a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2019

IL DOMENICALE

LA LEZIONE DI NAZARENO STRAMPELLI (E DI LORETO MATTEI)

città, storia

(di Massimo Palozzi) Esattamente un secolo fa, nell’agosto 1919, veniva costituita la stazione fitotecnica di Foggia. Era la prima delle articolazioni previste nel decreto istitutivo dell’Istituto nazionale di genetica per la cerealicoltura (Ingc), fortemente ispirato da Nazareno Strampelli nell’ottica di un ampliamento degli studi sulle nuove colture da lui condotti a livello quasi pionieristico.
A quel tempo lo scienziato marchigiano era direttore della Regia Stazione sperimentale di granicoltura di Rieti e la sua lungimiranza di studioso lo portava ad allargare il campo di ricerca verso terreni diversi per composizione e incidenza climatica. Forzando un po’ la storia, è possibile tuttavia che all’esigenza accademica si affiancasse un moto personale di insofferenza al contesto di Campomoro e dintorni, che di rimbalzo riappare da un secolo all’altro in forme ancora singolarmente attuali, per quanto non del tutto inedite.
Un recente saggio di Marco Guardo su Loreto Mattei, divulgato in questi giorni su Format da Gianfranco Formichetti, ci ricorda come già nel Seicento il poeta dialettale conosciuto per essere il cantore innamorato della sua città avesse invece composto
sotto forma di sonetto un’invettiva letteraria di rara perfidia contro Rieti e i reatini. Gli esperti dicono che si trattò in fondo di un dotto divertissement, un esercizio di stile tanto per mostrare l’abilità nel sostenere una tesi e il suo contrario, ma è un indizio da non sottovalutare nel prosieguo di questa lettura.
Dagli ormai sfioriti splendori degli anni Settanta, il leitmotiv che ha accompagnato le ultime generazioni di reatini può essere descritto come una medaglia a due facce: su un lato si trova raffigurato il rimpianto per le chiusure e le sottrazioni, gli “scippi” come spesso sono stati definiti (dalle fabbriche alle rappresentanze più o meno istituzionali come la Banca d’Italia, l’archivio notarile, la sezione distaccata del tribunale di Poggio Mirteto); sull’altro, un po’ più sbiadita, è incisa la chiamata alle armi per salvare con alterne fortune le dotazioni disponibili: dall’ospedale all’università, passando per il tribunale e la Camera di commercio, senza pretesa di esaustività.
A fare da filo conduttore la sensazione di venire considerati cittadini di serie B. Figli di un dio minore costretti a mobilitarsi al massimo per difendere l’esistente senza mai riuscire ad ottenere qualcosa di ulteriore: il raddoppio della Salaria, la ferrovia per
Roma, lo sviluppo del comprensorio sciistico terminillese, le eterne incompiute tipo Rieti-Torano e Rieti–Terni sono tutti ben noti capitoli del grande libro dei desideri non esauditi.
Colpa del destino cinico e baro? Fino a un certo punto. Sarà forse per quel tratto antropologico che noi stessi ci riconosciamo (ora persino con il suggello di Loreto Mattei) o per semplice desuetudine, ma quando le novità positive seppur raramente arrivano, invece di accoglierle con disponibilità, la prima reazione è spesso di diffidenza se non di pura avversione.
Chi ha i capelli bianchi ricorderà come il tracciato reatino della superstrada Rieti-Terni venne autorizzato con dimensioni più contenute rispetto al progetto originario a seguito degli interventi della magistratura condotti nel nome di valori di tutela ambientale sicuramente avanzati e per molti aspetti apprezzabili, ma che nella realtà hanno determinato un’opera comunque di forte impatto sul territorio e al contempo piuttosto costretta dal punto di vista della fruibilità. Soprattutto in prospettiva, quando l’arteria sarà finalmente completata mettendo in comunicazione diretta il versante laziale con quello umbro.
Dal canto suo, il nuovo penitenziario di Vazia, in funzione da dieci anni, fu preceduto da aspre polemiche poiché i contrari temevano che quello che era stato ribattezzato “supercarcere” potesse ospitare molti detenuti anche per crimini gravissimi, attirando di conseguenza un pericoloso sottobosco delinquenziale di risulta. Alla fine la casa circondariale è stata realizzata con criteri assolutamente compatibili con la realtà circostante, mentre i problemi, che pure non mancano, sono più che altro dovuti al sovraffollamento dei ristretti e all’inadeguatezza del numero di agenti che vi prestano servizio. Ma questo è un altro discorso.
Di grande attualità resta invece la disputa sugli impianti di smaltimento controllato dei rifiuti che dovrebbero sorgere in città e nel circondario attraverso centrali a biogas. Qui le preoccupazioni delle popolazioni interessate sono comprensibili, ancorché a volte non sostenute dalla pienezza delle evidenze scientifiche. L’argomento è comunque delicato e merita di essere trattato con cautela e assoluto rigore, nel pieno ossequio del mai troppo invasivo principio di precauzione.
Arriviamo infine al nuovo ospedale, che dovrebbe rimpiazzare l’ormai vetusto “San Camillo de Lellis”, segnato dal tempo e dal terremoto.
La Regione ha appena annunciato un finanziamento record di 189 milioni per costruirlo, mettendo a disposizione dei reatini il più cospicuo investimento mai fatto nella storia della sanità pubblica provinciale. La reazione generale è stata di incondizionata approvazione. Se un dato di perplessità resiste, esso deriva dall’incredulità per un “regalo” di tale consistenza, alimentata dalla purtroppo conclamata incapacità di portare a termine opere importanti in tempi ragionevoli. Dal modesto ascensore di piazza Cesare Battisti ai menzionati collegamenti stradali, il cahier de doléances è davvero ricco di spunti.
Tra i mille commenti si sono registrati però pure quelli di chi pensa che il nuovo ospedale sia un’opera inutile, se non addirittura uno spreco di soldi o, peggio, la via per arricchire qualcuno, magari in maniera poco limpida.
A prescindere dalle condivisibili preoccupazioni per una gestione lineare degli appalti, traspare da questo atteggiamento un modo di relazionarsi allo sviluppo locale che riflette una mentalità fermata su carta cent’anni fa proprio da Nazareno Strampelli. In una lettera datata 25 febbraio 1919 indirizzata al fratello di Carlo Schanzer, ministro del Tesoro del governo Nitti, il famoso genetista spingeva affinché come sede dell’Ingc fosse scelta Roma al posto di Rieti con le seguenti argomentazioni: “Troverà perciò anche giusto l’espresso mio desiderio di togliere quel carattere regionale che attualmente ha questa istituzione nel suo nome di Stazione sperimentale di granicoltura di Rieti. Ecco perché io mi permetto di proporre che con il denaro che il nostro Ministero mercé il suo interessamento ha ottenuto dal Ministero del tesoro retto dall’illustre suo fratello si voglia istituire un istituto centrale di cerealicoltura sperimentale con sede a Roma. A tale istituto secondo me dovrebbero essere annesse delle stazioni di ricerca e di sperimentazione (nel numero richiesto dall’opportunità dei lavori) fra le quali principalmente quella di Rieti, ambiente mirabilmente adatto alla creazione del materiale genetico per l’Italia centrale e settentrionale. Altri ambienti di lavoro potrebbero essere Foggia, la Sicilia, la Sardegna”.
Prevaleva, evidentemente, in Strampelli l’anelito a raggiungere le migliori condizioni per il suo lavoro. Ma chissà che dietro alla richiesta di “togliere quel carattere regionale” al costituendo Istituto di ricerca (oggi avremmo detto “sprovincializzare”) non si annidasse il ricordo degli anni difficili trascorsi a Rieti, a cominciare dalla direzione della cattedra ambulante sperimentale di Granicoltura istituita nel 1903 con la dotazione di un fondo di 7500 lire e di appena uno sgabello in legno, tuttora conservato come cimelio. O peggio, che il celebrato cattedratico e futuro senatore non fosse sollecitato dalle numerose critiche, provenienti dagli stessi coltivatori, per il fatto che i nuovi cereali che andava creando con l’allora rivoluzionaria tecnica dell’ibridazione venivano visti come una minaccia al grano “Rieti originario”, diffuso tra tutti i contadini della zona e al momento il più apprezzato.
Non fu un ostacolo da poco. Nel 1923 l' "Unione Produttori Grano da Seme” decise addirittura di cambiare nome in “Unione Produttori Grano da Seme Rieti Originario” e di espellere chi coltivava le specie nuove, sebbene scarso successo riscosse il parallelo tentativo di migliorare il “Rieti” attraverso metodi tradizionali.
Ancora nel 1931, nel pieno della “Battaglia del grano”, le resistenze all’introduzione nel Reatino delle nuove sementi erano così forti da meritare una nota di biasimo da parte dello stesso Mussolini per la scarsa produttività della provincia.
Si trattò in ogni caso di schermaglie di retroguardia, destinate a cedere di fronte alle potenti innovazioni introdotte dall’eminente professore: nel 1939, il 90 per cento del frumento coltivato a Rieti apparteneva alle “Sementi Elette” di Strampelli.
Come accade alle menti illuminate e nonostante le resistenze iniziali, la sua visione era risultata strategicamente vincente. Forse sacrificando la purezza di un grano originario, ma aprendo la strada ad un oggettivo progresso nella resa dei campi e nella qualità degli alimenti.
Al di là della vicenda specifica, quelle valutazioni di Strampelli sulla dimensione ristretta della nostra realtà continuano ad interrogare oggi con l’urgenza di allora. Tanto più in quanto espresse senza pregiudizi da una personalità che amava Rieti e che deve essere ricordata come benemerita.
Le parole della lettera al fratello del ministro non vennero infatti vergate con l’aura poetica di un Loreto Mattei a cui si può concedere il beneficio del dubbio esegetico per qualche intemperanza artistica, ma con la fredda schiettezza dell’uomo di scienza. Scevre quindi da ogni circospezione di maniera e capaci per ciò solo di impartire una lezione attualissima ad un intero popolo che, a distanza di un secolo, sembra a volte ancora confinato negli angusti limiti di quel suo efficacemente evocato “carattere regionale”.


04-08-2019

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