Giugno 2018

STORIE

LE LAVORATRICI DELLA SNIA VISCOSA RIETI

Nuovo numero di Didattica Luce in Sabina

Un ottimo lavoro quello svolto dalla redazione per il secondo numero del 2018 di Didattica Luce in Sabina dedicato alla storia delle donne che hanno lavorato alla Snia di Rieti, tutto da leggere e da ascoltare seguendo il filo logico del racconto e delle testimonianze leggi tutto 

“La nascita della fabbrica a Rieti fu stabilita da una convenzione, firmata a Roma davanti al notaio Francesco Stame in data 03 febbraio 1925, tra il barone Alberto Fassini, a nome della Cisa-Viscosa ed il Comune di Rieti, rappresentato dal podestà Alberto Mario Marcucci. Le perdite per la mancata riscossione dei dazi comunali sui materiali per la costruzione dello stabilimento, del villaggio operaio e per la cessione a titolo gratuito delle risorse idriche di cui la fabbrica aveva primaria necessità, furono il prezzo che il Comune di Rieti pagò per convincere il barone Alberto Fassini a localizzare l’industria delle fibre artificiali a Rieti in alternativa a Sulmona, Civitavecchia, Venezia e Viterbo.” Erano altri tempi quelli di cui ci racconta nella sua tesi di master, la prof. Annamaria Di Gregorio, portandoci sino al settembre 2006.

Una fabbrica che arriva e trasforma il territorio divenendo a volte Mamma altre Matrigna. Una fabbrica che si occupa di tutto, dalla culla alla tomba. Che costruisce case per operai e villini per la dirigenza, teatro, oratorio, chiesa, che controlla tutto e tutti, creando un ambiente di coesione, ricordato come ‘familiare’, con le befane ai bambini, i balli a Carnevale, le feste organizzate… “ Non paragonabile allo stile Olivetti – come ricorda la dottoressa Cacciani – innanzitutto perché il villaggio operaio viene realizzato assai prima come creazione di una comunità organizzata e perché solo in seguito l’imprenditore ‘illuminato’ intese obbligare a  studiare i suoi dipendenti, preoccupandosi di una loro evoluzione anche dal punto di vista culturale.”
Una fabbrica che però marchia anche olfattivamente la Città, cambiandone lo skyline, sconvolgendo la salubrità dell’ambiente, costringendo i lavoratori all’esposizione ai vapori di composti chimici  causa principale di malattie professionali, come ad esempio il solfocarbonismo che fra tutte era la più grave, con conseguenze cancerogene mortali. 

Per la prima volta le donne escono di casa e lo fanno non per le solite occupazioni apprese (sarte, modiste, ricamatrici, donne di servizio o bambinaie) ma per un lavoro inedito fino ad allora. “In quegli anni Rieti non conobbe la disoccupazione: tutti potevano lavorare alla Viscosa – spiega Roberto Lorenzetti, direttore dell’Archivio di Stato che sta portando avanti un’importante, immane, opera di recupero degli archivi di quella fabbrica sottratti al deterioramento totale - Prima di essere accompagnati al reparto, si entrava nell’ufficio del personale dove una impiegata apriva il tuo fascicolo che iniziava con la lettera con cui eri arrivato lì, e poi via via il tuo contratto, e nel corso della tua vita professionale, i ritardi, le punizioni e anche i licenziamenti quando ti comportavi male o decidevi di avere un figlio. E sì, in quel caso la Viscosa ti licenziava, ma era pur sempre una mamma e ti riassumeva quando tuo figlio era stato svezzato.” Ti puniva se ti comportavi male, anche quando si trattava di un peccato veniale come lo gettare dei gusci di noce lungo il viale e la multa era salatissima; così come ti premiava se riuscivi a risolvere i problemi  con un’idea brillante (come racconta Gabriella Rinaldi, lettera d’encomio e 20mila lire per aver trovato un escamotage che comprometteva l’importante analisi del rayon e del fiocco).

Arriva la fabbrica e  lo scontro generazionale è aperto, come sottolinea Egisto Fiori, Rieti viene invasa da tante ragazze con una mentalità diversa, arrivano da lontano ed hanno altri usi e costumi,  vivono sole in un convitto (sebbene nato proprio come struttura per loro tutelante). Tutto da’ adito al pettegolezzo, alimentato da quel muoversi su una bici, sbracciate e gambe al vento, abbigliamento disinvolto ed abituale dalle loro parti, non nella Rieti degli anni Venti.

All’Archivio di Stato tre delle lavoratrici ex Snia, nel corso della presentazione del nuovo numero, hanno portato anche in diretta la propria storia. La più applaudita Cesarina Castellani, lucidissima nonostante i suoi 90 anni “Partivamo da Maglianello in bicicletta con la neve, seguendo la scia dell’autobus, finendo spesso fuori strada e arrivando a volte sotto la pioggia, senza possibilità di bagnarsi. Dovevamo fare attenzione che non ci fosse nessuna sbavatura sul cono e sul filo. Sono sempre stata al reparto dei coni, non ho lavorato in altri reparti.” Alla Snia trovò l’amore ed un marito.

Dopo di lei Giselda Simeoni “Parlavamo molto tra di noi di qualunque cosa anche questioni familiari. Per me la Snia è stata come una famiglia certo, non conoscevo tutti, ma volevo bene a tutti». E poi il ricordo di Giselda va alle molte attività ludiche che ruotavano attorno alla fabbrica. In primis una squadra di calcio che “militava in serie C e c’erano delle grandi partite di pallone”.

Conclude le testimonianze ‘live’ Marisa Giampietri “Ero giovane ed avevo anche un certo timore di sbagliare di fronte a tutte quelle macchine. Il momento più critico era l’avvio ovvero quando si doveva preparare la cosiddetta focaccia per metterla in macchina.” Il tempo vissuto come operaia la condurrà fino alla cassa integrazione del 1976.

Di diverso avviso rispetto al clima nostalgico è Rosalba Folci, i suoi capelli ricci e ribelli come ricorda nel contributo video, erano già attraversati dal vento della ribellione, ma siamo negli anni ’70. Pur essendo impiegata mangia in mensa con gli operai, raccoglie i loro commenti, gira in minigonna, si rifiuta di indossare il grembiule, si sottrae ad una sorta di controllo esercitato anche al di fuori dei cancelli. E’ il momento delle prime battaglie per la ventilata chiusura della fabbrica, 1300 operai manifestano ferocemente. E’ l’unica nelle varie interviste registrate e presentate nel numero interessantissimo che seguirete su in questo link a definire ‘falso’ il sistema organizzativo ed assistenziale vigente.

Ci piacerebbe raccontarvi minuziosamente il lavoro svolto tra gli altri da Egisto Fiori, Francesco Aniballi e Andrea Scappa ('ganci' i fratelli Lafiandra), oltre che dalle collaboratrici dello stesso Archivio Maria Giacinta Balducci e Liana Ivagnes sotto la supervisione della dottoressa Patrizia Cacciani, responsabile della didattica dell'istituto Luce

Qui sotto un piccolo assaggio dei loro interventi, r per le interviste registrate invece... cliccate qui

 

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