a cura di Massimo Palozzi

Settembre 2019

IL DOMENICALE

LA POLITICA E IL RARO TALENTO DELLA COERENZA

politica

(di Massimo Palozzi) La mossa a sorpresa di Matteo Renzi ha sparigliato per l’ennesima volta le carte di una politica che, se non fosse così confusa, potrebbe anche apparire gradevolmente frizzante.

Non è ancora chiaro se e come a Rieti la costituzione di Italia viva, il nuovo soggetto dell’ex presidente del Consiglio, porterà smottamenti interni al Pd ed eventuali adesioni dall’esterno. Al momento tutto tace in ambito comunale, mentre non dovrebbero verificarsi scossoni né sul versante regionale, dove il consigliere Fabio Refrigeri sta con il governatore e segretario dem Nicola Zingaretti, né su quello nazionale, con il deputato Fabio Melilli saldamente in area Franceschini.

La vera novità potrebbe tutt’al più essere l’arrivo di Alessandro Fusacchia, reatino eletto all’estero con +Europa, ma in rotta con Emma Bonino per aver dato il suo voto di fiducia alla Camera al secondo governo Conte.

Non fosse stato per la clamorosa iniziativa di Renzi, a Rieti l’attenzione si sarebbe concentrata su altre manovre, certo meno eclatanti ma pur sempre significative per la dimensione locale. Negli ultimi tempi il barometro politico ha misurato ad esempio due scostamenti eccellenti nell’arco di pochi giorni: dapprima con protagonista il presidente della Provincia, Mariano Calisse, che ha deciso di prendere la tessera della Lega a poco meno di un anno dal suo insediamento; a seguire, con l’annuncio giunto martedì dell’adesione al gruppo di Fratelli d’Italia del consigliere comunale Antonio Tosoni.

La storia politica di Calisse lo descrive come uomo di destra idealmente vicino alle posizioni del partito di Giorgia Meloni, nonostante sia stato eletto sindaco di Borgorose nel 2013 e confermato nel 2018 con l’appoggio di una lista civica. La virata verso il Carroccio ha quindi avuto in un certo senso l’effetto di un colpo di scena, che la dice lunga sui riposizionamenti in corso sul territorio in vista dei prossimi appuntamenti con le urne.

Tosoni ha invece conquistato lo scranno in Comune due anni e mezzo fa nella lista di Forza Italia, partito di cui è stato anche capogruppo. Poi a maggio le prime avvisaglie di un forte disagio personale, che lo ha portato a dimettersi dalla presidenza della Commissione Bilancio e ad iscriversi al gruppo misto, fino alla recente ricollocazione nei ranghi di Fratelli d’Italia.

All’inizio del mese aveva tenuto banco la vicenda di Moreno Imperatori e del suo abbandono a Forza Italia per passare sotto le insegne di Cambiamo! Con Toti, la neonata formazione frutto della scissione del governatore della Liguria. La transizione ha assunto contorni grotteschi quando Forza Italia ha licenziato un comunicato per puntualizzare che Imperatori, attuale consigliere delegato ai trasporti, non poteva lasciare il partito di Berlusconi per il semplice fatto che da anni non ne fa più parte. Piccole beghe di provincia, insomma, che però danno corpo ad un interessante panorama.

Ufficialmente non ci sono alle porte competizioni elettorali. Per le politiche si dovrebbe votare nel 2023, anche se scadenza più azzardata non potrebbe esistere. Lo stesso per le regionali, mentre per le amministrative del capoluogo se ne parla fra quasi tre anni. Eppure si registra già un gran fervore. La Lega, innanzitutto, sta portando avanti da mesi con estrema determinazione la sua organizzazione sui territori.

Forza Italia una decina di giorni fa ha riunito i quadri dirigenti per tentare un (difficile) rilancio, dopo che lo strappo di Toti e i magri bottini elettorali hanno messo a dura prova anche le articolazioni periferiche della creatura berlusconiana.

Dal canto suo, Fratelli d’Italia sente il vento in poppa. Se su scala nazionale i sondaggi accreditano il partito intorno al 7%, questo dato risulta sicuramente più alto in provincia per una formazione che esprime, tra gli altri, un deputato e il vicesindaco di Rieti. È una realtà che ingolosisce adepti vecchi e nuovi degli eredi del Msi ma che la pone al contempo in fiera competizione con la Lega. Soprattutto per la scelta del futuro candidato sindaco del capoluogo, campo nel quale la concorrenza interna alla destra è ormai aperta e spietata. Forte del nuovo corso, il partito di Matteo Salvini aspira infatti ad occupare posti di potere in una zona del Paese dove si ricorda come un exploit pionieristico ma sostanzialmente velleitario (per l’epoca) l’elezione a consigliere comunale nel 1994 di un esponente dell’allora Lega Nord a sostegno del primo mandato del sindaco Antonio Cicchetti. In questo quadro il redde rationem si preannuncia dunque pirotecnico, complice la costante erosione di consensi da parte della Lega ai danni di FdI tra l’elettorato più giovane, messa in evidenza da un’inchiesta dell’Espresso pubblicata a marzo.

Detto del Pd alle prese con l’ennesima scissione, in posizione attendista si colloca il Movimento 5 stelle. Il lavorio di portavoce e militanti è ora tutto rivolto all’interno per spiegare ad una base frastornata genesi e prospettive di scelte piuttosto ardite sul piano identitario, ancorché coperte dall’approvazione postuma degli iscritti alla piattaforma Rousseau. A livello provinciale i grillini scontano pure un’atavica diffidenza tra correnti, certificata dalla freddezza con cui si sono sempre trattati i principali esponenti istituzionali espressi sul territorio: il deputato Gabriele Lorenzoni e la consigliera comunale candidata sindaco nel 2017, Lodovica Rando.

Tornando ai cambi di casacca, senza scomodare modelli illustri (si fa per dire), va ricordato che non siamo di fronte a chissà quale novità. Il Trasformismo come categoria politica nasce addirittura nel 1882 con il governo di Agostino Depretis, benché già trent’anni prima il Connubio Rattazzi-Cavour avrebbe potuto essere rubricato sotto lo stesso titolo. E non era nemmeno un vizio tipicamente italiano, se nel 1840 Giuseppe Giusti pubblica una delle sue poesie più famose, Il brindisi di Girella, con l’intenzione di mettere alla berlina i camaleonti della politica. Non a caso la sarcastica composizione è dedicata alle mille giravolte del principe di Talleyrand, passato alla storia come un abilissimo diplomatico per come seppe destreggiarsi tra la monarchia, la Rivoluzione francese e Napoleone, prima ancora che con i suoi interlocutori stranieri.

Ai tempi della tanto vituperata Prima Repubblica episodi del genere si manifestavano invece assai di rado. I partiti erano efficacemente strutturati e alla disciplina interna si accoppiava una maggior convinzione negli ideali rappresentati dal simbolo (oggi, al contrario, emblemi e sigle cambiano ogni tre per due). In altre parole, il passaggio dei singoli eletti da una formazione all’altra o, addirittura, da uno schieramento all’altro, avveniva con molta minore disinvoltura.

In simili circostanze si tira di solito in ballo la coerenza, talento che non alligna troppo nel mondo della politica e che è senz’altro un valore, seppur con le dovute cautele: Hitler e Stalin erano coerenti. Come Totò Riina e Gesta (o Dimaco, a seconda delle fonti), l’impenitente malfattore messo in croce sul Golgota accanto a Gesù.

Questo per dire che occorre particolare prudenza nell’indignarsi dell’incoerenza altrui. Perché il sistema immaginato dai padri costituenti prevede il divieto di vincolo di mandato per i parlamentari che, in quanto tali, rappresentano l’intera nazione e devono pertanto godere della libertà di aderire ad eventuali formule diverse da quelle che li hanno portati nelle istituzioni, se maturano convincimenti dissonanti nel corso delle vicende politiche. Le quali corrono a volte davvero veloci, soprattutto quando vengono fondati nuovi soggetti.

Il principio risulta diffusamente praticato anche ai piani inferiori, dove si svolge la politica di periferia (che è poi quella di prossimità) e dove sovente le preferenze continuano ad accompagnare in massa il capo carismatico di turno, a prescindere da dove questi si sposti nell’arco delle opzioni espresse dal panorama del momento. Nella stessa Rieti pacchetti di voti personali, itineranti in maniera all’apparenza acritica al seguito del leader di riferimento, si sono registrati spesso in questi anni, producendo un fenomeno di sicuro interesse per chiunque intenda indagare il grado di maturità dell’elettorato che, in democrazia, ha per definizione sempre ragione.

Ovviamente c’è pure l’altra faccia della medaglia, per cui se un eletto con un simbolo e un programma smette di riconoscersi in quel simbolo e in quel programma potrebbe (dovrebbe?) fare il bel gesto di dimettersi. È una questione di igiene politica, ma non di rado le situazioni sono più articolate di quanto si pensi, anche se nessuno ignora il diffuso e deprecabile malcostume dei voltagabbana per convenienza.

 

22-09-2019

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