a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2020

IL DOMENICALE

LA DOMENICA ANDANDO ALLA MESSA

società

(di Massimo Palozzi) Con la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Gaeta Luigi Vari e dal vescovo di Rieti Domenico Pompili, si apre oggi la “Tenda della pace”, tradizionale appuntamento organizzato a Formia dalla parrocchia dei Santi Lorenzo e Giovanni Battista. Al termine della messa il nostro presule terrà un incontro sul “Creato nella parola”, visto che l’argomento in discussione per tutta la settimana sarà proprio la cura del pianeta (“I colori del creato” è il filo conduttore dell’intera manifestazione).

A distanza di pochi mesi dall’adunanza sull’Amazzonia, alla quale papa Francesco lo ha chiamato nella ristretta cerchia dei padri sinodali, e dopo che lo stesso pontefice è venuto a Greccio poco prima di Natale a ricordare il valore del messaggio francescano, il capo della chiesa reatina torna dunque a prendere posizione su una tematica, quella ecologista, la cui costante riproposizione sottolinea la profonda attenzione nei confronti dei mutamenti climatici, della salvaguardia ambientale e del rispetto per la natura. Una sollecitazione se vogliamo ancor più dirompente, in quanto lanciata al termine della settimana nella quale a Davos si è tenuto l’ennesimo inconcludente vertice internazionale nell’ambito del World Economic Forum.

La domenica rimanda però anche a una recentissima Lettera pastorale sul significato del giorno della festa, scritta da monsignor Pompili a novembre. La trama è lunga ed estremamente interessante e al solito ricca di pregevoli spunti intellettuali. Con tutte le cautele del caso, può essere riassunta in tre momenti, che costituiscono le tre strade per imparare la domenica, come le definisce il vescovo nel testo indirizzato ai fedeli della diocesi.

La prima consiste nel ritrovare il sapore del tempo per fuggire dall’ansia dell’immediato e recuperare una dimensione di maggiore relazionalità con il prossimo e, insieme, di intimità da dedicare alla contemplazione, alla riflessione e all’adorazione.

La seconda è l’abitare nella possibilità, per uscire dalla sensazione che il futuro si costruisca a prescindere da noi o a nostra insaputa. Bella la provocazione finale: “la vera domanda non è tanto che mondo lasceremo ai nostri figli, ma che figli lasceremo a questo mondo”.

La terza condizione indicata dal vescovo riguarda l’eucaristia. La messa rappresenta per il cattolico il punto centrale di quello che, spera Pompili, torni ad essere come alle origini il primo giorno della settimana, in cui tutto comincia, non l’ultimo. Non a caso la Lettera pastorale è intitolata “La domenica andando alla messa”, riprendendo con apprezzabile autoironia l’omonima canzone di Gigliola Cinquetti uscita esattamente mezzo secolo fa.

Della cantante veneta sono rimasti nella memoria molti pezzi. Uno dei meno famosi si chiama “Sì”, che ha comunque una storia singolare. Si tratta infatti del brano che la Cinquetti portò in gara nell’edizione del 1974 dell’Eurofestival, arrivando seconda alle spalle degli ABBA vincitori con “Waterloo” (grazie a quel successo, al gruppo svedese si spalancarono le porte di un successo planetario che dura ancora oggi).

Il concorso canoro ebbe luogo il 6 aprile a Brighton, in Inghilterra, ma l’esibizione della rappresentante italiana non venne trasmessa in diretta dalla Rai perché dopo un mese si sarebbe svolto il referendum sull’abolizione della legge sul divorzio e aleggiava il timore di poter suggestionare l’elettorato con quel titolo.

Note di colore a parte, una delle due voci femminili della celeberrima formazione che trionfò sul palco era Anni-Frid Lyngstad, da tutti conosciuta come Frida. La quale, in realtà, non è svedese ma norvegese. Parrebbe un dettaglio di poco conto, se non rappresentasse invece il sigillo di una vicenda umana che racchiude un’esperienza di vita forte e travolgente ben al di là del circuito musicale. Tanto più considerando che domani si celebra il Giorno della Memoria per non dimenticare l’Olocausto a 75 anni dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.

Frida è infatti una delle tante figlie e figli del Lebensborn, l’allucinante programma di eugenetica “attiva” avviato negli anni Trenta da Heinrich Himmler, a lungo braccio destro di Adolf Hitler. Se con lo sterminio degli ebrei e di tutte le persone “indegne” di vivere si voleva ripulire la terra da esseri inferiori (la Soluzione finale), con l’invasione dei paesi nordici venne promossa la pratica di una riproduzione controllata con padri teutonici e madri scandinave, ritenute per certi versi portatrici di un tasso di arianità più marcato delle stesse donne tedesche. Il fine era popolare la Germania di individui selezionati nel nome della purezza della razza, in ossequio a un’ideologia sposata in Italia dal regime fascista con l’emanazione delle leggi razziali nel 1938.

Frida nacque per l’appunto dall’unione di una giovanissima norvegese, Synni Lyngstad, da cui prese il cognome, con un sergente della Wehrmacht di stanza in Norvegia, Alfred Haase. Lo stigma, il disprezzo e le persecuzioni che si abbatterono in patria sulle ragazze che si erano concesse agli occupanti e sul frutto di quelle relazioni furono tali che moltissime giovani madri si videro costrette ad emigrare con i “figli della colpa”. Tra loro anche la piccola Anni-Frid, che trovò rifugio in Svezia portata dalla nonna materna dopo che Synni era morta appena ventunenne nel 1947 e la futura star aveva da poco compiuto due anni. Del padre la vocalist non seppe niente fino alla fine degli anni Settanta (pensava fosse morto, ignorando totalmente le circostanze del suo concepimento), quando il marito Benny Andersson, altro membro degli ABBA insieme a Björn Ulvaeus e alla biondissima Agnetha Fältskog, in collaborazione con una rivista tedesca organizzò per lei l’incontro con l’ex militare nazista, poi scomparso nel 2009 alla veneranda età di novant’anni.

Il tribolato percorso esistenziale della cantante è grandemente simbolico di come un potere perverso possa farsi manipolatore in senso criminale di quel creato che oggi credenti e non credenti cercano di salvare da un destino piuttosto cupo.

Per raccogliere e magari estendere l’esortazione di monsignor Pompili, potremmo esercitarci tutti la domenica, o quando ne abbiamo voglia, in uno sforzo di elaborazione e comprensione delle ragioni dell’altro, senza azzuffarci in un perenne clima di rissa che serve solo ad avvelenare i pozzi. Il volto del nemico è difficile da riconoscere, ma di solito è fatto di comportamenti sbagliati, non di tratti somatici scolpiti da Dio o dalla genetica, a seconda delle preferenze. Capirlo sarebbe un bel passo in avanti.

 

26-01-2020

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