Novembre 2020

STORIE

LA LETTERA: LO SCONFORTO E LA SOLITUDINE NELLE CASE FAMIGLIA

società

E’ un grido d’aiuto, arriva a tutte le redazioni per smuovere le coscienze e alzare il velo su una realtà sottovalutata in questo periodo.

“Spettabile redazione volevo porvi una riflessione, inerente allo stato di depressione in cui vivono le persone che come me alloggiano in una casa famiglia. La mancanza dei familiari che non possono più vedere e  l’interruzione delle relazione con i propri cari è deprimente sotto l’aspetto psicologico”

Parliamo con l’autore della lettera, Mariano, da sempre conosciuto perché persona attiva sul territorio a capo dell’Atev o come vigile in carrozzina, l’impatto del distacco vissuto per tanti mesi, chiuso in una stanza,  trapela da parole piene di sconforto “A volte ti vien voglia di mollare tutto…” Ci descrive come con lui ci siano altri ‘reclusi’ e di come si registri un peggioramento delle patologie ogni giorno “per via di questa maledetta pandemia che sta uccidendo tutti, anche se dove sono io il Covid 19, non è entrato nella prima fase e nemmeno ora. Nelle strutture si va comunque verso una morte lenta perché per le persone anziane il contatto fisico è molto importante”. Spiega come sia difficile da accettare di non vedere più i propri cari e come l’età avanzata, a volte, non permetta di comprendere il perché di tanto distacco, si rischia “di morire lentamente senza vedere chi ci ha amato per sempre”, d’inedia e solitudine.

Un senso di grande ingiustizia è quello che trapela, arrivare al termine di un’esistenza in cui molto si è dato senza poter avere indietro un briciolo di ciò che si meriterebbe e a cui tutti aspirerebbero, avere ancora la possibilità di sentirsi ricordati ed amati.

Non sappiamo in che modo si possa coniugare per queste categorie ‘fragili’ sicurezza e solidarietà, ma sentiamo forte  l’esigenza di dover fare qualcosa.

18_11_20

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