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Novembre 2018

IL VENTO CALDO DELLA RIBELLIONE

IL VENTO CALDO DELLA RIBELLIONE

a 50 anni dal 1968

storie

(da Format gennaio 2008 - seconda puntata) E’ la musica che veicola la voglia di rivoluzione. Incontrarsi, confrontarsi, indossare abiti che costituiscono una nuova identità sociale: mai, prima d’allora ed in seguito, si è verificata a tal punto la totale mancanza di differenziazione tra look maschile e femminile, anche nelle acconciature, e questo portava, alle volte e in determinate prospettive visuali, a spiacevoli sorprese. Ad evitare equivoci la maggior parte dei maschi portava barba e baffi, anche per imitazione dei personaggi idolatrati, quali Lenin, Stalin, Che Guevara e Fidel Castro, ma forse e, soprattutto, per inconscia evocazione del carattere misticamente trasandato che tali ornamenti del viso hanno sempre evocato.

Mai Rieti aveva visto così tanti gruppi venire alla luce. Chiunque avesse avuto a disposizione una cantina fondava un proprio Club, il luogo dove fare le prove, ritrovarsi con gli amici e concludere qualcosa in più con le ragazze. Sessantotto vuol dire ‘aggregazione’ e dall’unione e dal confronto nascono le idee.

I nostri fratelli non avevano grandi possibilità di svago. Le feste studentesche fino ad allora erano rare basate sul nome alla moda, si svolgevano al Circolo di Lettura, al Piaggio, al Refettorio della Viscosa, poi improvvisamente con il cambio generazionale qualcosa muta - spiega Gianni Petroni - Il boom economico porta un elettrodomestico importante, il televisore, all’interno della maggior parte delle case, si assiste attraverso di esso all’esibizione di gruppi come i Beatles, i Rolling Stones, alle scene entusiastiche di fans che si strappano i capelli, piangono, dinanzi ai loro idoli. Qualcosa nel mondo sta cambiando ed i ragazzi lo avvertono soprattutto attraverso le emozioni che porta quella musica nuova fuori dagli schemi...

Infiltrati, pur non essendo ottimi musicisti, ragazzi benestanti che portavano in dote un locale o vari strumenti musicali: capitava così che il figlio dello stagnino suonasse con l’avvocato in barba ad ogni divisione. ‘Schierarsi’ diviene infatti in quegli anni una parola d’ordine. “Persino a scuola: la sezione A e B era dei figli di papà ed a seguire i vari ceti. Una divisione che ho potuto riscontrare anche in seguito passando dal ruolo di studente a quello di docente - racconta Gianni - Nel ’68 si evidenzia la frattura, la distinzione di classe. Un figlio d’operaio difficilmente si iscriveva ad un Liceo, tutt’al più andava a Ragioneria o entrava nel neo Istituto Industriale che non aveva nulla da invidiare alle altre scuole.”

Non avevamo tutti una coscienza politica, gli scioperi c’erano ma per imitazione: l’importante era il divertimento - precisa Aldo Lafiandra - Fatta ‘seghetta’ si provava ad entrare nei vari Club, in cerca di chi avrebbe permesso l’ingresso. Io ero agevolato dal fatto di suonare e spesso trovavo asilo Via San Donato (dove adesso si trova una palestra) in un locale sviluppato su tre piani in cui si ascoltava immancabilmente no-stop una canzone di James Brown, oppure da “I Birilli” a San Francesco. Immancabile il vecchio divano sfondato e macchiato, una ‘stufaccia’, il giradischi, le cannucce che coprivano insieme ai poster le pareti scrostate e senza intonaco, qualche tronco a mo’ di sedile, le lampadine verniciate che ad un certo punto venivano spente”.

Anche il Sonital Club era completamente rivestito di legno e cannucce, all’interno una fontana caratteristica in cui venivano gettate monete (le stesse che recuperavano la sera per pagarsi le sigarette). Era il luogo più trasgressivo in cui incontrarsi dal settembre del ’66 fino alla fine del ’67. Quasi deludente raccontato così: ma allora il ’68 non fu anche a Rieti droga, sesso & rock’n roll?

Qualche nostro amico provò con la droga, girava soprattutto hashish, in tre o quattro spingendosi oltre ci lasciarono la pelle. Per quanto riguarda le prede femminili a Rieti c’erano molte ragazze ospitate dai Convitti e provenienti dai paesi limitrofi, erano definite le pollastrelle...”

“Suonare in quell’epoca è stata un’esperienza senza pari - si entusiasma Aldo -  accadeva nei luoghi più strani, su una botte, dentro un’aia; una volta accadde di suonare per le prime tre ore in un posto e per altre tre in un altro perché il paese era diviso tra ‘sopra’ e ‘sotto’. Inutile negare che i componenti del gruppo esercitavano sempre un certo fascino per il pubblico femminile ma ad approfittarne erano gli amici! Coloro che ci seguivano infatti passavano il tempo in cui noi eravamo impegnati a montare, smontare ed esibirci, a spacciarsi per tecnici, impresari, raccogliendo l’attenzione ed il consenso delle più carine e lasciando noi.... a bocca asciutta. Una manifestazione importante dell’epoca era il Festival di Poggio Mirteto in cui ogni gruppo si esibiva con due canzoni una conosciuta e l’altra inedita, prima di risalire sul palco in attesa delle selezioni bisognava attendere molto e... tutti trovavano come occupare il tempo.”

Poi il Sonital divenne ‘Il Covo’ “Fu un momento bellissimo - ricorda Franco Reisoni - che io e mio fratello Nando decidemmo di vivere insieme a Franco Santarelli. Il Covo era un locale in cui suonavano soprattutto gruppi locali come i Normanni, le Pozzanghere Bianche, i Sabini... con l’arrivo della Parata di Primavera invece i più grandi nomi della musica leggera vennero a provare da noi

Vennero istituiti, oltre ai pomeriggi danzanti, i ‘sabato sera’ che somigliavano a delle serate di gala: “Suonavamo con l’abito nero e la cravatta, le bevande venivano sostituite dallo spumante e con noi c’era anche un nuovo gruppo, quello dei ‘Mahatma’ - prosegue Aldo Lafiandra - Anche il pubblico era diverso, adulto, più ‘in’. Sull’onda dei primi schieramenti politici giovanili nacquero in quell’epoca gli spot promozionali per i vari gruppi. “Taxi” di Antoine divenne “Diccì... diccì...”.

“Al nostro fianco avevamo dei bei ragazzi, Stelvio Iacoboni, Alfredo Grillo, Ermanno Salari, erano loro a veicolare all’interno del locale il pubblico femminile - racconta Franco Reisoni - Ermanno riuscì persino ad invitare Renato Zero in amicizia. Memorabile rimase lo spettacolo di Pippo Franco e le diverse feste che inventavamo ogni volta, soprattutto i Capodanno. La più bella gioventù è passata lì. Ecco, voglio conservare solo i ricordi più belli di quel periodo e... dimenticare il resto.”

Il Covo, il night di Via Alemanni da una parte ed “Il 66”, la discoteca di Via del Seminario dall’altra: erano loro a dividersi il pubblico di una città in movimento

In foto:
i Birilli composto da sinistra: Luciano Forgini (chitarra), Rodolfo De Angelis ''FOFFO'' (basso), Claudio Broggi (chitarra), Carlo Fonso (voce), Carlo Franceschini (tastiere), Attilio Pasquetti (batteria e voce) foto del 1967 presso il loro club di piazza San Francesco.

 

(continua)

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