Febbraio 2020

L'editoriale di Stefania Santoprete

La Mente Alveare

(di Stefania Santoprete) Quando anni fa mio padre tornò da una riunione associativa svoltasi in un’altra città e mi raccontò che presto sarebbe ‘scoppiata’ una rete che avrebbe messo in connessione ogni paese del mondo ed ognuno di noi avrebbe potuto formulare una domanda ed avere una risposta, io risi.  Quello che a voi può risultare banale, naturale, all’epoca appariva fantascienza. Immaginate un mondo senza smartphone, computer, smart tv, wifi... senza youtube, Netflix, Dazn,... senza social!  Eppure si tratta solo di una manciata di anni fa.
Quello che però era il sogno rivoluzionario di pochi visionari, rischia di diventare oggi un’arma potentissima dalla quale dobbiamo essere in grado di difenderci.
Soggiogati dalla facilità di acquisire qualsiasi tipo di informazione e soluzione, rischiamo di smarrire la consapevolezza di quanto sta avvenendo.
Ciò che si riteneva potesse rappresentare il mezzo più democratico a disposizione dei popoli, attraverso il quale ogni individuo avrebbe liberamente espresso il proprio pensiero, si è via via trasformato in un’oligarchia dai poteri astronomici.
Un accattivante acronimo riunisce le più grandi potenze dei nostri giorni: GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon).  Se ieri nella Silicon Valley lavoravano persone spinte da ideali suggestivi (l’utopia della possibilità di vivere in un mondo curato dalla tecnologia e unito in un pacifico modello di collaborazione), oggi il disprezzo iniziale degli esperti della tecnologia per l’autorità, la lotta al monopolio, l’esaltazione della concorrenza,  si è via via trasformata nella consapevolezza di una necessità: quella di non sprecare tempo od energie a farsi la lotta, diminuendo nel frattempo i guadagni. Una visione quindi ribaltata che spinge chiunque a non pensare di soppiantare i colossi come Google o Facebook ma di essere inglobati, acquisiti. Quindi, mentre nei mercati tradizionali coesistono Pepsi e Cola-Cola, in quelli tecnologici si tende ad avere una sola società dominante con tentacoli che si spingono ormai ovunque.  Una volta il nome di un’azienda ne definiva il contenuto, oggi Google - ad esempio - punta a realizzare automobili che si guidano da sole, a costruire telefoni e a sconfiggere la morte, Amazon da essere inizialmente store, produce serie televisive, progetta droni e offre soluzioni per il cloud. La frase spesso ripetuta dai pionieri dell’intelligenza artificiale “Non c’è nulla che non possiamo fare!” se da una parte apre le porte a milioni di possibilità  dall’altra provoca brividi al pensiero che potremmo ottenere il massimo dal nostro cervello se lo collegassimo direttamente ad uno artificiale! Chi è dentro a questo ‘sistema’ spiega come non ci si accontenti di modellare il futuro offrendoci solo comodità ed assistenza ma di influenzare il corso dell’evoluzione darwiniana.

Ci piacerebbe trattare l’argomento come fosse semplicemente fantascienza ma i segnali sono sotto gli occhi di tutti, già visibili se solo riuscissimo a preservare la nostra capacità critica...

Rischiamo di smarrire i nostri contorni individuali e, guidati dall’algoritmo, rimaniamo intrappolati in un percorso a senso unico che forza le nostre scelte dalle più piccole alle più importanti.  I colossi tecnologici sanno tutto ormai di noi:  gusti, scelte culinarie, mete di viaggio, idee politiche e dati personali che abbiamo consegnato in cambio del ‘tutto gratis’. Quindi in base a questo pensano, scelgono e decidono per noi.  In passato eravamo intolleranti nei confronti di sotterfugi messi in campo per influenzarci, persino in contesti commerciali. Con l’ascesa della tecnologia accettiamo un livello di manipolazione inconscia dei comportamenti senza preoccuparcene troppo. Parliamo di trasparenza, in realtà siamo vagamente consapevoli che ci stiano influenzando, ma non sappiamo ben spiegare come, né quando. Siamo sommersi da una quantità immane di informazioni, ci capitano tra le mani, al volo le captiamo, altre intuiamo una parola del titolo, spesso le condividiamo: diventando testimonial e garanti di argomenti che non conosciamo, a volte senza fondamento alcuno, solo per non digitare tre paroline su google accanto alla parola ‘bufala’ quantomeno per scartarne la possibilità.
La crisi di alcuni settori è determinata proprio da questo potere sconfinato che abbiamo consegnato nelle mani di pochi: parliamo ad esempio di crisi del commercio, con ricadute pesanti sul tessuto cittadino, ma poi, per comodità, noi tutti siamo pronti ad ordinare online anche un oggetto di uso comune; la stessa stampa fa i conti con lo strapotere del click. Catturare l’attenzione dei lettori è diventata materia complessa basata sull’uso di stratagemmi: un titolo creato ad arte, una foto provocatoria, un argomento di tendenza; rischia di passare i secondo piano il contenuto. Accade così che anche grandi testate si interessino di temi fino a ieri snobbati, pur di garantirsi una raccolta pubblicitaria ormai destinata ai grandi colossi attraverso i numerosi rami. La domanda fondamentale per la democrazia è le persone potranno ottenere le informazioni che vogliono nel modo che preferiscono? Sarà il mercato a regolare la questione? E con quali ricadute? Fin quando un algoritmo presenterà ai nostri occhi testi e video che si limitano a confermare pregiudizi già radicati in noi, proteggendoci da tesi contrarie quale sarà la nostra crescita?  Non c’è nulla di così romantico nel termine coniato di ‘mente alveare.’. Potremmo andare avanti per molto facendo concorrenza all’Orwell e al suo tono apocalittico ma non è quella l’intenzione.  Vorremmo spingere alla riflessione ed amplificare quanto detto al nostro raduno annuale come operatori dell’informazione, un’occasione offertaci dal vescovo Pompili in occasione della festività del nostro patrono San Francesco di Sales, che ha visto seduto al tavolo dei relatori Giovanni Floris (La7) conduttore del talk show DiMartedì, ma anche dello storico Ballarò. Stiamo perdendo fiducia nella potenza e nella capacità della parola, nel potere dello strumento culturale, nel saper comprendere i problemi "ognuno di noi ha possibilità di risolvere i problemi se ha strumenti per immaginare la soluzione dei problemi". "Noi siamo nel terremoto della semplificazione, non riusciamo più ad immaginare la realtà se non per facili capitoli contrapposti. L’ignoranza è l’impossibilità di capire e di farsi capire, non direttamente connessa quindi con gli studi fatti. E’ luogo comune ormai che sia vero solo quello che arriva in modo emotivo ‘di pancia’: in realtà è l’analisi profonda che ci aiuta a capire, a prevedere le conseguenze di ciò che si fa. Vedo subito il nemico, è quello che in qualche modo è differente da me: questa è l’incapacità di leggere la realtà". Consegna quindi alla scuola, diventata ormai un ufficio di collocamento, il suo ruolo di amplificatore del nostro futuro, il luogo dove attraverso la costruzione delle idee prende forma una nuova realtà. Ma ribadisce anche il peso della responsabilità individuale affidando un compito ad ognuno: approfondire, non cercare la via più facile, la scorciatoia per la comprensione. Tornando a quanto dicevamo, quindi, ci deve essere qualcuno che ci insegni a ragionare su ciò che ci circonda: fin quando ci sarà ‘consapevolezza’, nessuno potrà modellarci o condizionarci inconsapevolmente. Siamo chiamati alla ‘resistenza culturale’ che non è quella di rifiutare le comodità e le possibilità che l’Era tecnologica ci sta offrendo, ma quella di farne un uso critico, discernere, sottraendosi all’omologazione delle idee, resistere alla tentazione di prendere immediatamente una posizione, fermare l’ennesimo click di condivisione.

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