civiltà affondano dunque in un substrato storico di derivazione precristiana. E Rieti, in particolare, forse nemmeno sarebbe più esistita al momento della nascita di Gesù, se non fosse stato per la costruzione del Cavo Curiano, ordinata nel 271 avanti Cristo dal console Manio Curio Dentato per far defluire verso la cascata delle Marmore le acque stagnanti del Velino, che rendevano la Piana paludosa e malsana.

A scanso di equivoci, queste precisazioni hanno il solo scopo di riaffermare semplici verità storiche in opposizione a tentazioni reinterpretative poco consone, senza tendere neppure lontanamente a sminuire o ridimensionare l’immenso portato della dottrina e degli insegnamenti della religione che innerva e feconda la nostra società da due millenni.

Ne consegue che i criteri scelti per rintuzzare il post del presidente Calisse (il quale, dal canto suo, ci ha messo il carico, controreplicando con argomentazioni discutibili, non all’altezza del ruolo) appaiono viziati dal medesimo errore di fondo.

I diritti di uguaglianza, il rispetto delle minoranze, l’accoglienza ordinata e generosa sono un assunto la cui saldezza non dovrebbe mai essere posta in dubbio. Ma come spesso avviene, quando finiscono sotto attacco, alla loro salvaguardia non fornisce un buon servizio il ricorso a tesi concettualmente deboli e intrinsecamente minate dall’essere ad ogni costo piegate ad intenti politici di parte.

Il comunicato con cui i giovani di Controvento hanno bacchettato l’infelice uscita di Calisse, insieme alle adesioni raccolte a corredo, mostrano ad esempio esattamente gli stessi limiti e le stesse incongruenze che si volevano contestare.

I principi sono per definizione assoluti, ma per essere efficaci vanno calati in contesti concreti. Altrimenti, l’eccesso di zelo intellettuale si trasforma in un vuoto esercizio retorico, all’interno del quale trova ospitalità qualsiasi paradosso la logica sia in grado di escogitare.

Esulando dalla specifica querelle degli ultimi giorni, il Natale è e deve rimanere una festa da celebrare in pienezza, senza autocensure né inappropriati sentimenti di subalternità culturale. Rinunciare a viverlo come nella tradizione liturgica per un malinteso senso di riguardo verso credenze differenti, rappresenterebbe un’aberrazione speculativa da integralisti intolleranti, che oltretutto non renderebbe alcun favore a chi si vorrebbe omaggiare. Nessuno che abbia trascorso periodi in paesi di matrice diversa, in occasione di espressioni rituali riferite a culti locali distanti dal nostro, si è d’altronde mai sentito a disagio. Anzi, gli spiriti davvero liberi e maturi godono nel partecipare a celebrazioni estranee alla loro sfera individuale, perché questa è l’essenza della diversità che colora il mondo.

Per converso, a voler portare alle estreme conseguenze l’attenzione fanatica a non urtare le suscettibilità altrui (quando magari i destinatari neppure se ne preoccupano), alla fine si sfiora l’azzardo di manifestare una sensibilità di facciata e una solidarietà umana un po’ bolsa, funzionali solo ad intaccare fondamenta sociali costruite su valori largamente condivisi. E se spaventa allestire il presepio per il timore che sia escludente nei confronti degli atei o di chi non è cristiano, allora a rigore si dovrebbero abolire tout court le festività natalizie e tutte quelle riconducibili a ricorrenze religiose: Epifania, Pasqua, Pasquetta, Ferragosto, Ognissanti, Immacolata, ma anche la fiera di Santa Barbara e il Giugno Antoniano. Per non dire di San Francesco e della Valle Santa.

È evidente che un esito del genere rappresenterebbe il naufragio del buon senso, oltre che la rinuncia ad un patrimonio immateriale che, volenti o nolenti, fa parte delle nostre comunità e che sarebbe da stolti rinnegare. Allo stesso modo, certi radicalismi non fanno che portare acqua al mulino dell’avversario: come tutti i massimalismi, anche quelli (finto) buonisti sono spesso deleteri quasi quanto gli estremismi più regressivi.

 

01-12-2019

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