a cura di Francesco Pasquetti

Giugno 2019

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO

INDENNITA’ GONFIATE, PROCLAMI E COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA: LA DERIVA DI PALAZZO DI CITTA’

amministrazione, politica

(di Francesco Saverio Pasquetti) “ Il Sindaco (…)presta nella seduta di insediamento il giuramento di fedeltà alla Costituzione Italiana”. Così il primo comma dello statuto del comune di Rieti che, pari pari, riporta l’art. 50 D.Lgs. 267/2000. A legger la risposta – secca e, per certi versi, sgarbata – inviata dal primo cittadino alla nota (durissima, certo) diramata dal PD locale sulla questione delle c.d. “indennità gonfiate”, non si direbbe che tale giuramento abbia dato gli effetti sperati. Il Sindaco, si sa, è sindaco di tutti – pur militando in una ben specifica “fazione” – e questa “universalità cittadina”, scaturita dalla sua elezione diretta, ne dovrebbe animare le gesta, le scelte politiche ed amministrative, financo le parole. In ogni sua uscita pubblica egli dovrebbe fare estrema attenzione nel porgere le sue affermazioni, soppesandole attentamente e rammentando di essere, comunque, il rappresentante di tutti e non più di una sola parte. Non il “noi” del proprio particulare (sia esso personale, di partito o di coalizione) ma il “noi” dell’intera collettività, di tutti i cittadini che – volenti o nolenti, lo abbiano votato o no – grazie ai criteri democratici lo hanno come unico “pater familias”. Un atteggiamento, questo, che nasce da una cultura a cui la destra nazionale è poco avvezza. Per tradizione, storia, mentalità. Il senso dell’istituzione che si rappresenta non lo si studia solo sui libri di diritto amministrativo o sul Testo degli Enti Locali. Lo si impara dai propri predecessori e maestri. Lo si vive nelle proprie mura domestiche, guardando i propri genitori, il loro esempio. Di contro, il quadro che emerge dal comunicato del sindaco è allarmante: “Io, gli assessori e i consiglieri di maggioranza, abbiamo aderito compiutamente alla richiesta di restituzione di quanto percepito in più. Loro no!”. Ecco la “parte”, la fazione, la coalizione che torna ad emergere, prepotente. Ecco l’”Io” contro il “tu”, il “voi”. Parrebbe una giusta risposta, quella del sindaco. Ma, innanzitutto, troppo facile, così. La famosa” restituzione” di cui parla Cicchetti riguarda innanzitutto un solo anno di mandato dell’attuale giunta (dall’insediamento alla metà del 2018 circa): nulla a che vedere con amministratori che hanno governato 4 anni (2008-2012,Emili bis) o 5, come per la giunta Petrangeli. Per costoro, poi, s’imporrebbe la restituzione di ingenti somme “cash”, come suol dirsi, mentre gli attuali hanno potuto usufruire della c.d. “compensazione” fra crediti e debiti, scalando questi ultimi direttamente dalle indennità attuali (ma, a proposito, e la c.d. “amministrazione trasparente”? nonostante l’obbligo del Decr.Lgs.  N.33/2013 di pubblicare sul sito, ex art. 14  “c) i compensi di qualsiasi natura connessi all'assunzione della carica; gli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubblici”, siamo fermi ai compensi di Petrangeli, anno 2013!!!) quanto dagli stessi dovuto per l’unico anno irregolare. Ma al sindaco, si sa, piace “vincere facile” – come diceva una pubblicità -  entrando con tutte le scarpe in una sterile polemica partigiana (che spetta, essa si, all’opposizione: lui, consigliere MSI negli anni ’70 ed ’80, ne dovrebbe saper qualcosa) che al “rappresentante dell’intera collettività” certo non si addice. Ma ancor più grave appare il riferimento alla decadenza dei quattro rappresentanti dell’opposizione, posta in termini di principi democratici e dell’ordinamento giuridico. “Scomodano i massimi principi della democrazia (quelli su cui ha giurato; n.d.r.) fingendo di dimenticare che ai quattro oppositori destinati a decadere ne succederebbero altrettanti, senza alterare pertanto gli equilibri politici disegnati dall’elettorato nel 2017”. E’ ovvio sia così. Neanche monsieur De Lapalisse avrebbe parlato meglio, visto che lo Stato “deve” prevedere meccanismi che salvaguardino la rappresentatività popolare. Tuttavia è anche evidente come tali “rimedi” siano previsti – nel diritto costituzionale e degli enti locali -  per circostanze eccezionali e conclamate ove gli amministratori, per fatti gravi, debbano esser sostituiti dai primi dei non eletti. E’ evidente come, nel caso, di specie, non sia affatto così. Lui stesso è costretto a riconoscerlo allorchè usa quell’avverbio, “inconsapevolmente”. Oltre a ciò, poi, è comunque chiarissima la circostanza – che egli, da navigato amministratore di venticinquennale esperienza non può non considerare – secondo la quale la “sostituzione” che con tanta faciloneria viene sbandierata costituisce di per sé un vulnus, togliendo d’imperio ai più votati il diritto a rappresentare i cittadini ed attribuendolo a chi, invece, tale diritto – in forza del criterio democratico – non ha acquisito “sul campo” ed ottenendolo “a tavolino”. Il tono sarcastico ed ironico con cui quei “massimi principi della democrazia” vengono sbandierati di fatto li svilisce ed affievolisce, pur avendo giurato ai medesimi fedeltà. Principi, ulteriormente accantonati nel momento in cui, con malcelata ironia, chiosa in merito alle iniziative giudiziarie dei “rivali”: “A noi sembra un atteggiamento meramente dilatorio condotto con un linguaggio feroce indice di disperazione”. Forse dimentica, il nostro, che in quella Costituzione (alla cui redazione il MSI non partecipò in quanto partito “fuori dall’arco costituzionale”) c’è un articolo, il n. 2 che stabilisce come “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Tra tali diritti, non v’è dubbio, c’è quello alla difesa, sancito dall’art. 24: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Porre in essere tale diritto è adottare un “atteggiamento meramente dilatorio”? Nel merito degli appunti fatti dall’opposizione, però, nessuna risposta. Solo retorica di vecchia scuola, null’altro. Come sulla prescrizione e sull’invito a rinunciarvi, visto che i calcoli errati partirebbero dal 2000 quando in sella all’Ufficio Finanziario c’era quel Preite nominato dallo stesso attuale primo cittadino, proprio lui sindaco fino al 2002. Su di essa, silenzio assoluto. Chissà se Cicchetti, visto il suo addentrarsi in vicende giuridiche, conosce quella norma, sancita dal codice civile, che lascia libero il debitore di rinunciare alla prescrizione. Si chiama “pagamento spontaneo del debito prescritto” e fa riferimento all’art. 2940 del c.c..D’altronde, con la doppia indennità percepita – quale ex consigliere regionale e quale sindaco – non dovrebbe essergli particolarmente difficile. A meno che non accada come nel marzo del 2018 quando, attaccato dall’opposizione sul vitalizio regionale ed invitato a rinunciarci (come sindaco, almeno da tabella, egli percepisce oltre 5.052 euro) affermava: “Non rimane che chiedere a Zingaretti di abolirli e nessuno troverà mai la mia firma sotto un piagnucoloso appello a mantenerli o a una impugnativa legale per ripristinarli”. Già: non rimane che vincere facile.

 

 

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