Dicembre 2018

LIBRI

LA GRANDE GUERRA

Personaggi ed Eroi della Sabina

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“Dispiaceva nella ricorrenza dei cento anni farsi trovare impreparati per una guerra che non conoscemmo, riguardante comunque le nostre famiglie” Così Antonio Cipolloni presenta il nuovo lavoro dato alle stampe “Personaggi ed Eroi Sabini nelle Prima Guerra Mondiale”, un tema non facile da approfondire, una ricerca assai laboriosa Non essendo all’epoca Rieti Provincia, tre i distretti militari da interpellare (l’Aquila, Orvieto, Roma), lavorando poi sui fondi della biblioteca e dell’Archvio di Stato. “Non volevo un asettico elenco dei morti, ma mettere in evidenza, elencandole, medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Approfondendo in modo particolare l’organizzazione don Minozzi un’intuizione brillante nel periodo del fronte, sia dal punto di vista caritatevole che sociale. Don Giovanni, che ebbi il piacere di intervistare al fianco di Pileri, saggiandone la tempra, fu dapprima Cappellano su un treno Ospedale e, successivamente, col Barnabita Padre Giovanni Semeria al fianco dei giovani orfani di guerra.” La guerra lo vide Cappellano nell’Ordine di Malta, poi, inserito nell’attività dello Stato maggiore dell’Esercito con a capo il gen. Cadorna e successivamente, il gen. Diaz. Comprese immediatamente che i soldati che dalle trincee riparavano in seconda linea, feriti, dolenti, sfiduciati per una guerra che non comprendevano pienamente, avevano bisogno di un conforto che non fosse solo materiale. Iniziò con un piccolo gesto don Minozzi, le bibliotechine negli ospedali da campo: libri donati dai suoi amici intellettuali. Ne aprì ovunque riuscisse ad arrivare e nonostante non avesse un soldo, il materiale veniva miracolosamente reperito. Nacquero poi le Case del Soldato alla Fronte.“Necessitava ai soldati, dopo lunghi periodi di trincea - scrive Cipolloni - tra fango, neve  e ghiaccio, un ristoro accogliente, quasi famigliare, al caldo. Erano luoghi in cui farsi scrivere o leggere una lettera, scoprire il cinematografo, ove poter sfogare ansie, paure, contrarietà, riposando e conversando con gli amici commilitoni.” Le Case, per la travolgente iniziativa di Don Minozzi, nell’ottobre del 1917, erano salite a 242. Dopo Caporetto furono 500. Basate sulla solidarietà, dovevano essere intese come testimonianza dell’amore, la gratitudine nei confronti di quei coraggiosi combattenti, tra difficoltà fisiche, materiali e morali, per la Patria. I ragazzi partiti analfabeti iniziarono a familiarizzare con i libri, la scrittura, impararono, crebbero: tornarono migliori dal punto di vista intellettuale, un’operazione di istruzione capillare non indifferente e destinata proprio alle fasce più bisognose. Quasi una ‘terapia’ di supporto alla motivazione stessa dei soldati. Padre Semeria, personaggio genovese, abbastanza rivoluzionario, diventò il compagno ideale per don Minozzi. Al termine della guerra quando il frate chiese quale sarebbe stato il loro futuro, il sacerdote con acume programmatico e visione illuminata gli ricordò l’enorme lascito di responsabilità umana che i morenti avevano consegnato nelle loro mani durante la confessione prima di esalare l’ultimo respiro. “Chi avrebbe pensato ai tanti bambini lasciati dai caduti in guerra, senza padri e senza casa,  disseminati soprattutto nell’Italia del Sud e nel Centro?” Nasce così la prima casa ad Amatrice, per orfanelle, quella che abbiamo così spesso nominato dal sisma in poi, dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Subito dopo fu costituito l’Orfanotrofio maschile nel quale vennero realizzate officine e scuole per centinaia di ragazzi abbandonati e raccolti ovunque. L’Opera si estese in tutta Italia grazie alla collaborazione di tanti Istituti religiosi già esistenti.  Le sovvenzioni arrivavano dall’America attraverso un comitato permanente italo-americano. Da Amatrice partirono anche le Scuole Professionali quelle che insegnavano ‘il mestiere dell’artigiano’, antesignane di quell’Avviamento Professionale che lo Stato realizzerà in seguito.  Oggi quelle Case sono sparse nel mondo e la sua opera continua, ininterrottamente. Comprensibile come sia in atto la Causa di Beatificazione per don Giovanni.

L’altro personaggio focalizzato nel libro di Cipolloni, ‘incontrato’ per l’occasione è il gen. Settimio Piacentini di San Polo di Tarano . Fu chiamato per la predisposizione logistica dell’entrata in guerra dell’Italia come Sovrintendente Generale, poi come Comandante del 1° Corpo d’Armata nel Cadore, e Comandante del Corpo Speciale di Albania. Dopo aver completato i lavori di trinceramento del porto di Valona fu richiamato nel 1916 al Comando di due Divisioni per l’offensiva austriaca nel Trentino. Guadagnò sul campo la medaglia d’Argento al valore per l’azione svolta nelle prime linee “nel lungo ed efficientissimo lavoro di preparazione morale e materiale a sostenere vittoriosamente con le sue truppe, l‘urto di grande offensiva nemica. Monte Grappa 15 giugno 1918”

“Ci sono cose che a scuola non ci insegnano - racconta Cipolloni che non smette mai di stupirci per la lucidità dei ricordi ed una curiosità mai sopita - ma dal novembre del ‘18 e quello del ‘21 ci fu una sorta di indifferenza generale o addirittura risentimento nei confronti di chi aveva combattuto: fatto che amareggiò il generale, al punto da  decidere di non prendere parte alla Cerimonia a Roma del Milite Ignoto, momento tardivo di glorificazione della Vittoria.”  Le spoglie del milite facevano sosta in ogni stazione del percorso tra Aquileia e la capitale per ricevere l’omaggio della popolazione. Il gen. Piacentini organizzò allora una cerimonia religiosa nella cattedrale di Vescovio durante la quale prese la parola rievocando mille momenti di guerra e di sofferenza. Dopo il discorso però un improvviso malore gli impedì di raggiungere con il corteo la stazione di Stimigliano dove avrebbe voluto inginocchiarsi dinanzi alla salma. Fece quindi ritorno a casa nel villino ‘Ferrara’ dove spirò “dopo aver reso onore alle virtu militari,da lui onorate in tutta la sua vita.” Numerose le ricompense al valore  tributate al generale, sia in Italia che nei paesi esteri; manca quella nomina di Senatore del Regno che gli verrà data solo il 24 novembre 1921, dopo la commemorazione da parte del Ministro della Guerra Gasparotto. 

Di altri eroi si parla in questo libro, delle medaglie d’oro Attilio Verdirosi , Costantino Palmieri e Innocenzo Trebbiani, delle altre medaglie, dei decorati e dei monumenti innalzati a ricordo. “3000 i ‘nostri’ morti - riflette Tonino – ed io che non sono nessuno riesco a citarne solo alcuni. Un piccolo gesto nel ricordo di tanti: come andassi al cimitero a portare un fiore sulle loro tombe.”

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