Agosto 2019

LA 'VITA VERA' RACCONTATA DA UN GIUDICE PER I MINORI

(di Stefania Santoprete) Ciò che rimarcavamo nel nostro editoriale a proposito della vicenda di Bibbiano e simili è che bisogna usare accortezza, nel trattare questo tema, non perché schierati secondo un colore di appartenenza ma perché in mezzo c’è vita vera ((LEGGI QUI) Per contribuire a studiare i meccanismi che regolano il mondo dei minori ed il rapporto con le famiglie ‘a rischio’ abbiamo incontrato Raffaele Focaroli giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Roma.

Che idea si è fatto di questa storia?

“No, perché intanto c’è una Procura che sta chiudendo le indagini e poi ci sarà un processo. Quello che viene fuori è allarmante, per correttezza di giudizio non solo giuridico ma sociale credo sia opportuno attendere”.

In riferimento a quanto accaduto questo nostro sistema giuridico dimostra di avere grosse falle, è blindato o talmente vulnerabile che un solo anello corrotto porta con sé gli altri?
“Se vogliamo cambiare il sistema di valutazione possiamo anche farlo, possiamo sempre discutere sul fatto che la filiera dell’iter valutativo potrebbe essere modificata, la ritengo però già garante. Prendiamo  il caso di un procedimento che si apra in sede civile al Tribunale dei Minorenni: abbiamo l’intervento del servizio sociale per indagini socio-familiari ed un quadro piuttosto definito della condizione del minore, ci sono le fasi di colloquio con gli psicologi, le fasi istruttorie con i giudici onorari (altro elemento di indagini e valutazione), infine c’è il provvedimento del giudice o comunque del Collegio. Se tutto questo funzionasse in modo regolare sarebbe rispettata la garanzia di tutela per il minore basata su numerosi riscontri. Potrebbe non esserci nel caso ci trovassimo dinanzi a dei professionisti che non lo sono. Un discorso questo che investe qualsiasi contesto professionale: dal medico, al magistrato, all’avvocato, all’operaio. Si è parlato molto della chiusura dei Tribunali per i Minorenni, ma se tutto fosse demandato alle sezioni speciali per la famiglia e per la tutela dei minori dentro ai Tribunali ordinari, io immagino sia sempre un’equipe valutativa ad entrare in campo. Anche quando abbiamo a che fare con genitori sui quali gravano indagini per pedofilia o violenza, non è netto ed istantaneo lo strappo dalla famiglia. C’è tutto un percorso basato su valutazioni profonde degli esperti e del Tribunale, si procede con circospezione tutelando il mantenimento del rapporto. Prendiamo il caso in cui la Procura indaghi su un genitore: prima di arrivare all’accertamento della colpa si stabilisce come debba essere conservato il rapporto con i propri figli. Ad esempio uno strumento utilizzato spesso, con l’aiuto dei servizi sociali, è quello degli incontri protetti o spazio neutro: si valuta  la pericolosità studiando la dinamica di relazione tra i due, ravvisando elementi che possano far emergere quel tipo di problematica. Il Tribunale per i minorenni decide in sede collegiale, durante una camera di consiglio: 2 giudici togati, magistrati, sono affiancati da 2 giudici esperti, selezionati tramite concorso nell’area della psicologia, pedagogia o della medicina, che svolgono la funzione giudicante. Insieme valutano le situazioni aperte sia in sede civile che in sede penale. Di solito al giudice onorario, giudice esperto dalle caratteristiche professionali più adatte, è delegato l’ascolto del minore: io sono uno di questi.”

Deve essere difficile non portarsi dietro certe situazioni una volta tornati a casa.“Per quanto possa essere tecnico il giudizio e quindi imparziale, fondato sulle carte, sullo studio di fascicoli, c’è sempre una componente emotiva che ti accompagna nell’espletare una professione come questa. Alcune volte è un pregio, ad esempio nel colloquio  con un bambino devi essere il più possibile empatico. La valutazione è poi obiettiva poiché hai a che fare con la sua tutela psicofisica,

 devi allontanarlo da una possibile condizione di pregiudizio. Nelle Camere di Consiglio le decisioni non si prendono a cuor leggero. Sono decisioni ragionate, la discussione e il confronto dura ore, questo è il mio terzo mandato ed ho sempre avuto a che fare con professionisti molto scrupolosi ed attenti.“

Quali sono i casi affrontati?“I procedimenti sono civili e penali, in quest’ultimo caso se il ragazzo ha 16 o più anni va sotto processo. Abbiamo come obiettivo non tanto la punizione, quanto la rieducazione del soggetto, viene spesso utilizzato l’articolo 28 ‘la messa alla prova’. Una volta commesso un reato se hai consapevolezza del problema che hai creato, il giudice sotto richiesta delle parti può anche sospendere il processo e applicarlo. Viene elaborato un percorso di rieducazione da seguire, dimostrando di raggiungere le tappe previste, con la funzione di reinserimento sociale, dopodiché il ragazzo sarà assolto. Una prassi che pian piano si sta introducendo anche nel modo degli adulti. Dal punto di vista civile invece i casi, su segnalazione della Procura, degli operanti della Polizia e dei Carabinieri o addirittura di un vicino di casa, si aprono sulla responsabilità genitoriale, la vecchia ‘patria potestà’, valutando se i genitori siano capaci di assumere tale funzione nei confronti dei figli. Vicende innanzitutto da approfondire dando incarico ai servizi sociali, i quali possono avvalersi di uno psicologo o di un educatore. Nei casi in cui si ravvisino contesti familiari o situazioni del minore socialmente deboli, ho spesso visto inserire  all’interno della famiglia delle figure educative che guidino il menage nella quotidianità. Spesso non c’è limitazione di quella che è la responsabilità genitoriale. A volte invece, per determinate decisioni è il servizio sociale ad intervenire, mentre in casi gravi si arriva  alla sospensione con la nomina di un tutore. Attraverso questi percorsi le situazioni sono ancora risolvibili, possono essere recuperate e si torna cos’ al ripristino della famiglia d’origine. E’ il caso ad esempio di due genitori che, per condizione di tossicodipendenza, non possono ricoprire consapevolmente il proprio ruolo: spesso il Tribunale nomina qualcuno che si occupi del minore, a volte senza nemmeno allontanarlo dalla famiglia. In caso invece del loro ricovero in strutture di recupero, mancando figure collaterali come nonni, zii, parenti affini, occorre trovare un luogo per il bambino, dal quale potrà rientrare nel caso di ritorno alla normalità del nucleo originario. L’allontanamento quindi, nonostante ciò che racconta la cronaca,  non è così frequente, è un caso ‘estremo’”.

Spesso sono i nonni le vittime innocenti di questo ‘strappo’I nonni sono essenziali nei procedimenti civili, escono di scena quando si accerta che abbiano fatto parte anche loro della condizione di pregiudizio con azioni non tutelanti.  Allora entrano in campo case famiglia, mai specificate dal Tribunale:  è il servizio che la sceglie basandosi su quelle già operanti.. Quanto è accaduto è una piaga del sistema che produce danni a chi lavora bene e con coscienza. Noi ci avvaliamo sempre di enti pubblici,  si ricorre a strutture private solo se quel tipo di servizio non è contemplato oppure se le liste d’attesa comportano tempi troppo lunghi.”.

Il caso che è rimasto nel suo cuore
“La storia bella l’ho vissuta il primo anno che entrai in tribunale. Ebbi il caso di una ragazzina con genitori presenti ma non capaci di accudimento, consenzienti all’affido. Mi ricordo che iniziò a piangere dinanzi a me; il bambino nutre attaccamento anche se si trova in una famiglia cosiddetta ‘disfunzionale’, il distacco non è mai percepito come tutela. Per attutire quel momento drammatico  le diedi il numero del mio cellulare. Aveva la stessa età di mia figlia ed il fattore emotivo incideva, è un gesto altrimenti inusuale. Le dissi di chiamarmi nel percorso che andava ad affrontare, qualora avesse avuto bisogno di qualcosa. Dopo 4 anni arrivò una telefonata in cui una vocina femminile mi chiese se mi ricordassi di lei.  Esortando qualche indizio ricollegai: aveva un problema, i genitori biologici non le permettevano di andare in gita e serviva un’autorizzazione firmata, risolvemmo tutto nella stessa giornata. Se ne parla ancora in Tribunale. La mamma affidataria mi confidò  ‘Porta sempre dentro l’astuccio e con sé il biglietto che le ha dato’. Per me fu una bella soddisfazione:  le avevo offerto un punto di riferimento che le dava sicurezza.

E’ appena uscito un mio libro ‘Ai bambini non si raccontano bugie’ una guida educativa per bambini, ragazzi e famiglia. La maggior parte dei ragazzini convocati a colloquio con i giudici, spesso non ha piena coscienza di ciò che sta accadendo: io tento di spiegarglielo . Passaggio dopo passaggio delineo le figure che intervengono e le situazioni di allarme che debbono essere denunciate parlandone con qualche adulto nel momento in cui diventano pericolose.- Sarà presentato prossimamente.”

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