Novembre 2020

SALUTE

LA RABBIA DI UN MEDICO "SOLO E ABBANDONATO DALLE ISTITUZIONI IN MEZZO AL CAMPO DI BATTAGLIA"

"Domani qualcuno dovrà pagare... è una promessa"

salute, sanità

(di Chicco Costini) In questi giorni stiamo assistendo sulla grande stampa nazionale, ad un attacco diretto verso i medici di base, colpevoli, ad opinione di politici e opinion leader, di non curare i pazienti covid a casa, di non prestarsi, entusiasti per effettuare i test rapidi nei loro ambulatori, di non rispondere al telefono di pazienti preoccupati.

E’ interessante che questa aggressione provenga dalla stessa classe politica che non più di un anno fa ebbe a dichiarare, per bocca dell’allora sottosegretario Giorgetti, che i medici di base erano inutili, e che nessuno andava più da loro. In pochi mesi gli “inutili” medici di base sono diventati i principali colpevoli della drammaticità della seconda ondata pandemica, i responsabili del sovraffollamento dei pronto soccorsi, ed hanno sostituito la movida nelle classifica dei rei di questa epidemia. Una classe politica e dirigente indegna, che non ha saputo utilizzare la parziale tranquillità dei mesi estivi per organizzare una risposta concreta alla recrudescenza pandemica (prevedibile e prevista), non trova di meglio che additare la medicina territoriale, da decenni reietta della sanità pubblica, a loro totalmente sconosciuta (chi fa parte dell’oligarchia non va dal medico di famiglia, chiama al telefono i professoroni a cui da del tu, anche per l’influenza), come la principale responsabile del caos in cui stiamo vivendo in questi giorni. Colorano le regioni, litigano sui posti a tavola, aumentano e diminuiscono sulla carta i posti sui mezzi pubblici che rimangono sempre e comunque affollati, lasciano le scuole nel caos di chiusure e riaperture senza logica, ma i colpevoli dei morti, del caos nei pronto soccorso, è del medico di base che non vuole fare i tamponi o non risponde al telefono. Non basta neanche il sangue versato, le centinaia di colleghi morti perché infettatisi in ambulatorio, per far capire a questa classe dirigente indegna che un bel tacere sarebbe la migliore soluzione. E da medico di famiglia, al lavoro da marzo sette giorni su sette, dalle 7 di mattina a notte tarda, da mesi sottoposto ad una pressione mentale allucinante, solo ed abbandonato dalle istituzioni in mezzo al campo di battaglia di una guerra drammatica, sento montare dentro di me una rabbia profonda.

Ma il ministro Speranza, gli scienziati che quotidianamente affollano gli studi televisivi, il presidente Zingaretti hanno minimamente idea di cosa siano in questi mesi le giornate di un medico di famiglia? Il ricevere giornalmente decine di telefonate di pazienti che si sono ammalati, terrorizzati di dover affrontare il dramma che tutti i giorni vedono nei telegiornali, il doversi districare da una parte con una burocrazia ottusa, di una Regione che in questi mesi è stata solo capace di produrre decine di inutili procedure, spesso e volentieri in contraddizioni tra loro, e dall’altra con una malattia terribile e sconosciuta. Il dover intervenire su una patologia per la quale non esistono certezze terapeutiche, perché i vari virologi, epidemiologi, prodighi di consigli su come sedersi a tavola ed indossare una mascherina, non si assumono la responsabilità di produrre protocolli, anche sperimentali, da utilizzare a domicilio del paziente, salvo ripetere i mantra che è fondamentale iniziare la cura a casa, il prima possibile, è snervante. Salvo poi, ad ottobre, dopo mesi e mesi di appelli accorati dei medici di base, finalmente ricevere o produrre un protocollo regionale sulle terapie domiciliari, in cui di fatto ci si dice di usare la tachipirina, e di ricoverare il paziente se la saturazione scende sotto il 95%! Grazie lo sapevamo, ma questo non significa “curare a domicilio”, questo non significa medicina del territorio, significa solo aspettare e sperare che la malattia evolva in modo benigno, salvo mandare in ospedali che stanno esplodendo per mancanza di personale, i pazienti più gravi, costringendoli il più delle volte a degenze solitarie in gironi infernali.

E sì perché la classe dirigente di cui sopra, quella che punta il dito contro i medici di famiglia, non è stata in grado di assumere medici ed infermieri per rinforzare i reparti di prima linea, lasciando i colleghi, stremati dalla prima ondata, a dover affrontare l’esplosione della seconda ondata a ranghi ridotti e stremati. Ed il vituperato medico di base si trova nelle condizioni di dover in autonomia provvedere a sperimentare cure, sulle quali ha trovato notizia sul web, compiendo uno sforza formativo in itinere, senza guida, senza indicazioni. E contemporaneamente si deve anche occupare del tracciamento, perché nelle ASL non si sono occupati di rinforzare neanche questi settori, che sarebbero stati determinante per arginare l’epidemia, e ci si ritrova a doversi arrabattare tra tamponi scomparsi, referti che giungono dopo una settimana, pazienti lasciati in quarantena sine die, dimenticati da Dio e dalle istituzioni, certificati rilasciati senza riferimenti certi. Ma non basta perché ogni azienda, preside di scuola, capo ufficio si sente in dovere di inventarsi una certificazione particolare per la malattia, per la quarantena, per il rientro dal lavoro, e la frase magica rimane sempre la stessa: rivolgiti al tuo medico di base. E mentre ti arrovelli nei meandri di una burocrazia stupida ed inutile, chiami a casa il paziente malato, al quale hai dato una terapia, e sei “appeso” ad un saturimetro ed un termometro, nella speranza che non si aggravi, che non peggiori, perché sai che mandarlo in ospedale sarebbe un trauma ulteriore per lui e la famiglia.

E poi devi seguire gli altri tuoi pazienti, quelli non covid, che, nel frattempo, non sono guariti ma anzi si ritrovano nella condizioni di non poter più fare visite specialistiche, esami e che hanno solo in te un riferimento. E spesso sono pazienti anziani, cardiopatici, oncologici, comunque fragili che dall’oggi al domani hanno perso certezze e punti di riferimento, e tu devi sostituirti a specialisti ed ospedale. E poi gestire una campagna vaccinale antinfluenzale senza i vaccini, perché quella stessa classe dirigente di inetti, Zingaretti in testa, si è limitata ad andare a fare sproloqui in televisione, a mandare le letterine a casa dei pazienti, ma non si è preoccupata di fornire in misura adeguata i vaccini a chi li doveva fare. E per cui ti ritrovi a dover spiegare ai pazienti, che se non li vaccini è perché non puoi, perché con le poche scorte che avevi hai dovuto scegliere i più deboli, quelli che era più importante difendere, e che appena possibile cercherai di aiutare tutti. Perché a differenza dei professoroni e scienziati tv, per il medico di base il paziente non è un caso clinico, un numero in una statistica, non è una patologia ma è Mario, Giovanna, Carlo, un amico, il tuo barista, la tua vecchia insegnante, è una persona con cui hai un rapporto totale, e nei confronti del quale è molto più difficile mantenere la “freddezza” scientifica. Ed in tutto questo sei solo, perché la gran parte di noi non ha infermieri e segretari che ne coadiuvano l’azione, ma sei tu ed il paziente. Solo, senza protezioni, perché sei un libero professionista e nessuno te le fornisce, e soprattutto nessuno ti insegna ad usarle, ma va bene così, sei un medico e questa è la tua vita. Tu solo con i tuoi dubbi, le tue paure, le tue mille domande a cui devi imparare a rispondere, perché da solo dovrai scegliere e non puoi tirarti indietro, e non puoi sbagliare, perché un tuo errore potrebbe determinare la morte di una persona.

Per questo molti di noi hanno detto no ai tamponi negli studi, consapevoli che in nulla migliorerebbero il tracciamento (anche perché non sapremmo a chi comunicarli) ma rappresenterebbero solo un rischio di maggior contagio per gli altri pazienti. Per questo mi sale una rabbia profonda quando vedo qualche collega, che per essere “accolto” dallo show business pandemico, fa affermazioni gravi e prive di senso nei confronti degli altri medici, disegnando scenari che non esistono, se non nella narrazione di una certa classe politica. Rabbia ancor più profonda quando il collega è anche un sindacalista.

Perché chi vende la dignità professionale del nostro lavoro alla politica, è indegno di indossare un camice. Ora però c’è da fare il giro dei pazienti COVID, rispondere alle inutili mail della ASL, e non c’è tempo per altro.

Domani qualcuno dovrà pagare, e questa è una promessa…

24_11_20

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