Settembre 2020

STORIE

LE MILLE VITE DELLA STATUA DEL CONTADINO

città

(di Massimo Palozzi) La Statua del Contadino di fronte all’Istituto Alberghiero sembra toccata dalla grazia. Non perché è stata appena restaurata e appare ora in tutto il suo antico splendore, quanto per il fatto di rappresentare l’unico monumento di epoca (e apparenza) fascista a non aver mai dato adito a dispute politico-ideologiche.

La scritta DVX sul Monte Giano, l’erma recuperata nel 2014 dedicata ai “caduti della rivoluzione fascista” a Campoforogna o la via del Terminillo intitolata nel 2006 dal Comune di Rieti al gerarca Alessandro Pavolini e revocata quattro anni dopo, hanno spesso suscitato polemiche per il loro essere simboli del Ventennio, dividendo la piazza tra favorevoli e contrari. I primi, non necessariamente nostalgici, convinti che le testimonianze della storia, almeno quelle di carattere artistico-monumentale e non gli omaggi a personaggi per nulla rimpianti, vadano comunque mantenute e preservate (magari anche come monito); i secondi, timorosi degli effetti evocativi insiti nelle vestigia del passato, fautori della linea dura per fare tabula rasa e consegnare alla damnatio memoriae le tracce di un periodo ripudiato dalla Repubblica.

Per la Statua del Contadino le cose sono invece andate diversamente. Forse in virtù del bel fusto intagliato nel marmo bianco, forse per l’omaggio (raro) ai lavoratori delle campagne, forse per quel saluto romano levato al cielo ma con il braccio sinistro, nessuno ha mai avuto da ridire sulla sua presenza in una pubblica via di uno storico quartiere come il Borgo. Anzi, ogni volta che è servito, i restauri e le ripuliture sono sempre stati accolti con simpatia dai reatini.

Quello inaugurato stamattina è infatti solo l’ultimo di una lunga serie di ritocchi. Nel 2003 era stato lo studio romano Cosma a realizzare il precedente e in più di un’occasione era toccato intervenire per cancellare gli scarabocchi di improbabili graffitari.

Oggetto degli scherzi vandalici di scriteriati buontemponi sono stati a più riprese il dito medio e l’anulare della mano sinistra, spezzati a formare un paio di corna. L’idea era creare una rivisitazione a metà strada tra la dissacrazione della postura machista del protagonista - tanto cara alla cultura e alla retorica mussoliniana - e lo sberleffo ai passanti in transito davanti alla scultura, eretta a celebrare il lavoro agropastorale di fronte a quella che una volta era la “Casa del Contadino” perché, come ha ricordato il sindaco Antonio Cicchetti, vi si fermavano a riposare i pastori che tornavano con le greggi dalle campagne romane.

La prima volta che la statua subì l’affronto della mutilazione correva l’anno 1977. Erano i tempi della contestazione e dei movimenti extraparlamentari e proprio a uno di questi, gli Indiani metropolitani, fu ascritta l’azione che, oltre al taglio delle dita, vide il povero contadino “vestito” di jeans e camicia rossa. Il tronco venne dipinto di scarlatto e le gambe con il colore del denim, facendo dell’aitante modello una caricatura di dubbio gusto, ancorché in linea con i canoni anticonformistici di una certa area sociale del momento.

Si tratta probabilmente dell’atto esteticamente più significativo del Movimento del ’77 a Rieti. Forse il giovane agricoltore si fece una gran risata, perché già sapeva che quell’onda sarebbe passata, come prima erano passate tutte quelle che l’avevano preceduta, e perché era consapevole che ancora nel terzo millennio, nell’anno del Covid, avrebbe recuperato per l’ennesima volta la sua fiera bellezza per i secoli a venire.

ph Matteo Carrozzoni

 

11-09-2020

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