Giugno 2020

LE BASI PER LA RIPARTENZA

Smuovere l'economia in tempo reale

società

(di Massimo Palozzi) La cosiddetta “fase 3” è iniziata, ma lo ha fatto in maniera incerta e con un’andatura claudicante. Abbiamo capito che la ripartenza sarà un processo: quanto lungo è difficile pronosticarlo, dipenderà dall’evoluzione dei contagi. L’unico dato attendibile suggerisce che dovrà basarsi su interventi concreti e tempestivi per smuovere l’economia in tempo reale. Come? Intanto mettendo in circolazione le risorse già appostate e quindi disponibili per un impiego immediato.

Alla scorsa estate risale ad esempio il finanziamento di 189 milioni di euro per l’edificazione del nuovo ospedale di Rieti. È passato un anno e siamo in ritardo. Quei soldi vanno spesi subito, se del caso attraverso procedure speditive cui la politica non può sottrarsi. Oltretutto si tratta di un’infrastruttura necessaria, non di un mero espediente keynesiano che da solo giustificherebbe comunque il sollecito avvio dei lavori.

Stesso discorso per la messa a norma delle scuole, la ripresa dei cantieri della ricostruzione post-terremoto e l’adeguamento della Salaria, che con la fine del lockdown ha già reclamato un pesantissimo tributo di sangue.

Procedure agili non significano evidentemente procedure opache o, peggio, irregolari. Perfino i più integralisti cultori della materia si sono pronunciati per un ammorbidimento del Codice degli appalti, almeno per le opere strategiche. Attenzione però alla tentazione opposta. Il precedente di Genova, con il ponte Morandi tirato su a tempo di record (per gli standard italiani) grazie agli affidamenti diretti sotto la guida di un commissario plenipotenziario, non può diventare il parametro di riferimento per saltare qualunque presidio a garanzia della trasparenza delle gare, della correttezza delle aggiudicazioni e della leale concorrenza. Ma anche dell’efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa.

Il pasticciaccio dei milioni di mascherine comprate dalla Regione Lazio con criteri d’urgenza autorizzati dall’emergenza epidemiologica, rivolgendosi a fornitori non proprio in possesso di requisiti impeccabili e mai giunte per intero a destinazione, sta lì a dimostrarlo.

La semplificazione delle incombenze che gravano sulle stazioni appaltanti non è dunque soltanto a rischio corruzione e va perciò applicata con cautela e discernimento. Dall’Unità d’Italia alla Repubblica, passando per il fascismo quando prosperavano protette dalla censura, le corruttele hanno avuto modo di inquinare il tessuto sociale e di conseguenza vanno combattute con la massima determinazione. Pensare però di estirparne le radici con l’ingarbugliamento dei moduli procedimentali e con le superfetazioni normative è come confidare di vincere i cento metri piani calzando gli scarponi: semplicemente non funziona. Poi, chiaro, chi sgarra va punito, ma questa è un’ovvietà.

Peggio delle frodi sono, se possibile, l’immobilismo e la mancata assunzione di responsabilità, due manifestazioni della burocrazia tipicamente indotte dalla farraginosità del sistema delle regole. L’esperienza insegna come la proliferazione degli adempimenti favorisca il rimpallo di competenze e come la cessione di sovranità sulle singole materie a comitati, commissioni intersettoriali, conferenze di servizi non di rado finisca per risultare funzionale a una defatigante dilazione dove trionfano gli indecisi a tutto.

In un articolo pubblicato tempo fa su Wired, il deputato reatino Alessandro Fusacchia ha descritto molto bene il fenomeno. In Italia si producono troppe leggi e malfatte. Quasi sempre sono interpretabili con ampio margine di discrezionalità da chi le deve applicare. Così la burocrazia ha modo di contribuire con il suo carico di cautele e lentezze, mentre la politica può vantarsi di aver legiferato, sebbene nel peggiore dei modi, alimentando quello che a giusto titolo viene chiamato lo sport nazionale: il ricorso al Tar.

C’è poi la questione delle competenze, nel senso di capacità e conoscenze, tornata prepotentemente di attualità nel Covidico (geniale neologismo coniato dallo scrittore Stefano Massini per descrivere l’era della pandemia virale). Fusacchia auspica che la pubblica amministrazione venga innervata da saperi allargati rispetto a quelli tradizionali e sappia al contempo valorizzare le professionalità interne senza la sclerotizzazione della gerarchia. Come non essere d’accordo? Eppure la realtà racconta altro.

Ad aprile il Comune di Rieti si è compiaciuto di aver pagato da inizio epidemia 4 milioni e centomila euro, accelerando la liquidazione di molte fatture ai fornitori. Era però giustificata la punta di vanteria trasfusa nel comunicato fatto circolare per le redazioni? Il messaggio dice infatti che in condizioni estremamente critiche, con personale ridotto e mille imprevisti da fronteggiare, l’ente sia riuscito a saldare con rapidità i suoi creditori. La domanda sorge allora spontanea: perché questa stessa rapidità non si registra nell’ordinario, in tempi normali, senza la pressione del coronavirus e con tutti i dipendenti a disposizione? Ci si ricorda della buona politica solo quando scoppia una catastrofe sanitaria?

Più di recente ha suscitato scalpore la nota del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati secondo cui negli ultimi due anni la Asl, su 199 incarichi legali, ne ha conferiti ben 171 a professionisti non di Rieti. Una prassi pienamente legittima sul piano formale, quanto urticante su quello sostanziale. A maggior ragione se inquadrata in un ambito macro nel quale le risorse vengono drenate invece di essere investite sul territorio. Lo studio di NOME Officina Politica sul saldo negativo del gettito fiscale è d’altronde illuminante delle ragioni per le quali da noi le promesse restano lettera morta o, nel migliore dei casi, in perenne attesa di esaudimento.

 

 

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