Settembre 2019

PROVINCIA

LA COSTRUZIONE DELLA DIGA DI BORGO SAN PIETRO, TRA INNOVAZIONE E RIMPIANTI

storie

(di Simone Vulpiani) Il fiume Salto, che confluisce nel Velino poco a monte di Rieti scorre, nell’ultimo tratto, in una valle abbastanza stretta, che ha inizio da una località denominata Balze di Santa Lucia, a monte della quale si apriva in epoca remota un’ampia vallata, dove il fiume scorreva con numerose tortuosità, formando isolotti e laghetti di varie dimensioni.
Nei pressi dell’abitato di Sant’Ippolito la valle prima delle opere per la costruzione della diga si restringeva per diventare una ripida gola, tra pareti quasi verticali. Dall’abitato di Civitella la valle poi si allarga nuovamente e il fiume scorreva con andamento quasi regolare. A monte di Torano il fiume attraversava un’estesa campagna pianeggiante prendendo il nome di Imele, fino alla sua origine, collocata nei pressi di Tagliacozzo – terra d’Abruzzo. Lo stato ordinario dei fiumi Salto e Turano, era praticamente insignificante per la loro minima portata d’acqua, scendendo in tempo di magra, a meno di un metro cubo al secondo. Durante le piene, frequenti, abbondanti e molto violente, pur essendo in genere di breve durata, questi fiumiciattoli si gonfiavano e inondavano le rispettive valli, travolgendo a volte ponti, strade e casolari isolati, contribuendo potentemente ad incrementare la portata di piena del Velino e trasportavano, notevoli quantità di sabbie e ghiaie, creando isolotti, laghetti e grossi ristagni, nelle loro vallate, e procurando il rialzamento dell’alveo del Velino, favorendo sempre di più la frequenza e la gravità delle inondazioni della Piana Reatina e del centro storico di Rieti.
Le due vallate parallele del Salto e del Turano, sono sempre state ricche di acque perenni, che alimentano il bacino e che, fino alla realizzazione dei laghi artificiali, hanno alimentato un numero considerevole di mulini per cereali, per lo più concentrati verso il fondovalle, nelle aree che risulteranno poi sommerse dai bacini artificiali. L’opificio più importante della zona era quello dei signori Jacobelli, di Girgenti, collocato a poca distanza da Borgo San Pietro di Petrella Salto, in contrada Roscia Montana. La famiglia Jacobelli, in società con i signori Domenici, aveva ottenuto la concessione nel 1880, rinnovata nel 1914, a seguito di lavori di ristrutturazione per potenziarne la produttività. Con la costruzione della diga e la realizzazione di un così vasto bacino artificiale, i migliori terreni – quelli di fondovalle, per una estensione di 845 ettari sono stati sommersi. La popolazione venne fatta evacuare per poi ricostruire più a monte quattro interi paesi: Sant’Ippolito, Fiumata, Teglieto e Borgo San Pietro.

Nella Valle del Salto, ricordando la realizzazione degli invasi, tra la gente riemerge il rammarico e a volte la rabbia, per quello che alcuni considerano un tradimento compiuto nei confronti delle loro aspettative. Molti anziani rammentano ancora le ampie vallate e le pianure coltivate, parzialmente lasciate a pascolo, divise in appezzamenti di tutte le dimensioni, dagli orti ai latifondi, con casolari isolati, stalle, mulini. Chi non aveva la terra, coglieva l’opportunità di prestare la propria opera, come bracciante sul posto.
Il ricordo delle vecchie e gravi inondazioni periodiche prima della costruzione del lago artificiale è ancora presente nella memoria di molti, con la perdita  del bestiame, travolto dalle acque; oppure le difficoltà di guardare il fiume e i torrenti in piena durante il disgelo, quando i ponti di legno, continuamente ricostruiti, erano spazzati via o resi insicuri. I paesi che si affacciavano sul vasto piano, Sant’Ippolito, Fiumata, Teglieto, e soprattutto Borgo San Pietro, erano piccoli centri, ma piuttosto fiorenti per il commercio, l’artigianato e l’allevamento di pecore e cavalli. Con l’istallazione dei cantieri per la realizzazione della grande e maestosa opera di sbarramento, il livello dell’acqua cominciò a crescere gradualmente, inondando i terreni migliori; furono sommersi i primi casali isolati, da cui erano stati asportati i materiali utili da riutilizzare nella ricostruzione per lasciare il più possibile inalterato lo scenario ambientale esistente: tegole, coppi, mattoni, pietre squadrate. Molte fotografie dell’autunno del 1940, mostrano i paesi invasi dalle acque, sommersi rapidamente dalla piena del fiume che raggiungeva i tetti delle case trasformandosi nel lago artificiale che ingoiava il paesaggio. Ha così inizio una storia nuova, quella della vita che riprende nei borghi ricostruiti, nelle casette sorte sui pendii oltre il lago. Storia di abbandoni, di esodo e migrazioni, sospesi dalla tragedia della guerra. La ricostruzione dei paesi iniziò in parallelo con la realizzazione della diga, a cui avevano lavorato, per tre – quattro anni, migliaia di operai, venuti da diverse regioni italiane ed ospitati in parte nei paesi e nelle casette in legno e sassi della Società Terni, che creò villaggi provvisori, scomparsi con lo smantellamento dei cantieri, dove era possibile avere tutti i servizi essenziali: mense, dormitori, uffici, spaccio, osterie e persino il teatrino per le ore di svago, dove si esibivano comici, ballerine, cantanti e cantastorie ambulanti. La quiete della vallata fu drasticamente trasformata con l’ergersi dei cantieri. “Ed ecco sorgere qua e là i numerosi cantieri – scriveva la stampa locale – Si fanno strade, si spianano terreni e si innalzano baracche di legno, in muratura e miste. Il dinamico movimento di attrezzature varie, il flusso immigratorio di popolazioni da tutte le provincie italiane, il pulsare delle macchine, ha rotto l’incanto di questi luoghi silenziosi e la patriarcale serenità delle sue genti.  

Gli operai giunti da altre regioni italiane si ritrovano in questa cultura antica e tanti di loro si sono sposati con donne del luogo – costituendo nuovi nuclei familiari, miscelando così abitudini, tradizioni e culture. Alla realizzazione delle condotte forzate collaborarono anche ditte del reatino, capaci di lavorare grandi lamiere d’acciaio, con lo sviluppo dell’economia ed il miglioramento delle condizioni di molte famiglie del capoluogo. Il trasporto del materiale venne effettuato con vagonetti ribaltabili ed i trenini venivano trainati da locomotive funzionanti a nafta e della potenza di venti, trenta cavalli di vapore. Successivamente subentrarono le locomotive con il motore elettrico, utilizzate soprattutto nelle gallerie, dove prima si usavano i muli, oppure si trainavano a mano. Sul posto si svolgeva il ciclo di produzione completo del calcestruzzo, necessario per la creazione degli sbarramenti e per la costruzione della centrale idroelettrica. Il lavoro di giorno era durissimo e i turni continuativi costringevano gli operai ad una vita pesante e difficile. Le paghe erano molto elevate, specie se raffrontate con i magri compensi dei braccianti e di chi andava occasionalmente “a opera” nelle terre dei possidenti del luogo.
L’incremento finanziario dovuto ai salari diede origine alla nascita di attività commerciali – che portarono gli abitanti del luogo ad improvvisarsi con spacci, negozi, alimentari, locande, trattorie, osterie. Attività che rendevano più dell’agricoltura e la pastorizia, che li avevano sostenuti nell’economia familiare; ma nessuno immaginava che il benessere sarebbe terminato con lo smantellamento dei cantieri e ridotto in miseria molti abitanti della zona. Arrivava continuamente gente forestiera e nelle strade transitavano motociclette e un numero considerevole di automobili, togliendo quel silenzio della valle, abituato al suono degli zoccoli dei cavalli e al ticchettio dei muli. Il lavoro di costruzione della diga fu a ciclo produttivo continuo, senza interruzioni. Si lavorava di giorno e di notte, sotto la luce artificiale, con turnazioni di squadre. Minatori, carpentieri ed operai erano assistiti dagli apprendisti, che venivano da tutti chiamati “bocia”, ossia ragazzini, in dialetto veneto. Essi entravano in cantiere a quattordici anni ed erano impiegati in tutte le faccende minute, cominciando anche ad apprendere le tecniche di lavoro. Erano i “monelli”, gli ultimi rappresentanti di quella cultura che ha utilizzato fanciulli e ragazzi come forza lavoro, anche all’interno della famiglia contadina, non necessariamente per lavori pesanti, ma per quelle faccende minute che coinvolgevano i giovanissimi con un ruolo all’interno della comunità. I “monelli” in queste zone sono stati considerati forza lavorativa abituale per il lavoro nei campi, nella pastorizia, nelle attività artigianali, nell’edilizia. Non mancarono i morti in cantiere, furono quindici per la realizzazione della sola diga del Salto. Le abitudini di queste comunità erano quelle di vederli impegnati in un lavoro sicuramente duro – come quello della terra o della montagna, ma non così pericoloso come quello di un cantiere per la realizzazione di grandi opere. Le famiglie che avevano i congiunti vincolati in queste attività, in casa coltivavano il culto per i santi del luogo, affidandogli gli affetti cari. Si sviluppò l’abitudine di distribuire i santini per la strada in cambio di una piccola offerta. I cosidetti “Santari” portavano con loro dei pannelli sulla schiena, con appesi i fogli delle storie che la gente narrava e le raffigurazioni dei santi, ai quali gli operai erano più devoti. Una lapide sul viadotto di Posticciola riporta i nomi in memoria di chi non ha più fatto ritorno a casa. I soldi degli espropri furono soggetti all’inflazione postbellica e la condizione economica degli abitanti fu disastrosa, ritrovandosi dopo la costruzione della diga senza il lavoro agricolo, costretti così a grandi difficoltà per la sussistenza quotidiana dei nuclei familiari. L’invaso realizzato dalla società “Terni” , fu successivamente venduto all’Enel e poi alla società spagnola “Endesa” che risulta l’attuale proprietaria. Durante la ricostruzione, gli abitanti poterono scegliere se farsi ricostruire la casa della stessa grandezza della vecchia nel nuovo paese o se prendere l’equivalente del valore in soldi. Alcuni si fecero ricostruire la case, alcuni presero i soldi e successivamente si costruirono da soli le proprie abitazioni, altri ancora lasciarono il posto per andare a vivere in città. Molti si spostarono nell’abitato di S. Maria sulla via Salaria verso Roma, costruito appositamente per accogliere queste popolazioni costrette allo spostamento. La valle con le sue coltivazioni, i casali sparsi, i ponti sul fiume attraversati dalle arterie primitive, essenziali per i collegamenti del Cicolano, che univano il fondovalle con gli abitanti dei monti, scomparve definitivamente, lasciando un sordo dolore che restò immutato nel cuore di questa gente. I paesi che originariamente si snodavano lungo il fiume, non erano più agglomerati organizzati di case povere, botteghe di artigiani, negozi e palazzi signorili, distribuiti lungo la strada provinciale, il corso e sulla piazza della chiesa, come nel caso dell’antico Borgo di San Pietro, ma villaggi anonimi specchiati sulle acque, che poi piano piano la gente ha saputo rianimare, corredandoli di dignità vissuta. Ma il carattere originario di quei luoghi è andato perduto per sempre. Sotto il livello dell’acqua sono rimasti sepolti i paesaggi e gli edifici, che qualche volta ancora riemergono quando c’è secca, nulla di più.

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