Aprile 2017

PERSONE & PERSONAGGI

LA FORMA E L'ESSENZA

'Pierre' dopo 40 anni ha il volto di una reatina

spettacolo

La passione e la determinazione a volte fanno in modo che i sogni si scontrino con la realtà, e la gioia che ne scaturisce va raccolta minuziosamente come gocce di fonte rara. La femminilità imprigionata in quei sogni ha rotto i sigilli del tempo e dello spazio, ed è diventata realtà concreta. Ora la forma non può più reprimere l’essenza ma camminare di pari passo.(S.V.)

A volte le coincidenze della vita danno un senso ed una risposta a molti dubbi. E’ come se l’Universo parlasse ed inviasse segnali… In quei tre minuti di un video, per Stefania c’è l’accoglimento di un desiderio e la sicurezza di aver fatto la scelta giusta: manifestarsi e vivere la realtà che aveva dentro, da sempre.
Sulla sua carta d’identità c’è ancora scritto Stefano ma agli occhi di tutti è ormai una donna e quella canzone ‘Pierre’ racconta come sia stato difficile rivelarsi. “Grazie per aver dato un volto a tutte noi” è il complimento più bello ricevuto dalle altre. La canzone è un inno contro i pregiudizi e affronta il tema dell'omofobia e della transfobia, argomento molto forte per l'epoca ma purtroppo estremamente attuale ancora oggi. Il personaggio di "Pierre" è rimasto senza volto per più di 40 anni e solo in seguito all’ultima reunion dei Pooh, si è deciso di dargli un'identità con un'attrice transgender, Stefania Visconti appunto, con origini nella nostra terra, Cittaducale per la precisione.
“La musica è in grado di dare messaggi sociali importanti e quando vengono da artisti così noti sicuramente non passano inosservati - sottolinea Stefania - Per me è stato un vero onore far parte nel mio piccolo della storia del gruppo più longevo della musica italiana. Sarebbe un grande piacere contribuire con la mia testimonianza per quanto possibile a infondere coraggio a quelle persone che vivono la mia stessa condizione.”

Ed allora eccola la storia di una delle tante anime venute al mondo con un corpo che non le definisce.
“Ero una bel bambino, dai boccoli biondi che le mie sorelle si divertivano a spazzolare, tratti dolci e modi gentili. Poi le superiori in città, qui a Rieti, qualche battutina, le prese in giro, ma nulla che potesse paragonarsi al bullismo di cui oggi si parla. Ero infastidito da questo e per difesa creai un ‘personaggio’, rafforzando quelle caratteristiche che facevano di me il ‘capetto’ del gruppo. Questo nascondermi continuamente mi aveva logorato interiormente e l’iscrizione all’Università, Roma, fu sinonimo di libertà: nasceva ‘Stefania’, che tornava nell’ombra solo con i miei ritorni a casa. Per dieci lunghi anni ho vissuto su questi binari paralleli per non far soffrire la mia famiglia: dovevo fingere almeno con loro. Iniziando a lavorare nel mondo dello spettacolo la voce girava e diventava sempre più difficile ed improbabile mantenere i miei cari all’oscuro della mia scelta, alcuni tra i miei amici e non, già sapevano..”

Ogni volta che declina il racconto al maschile sembra far fatica, rafforza la ‘o’ finale e lascia scivolare velocemente quel mondo, come fosse ad osservarlo di passaggio  da un treno in corsa. Indugia invece e si racconta con calma e delicatezza, al femminile, traspare una certa limpidezza come di chi  abbia definitivamente fatto pace con se stessa, recuperando il tempo passato a combattersi.
“Ho scelto una modalità forte per manifestarmi ai miei: sono stata ospite della D’Urso ed ho pregato loro di seguire la trasmissione. Qualcosa avevano intuito ma lo pensavano legato al mio mondo artistico, nel teatro può capitare di interpretare personaggi opposti al tuo genere… Ho sconvolto soprattutto mia madre.. Le chiesi addirittura un sacrificio in più, quello di accettare l’invito della redazione, di andare con me a Milano. Feci passare la necessità di averla accanto come un’occasione per il mio lavoro, pur di convincerla. Ha sempre vissuto la mia realtà con una sorta di sofferenza-insofferenza, ha sempre qualche riserva nei miei confronti: l’unica esperienza che ha bene accolto è stata l’uscita di questo video dei Pooh.”
Forse perché è un ‘marchio di fabbrica’ riconosciuto e rispettato, forse perche la definizione di artistico nel caso delle transgender può spesso passare attraverso ruoli che ricalcano degli stereotipi: prostituta, persona di dubbia moralità, strumento di trasgressione. Stiamo vivendo una rivoluzione culturale enorme rispetto al gender. Nella società del XXI secolo il concetto di identità sessuale ha mille riconosciute sfaccettature, non è più così netto, e il mondo sta facendo i conti con la crescita di una generazione diversa, che ha voglia di essere accettata e compresa, si tratta della Gender Revolution.
“Non amo frequentare il mondo LGBT romano, ritengo che occorra non ghettizzarsi, per combattere pregiudizi, discriminazioni bisogna manifestarsi nella vita di tutti i giorni. E’ un ambiente ovattato in cui incontri solo tuoi simili, che ti protegge impedendoti di fortificarti. Se mi chiedeste un sogno per il mio futuro vi risponderei ‘lavorare in una federazione sportiva’ ma non è così semplice sebbene lo sport ultimamente abbia toccato questi temi. Siamo altro rispetto a quanto si vuol far credere, soprattutto siamo diverse tra di noi: c’è chi ostenta il suo modo di essere sino a diventare quasi una macchietta, chi si guarda allo specchio e continua a non essere soddisfatta di ciò che vede. Il mio percorso artistico mi ha salvata, aver fatto delle apparizioni nazional popolari mi ha fatto conquistare il rispetto delle persone anche in un ambiente chiuso quale può essere un paese.”
Parla della sua esperienza, sottolinea anche gli aspetti psicologici ma non fa riferimento allo stress fisico che imporrebbe la sua trasformazione “Ho deciso di non cambiare molto del mio corpo, non ho mai fatto una cura ormonale, non sono stata da un chirurgo estetico. Dico spesso che le transessuali sembrano tutte sorelle, sono tutte uguali se le guardi in viso. Amo l’autenticità ed ho paura delle controindicazioni. Conosco delle amiche che attraversano momenti veramente difficili. E dirò una cosa che probabilmente non dovrei mai: per quanto io mi possa sentire donna, anche operandomi non lo sarei mai. Io mi sento donna totalmente, ma… sono consapevole dei miei limiti.”
Tra queste due ultime frasi una lunga pausa, come se queste parole dovessero avere il tempo di depositarsi da qualche parte senza creare cerchi concentrici, senza incrinare troppo la superficie dell’acqua. E’ naturale arrivare al discorso maternità a questo punto “E’ questo che intendevo: diventare una donna ma non avere la possibilità di incarnarla completamente...”

Stefania Santoprete

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