Agosto 2020

REGISTRO DI CLASSE

SPECIALE SCUOLA: LA MATURITÀ (S)FINITA E LA GENERAZIONE Z

scuola

(di Ines Millesimi) Da tanti anni partecipo alle Commissioni d’esame di Stato come esterna o come interna, e mai come in questo anno ho avuto la percezione della disfatta del sistema scuola. Il tema è complesso ma trovo efficace una battuta per riassumerlo: mancanza di senso della realtà. Ragazzi balbettanti, con vuoti disciplinari, blackout delle argomentazioni, vaghezza di contenuti, fatica di concentrazione, fatica nei collegamenti e nell’uso di competenze. Nella maggior parte dei casi i colloqui erano sottotono, come se la nuova prova senza scritti li avesse completamente destabilizzati. Proprio loro che smanettano con i videotelefoni e con il computer tantissime ore al giorno, consumano video e informazioni ma anche tanta spazzatura del web, sono crollati di fronte alla “scuola Covid-19” forzatamente digitale. Le loro presentazioni dei lavori erano realizzate senza amore, né fantasia. Il loro sviluppare collegamenti interdisciplinari e cercare di valorizzare i loro saperi restava qualcosa di forzato, senza consapevolezze, razionali e/o emotive. Quello che mi ha colpito di più era che mentre il mondo fuori richiedeva calore, solidarietà e speranza, il mondo dentro si raffreddava a causa dei dispositivi, frenava la voglia di fare, di apprendere, di impegnarsi. Alla domanda fatidica: cosa vuoi fare da grande? Le risposte erano: avvocato, medico, architetto, restauratore, grafico e designer. Ovviamente, insegnando in un Liceo Artistico, la risposta poteva essere coerente con l’indirizzo di studi. Ma mai mi sarei aspettata che tutti volessero continuare a studiare all’Università. Un solo studente ha dichiarato: voglio rilevare l’attività di mio padre e farla crescere, voglio fare in modo diverso il fabbro.

In quale mondo si collocano le professioni che ho sentito? Un mondo vecchio, che forse a breve non esisterà più nei modi in cui lo abbiamo sempre vissuto. E i genitori sono contenti, convinti per affetto di questa grande bolla, i desideri dei loro figli prima di tutto, consapevoli che sceglieranno città possibilmente lontane da casa e al Nord, case ammobiliate in affitto e dovranno affrontare tante spese

In quei tre mesi ho osservato il mondo della scuola che si congelava da un lato e dall’altro si rimetteva in gioco fino in fondo. Alcuni docenti erano a disposizione della comunità scolastica H24, tutti avevano i cellulari privati dei prof, i genitori inviavano messaggi e richieste agli insegnanti, i ragazzi pure, i prof correggevano compiti su WA visto che alcuni studenti non erano raggiunti dalla connessione, o non avevano il pc. Ho fatto una interrogazione in piazza ad aprile per consentire ad alcuni studenti di recuperare le insufficienze del primo trimestre. I rari passanti ci guardavano come gli anziani guardano i lavori in corso in una strada.

Durante il lungo confinamento i ragazzi facevano mappe concettuali che passavano ai gruppi classe via cavo, i coordinatori erano in continuo filo diretto con gli studenti con bisogni educativi speciali, i prof di sostegno si facevano in quattro per mantenere il rapporto didattico e relazionale con i loro studenti, tutti erano in ansia, compresi i genitori che manifestavano le loro difficoltà a vivere accanto ai figli così tanto tempo, turbati dai loro silenzi, depressioni, insofferenze.I collegi e i consigli di classe avvenivano in piattaforma, su Zoom e Meet, le comunicazioni correvano sul Registro elettronico e su Classroom, oppure su Collabora. Si inviavano lezioni con vocali sui cellulari, si davano compiti con i messaggi, si consigliavano visite guidate e docu-film che nessuno ha mai voluto vedere, si aprivano gruppi chat, alcune giornate calde di smartworking facevano crescere il nervosismo, i disturbi del sonno; si lavorava il triplo, sempre connessi e con gli occhi sempre più quadrati, secchi, con le palpebre che non sbattevano più. Nello stesso tempo si rivelava efficace quel lavoro dei docenti più comunicativi e che sapevano vivacizzare le loro spiegazioni con presentazioni, con navigazione nella rete, con un diluvio di immagini. Gli studenti connessi non entravano in ritardo né uscivano immotivatamente, restavano incollati, senza distrazioni da parte del compagno di banco come avviene in classe. Molti docenti hanno lavorato fino all’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola dispensando consigli, aiutando, sostenendo, incoraggiando.

Anche i corsi di aggiornamento sono stati fatti in remoto, così come la consegna delle tesine o delle relazioni da svolgere. Apparire in video per alcuni è stato imbarazzante, era delle volte stare allo specchio vedendo i propri limiti (espressione, postura, tono di voce). Le maestre si industriavano a raccontare favole in video ed a improvvisare a casa lavagne di ogni tipo, mentre i genitori scoprivano che la scuola è una gran fatica per chi la fa, costretti a seguire i figli a casa sia nei compiti che nelle video lezioni; e mentre i docenti, grazie ai tutorial, imparavano in 24 h quello che in anni di corsi di aggiornamento non hanno imparato, gli studenti delle superiori che facevano? Sono entrati in crisi. Prima hanno sottovalutato il pericolo Covid-19 esultando - come era prevedibile - per la chiusura delle scuole, poi hanno ricevuto i primi schiaffi dalla realtà, quella dura, che li vedeva assistere inermi ai drammi familiari quando i loro affetti venivano toccati. In quel tempo che li ha separati dall’affrontare de visu, in presenza, l’Esame di Stato, in quel “durante” durato 3 mesi hanno sofferto in modo silente. Hanno accusato la solitudine, il recidere forzato di amori, amicizie, frequentazioni; hanno vissuto l’impoverimento degli stimoli intellettuali chiusi in casa, o nelle loro camere.

Ora si affacciano veramente al futuro, ancora più incerto. Sono una generazione educatissima e perbene, attenta ai problemi ambientali, tollerante e democratica. Sono nati dopo il 2000, si chiamanoGenerazione Z, sono considerati pratici dell'uso della tecnologia, dei suoi pericoli e dei Social media, guardano i film su Amazon e le serie su Netflix, indulgenti verso loro stessi, sono consumatori e spendono. Molti giovani sostengono che mancano punti di riferimento saldi ed anche per questo motivo accolgono volentieri tutto quello che è più facilmente a portata di mano, rifiutando il sacrificio, l’impegno, la responsabilità. Si parla di “cultura dell’immediato”: al momento attuale va tutto bene ma nel giro di qualche anno potrebbe crollare loro il mondo addosso perché manca un progetto di vita. Ma cos’è questo progetto di vita dopo il Covid-19? Chi è che in grado di essere così visionario per dire dove andremo con pandemie, crisi economiche e crisi climatiche, con emigrazioni e immigrazioni?

A questi giovani dobbiamo lasciare aperta la strada e smetterla di pensare che il mondo andrà come lo abbiamo vissuto noi. A questi giovani che sono minoranza rispetto a 50 anni fa bisogna solo dire: “Vai, trova la tua strada, ma ricordati che niente è più facile”. L’Esame di Maturità serve ad affrontare prove più dure nella vita. Questo passaggio decisivo della post-adolescenza serve, eccome. Ed è un peccato aver sentito dire alla Ministra “tutti promossi se non in casi particolari”, solo pochi giorni dopo del lockdown. La vita vera non riserva aiutini per nessuno.

da Format Luglio/Agosto 2020

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