Agosto 2019

LibrIncipit

IL TEOREMA DI ESISTENZA DEGLI ZERI

Il libro di Chiara Scipioni

libri

(di Domenico Di Cesare) Il teorema di esistenza degli zeri, Chiara Scipioni, Castelvecchi editore (€ 17,50)

L’incipit:
Gli igienisticamente malati mentali e i sostanzialmente allucinati stupefatti si ritrovavano, tutti i pomeriggi, estate e inverno, inverno e estate, al So Di Bar. Ognuno di quei pomeriggi Solidea e la Cavallina Storna facevano quattro chiacchiere con Savio che affogava i dispiaceri nell’alcol con Paolo che seguiva l’esempio di Manrico che non aveva il becco di un quattrino: le donne, i cavalier, l’orme, i tesori.

Un romanzo che racconta personaggi, scrittori e tanti libri letti; si aspettava una così bella accoglienza tra i lettori?
«Non so bene come sia stato accolto tra i lettori; so che chi lo ha amato, lo ha amato veramente.
La definizione più bella è stata di un amico, che ne ha parlato come di «un immaginario letterario per interposti personaggi», perché, in effetti, tutti i miei protagonisti parlano attraverso me e i miei libri. Molti compaesani ci hanno ritrovato posti noti, i tempi della seconda guerra mondiale e, soprattutto, qualcuno che conoscevano. Il primo capitolo, Di figure particolarmente retoriche, racconta infatti di matti, tossicodipendenti e beoni, frequentatori del bar, che sono esistiti. In realtà, il titolo di questo primo capitolo è un artificio, un metatitolo il cui contenuto ricalca la forma narrativa: parla di questi personaggi, e lo fa attraverso una serie di figure retoriche».

Le tante storie che si intrecciano quanto sono legate alla vita di tutti i giorni e quanto alle letture fatte?
«Le vicende della nonna e della zia di Sofia ripercorrono parti della vita di mia nonna Alba e mia zia Lidia, certo, riorganizzata drammaturgicamente. La trama principale - quella che coinvolge Sofia, Manrico e la Cavallina Storna - è invece inventata. Non così alcune peculiarità dei protagonisti e alcuni episodi, in cui c’è una commistione tra fantasia e realtà. Credo che ci sia sempre un prima e un dopo dopo ogni romanzo che ti segna. Quel dopo, nel ‘Teorema di esistenza degli zeri’, è in parecchi aspetti. Scriverlo è stato incarnare testualmente i personaggi che ho letto: tanti di questi sono Eve venute da altrettanti Adami letterari, e i riferimenti sono espliciti. Così Quentin: il mio è un uomo frustrato, come il Quentin dell’‘L’urlo e il furore’ (di William Faulkner), da un amore incestuoso. Questo lo porterà al suicidio, che attuerà, in parte, come in una scena del ‘Re pallido’».

Savio e la Cavallina Storna?
«La Cavallina Storna era una signora del paese in cui abitavo e, di vero, oltre all’appellativo, c’è la fisionomia; tutto il resto è venuto dalla poesia di Pascoli, attorno alla cui storia ho costruito parte della sua vita. Savio è una delle figure particolarmente retoriche del paese, realmente esistito, e, visto che lo dicevano matto, l’ho chiamato così per contrappasso.
Ma ci sono tanti altri riferimenti».

La protagonista è Sofia e la matematica; c’è qualche riferimento al capolavoro di Gaarder, ‘Il mondo di Sofia’?
«In effetti, no. Però, come in quel romanzo, Sofia discetta su aspetti filosofici, e lo fa attraverso la matematica, una disciplina che ha introiettato tanto che le fa saggiare una disabilità al contrario, che poi ogni forma di intelligenza superiore è un handicap. Attraverso la matematica, riesce a collocarsi in una realtà a lei diversa, ostile, per certi versi. Io dico sempre che è realismo matematico, quello di Sofia».

Il titolo fa tornare alla mente anche il premio Strega, ‘La solitudine dei numeri primi’; un caso?
«Sì, un caso. L’unico parallelismo che posso fare tra ‘La solitudine dei numeri primi’ e ‘Il teorema di esistenza degli zeri’ è, appunto, il titolo, metaforico in entrambi i casi. Nel mio, però, quel teorema esiste davvero, e il riferimento è a una scena del romanzo nella quale il padre racconta a Sofia una favola, il cui significato lei decodifica nell’unico linguaggio che conosce profondamente: la matematica. Questo non perché Sofia sia poco empatica, ma per antonomasia i sentimenti sono irrazionali ed è difficile descriverli, specie per una bambina prodigio che non ha affrontato ancora la vita. Lei, che non sa stare nelle sfumature, decifra tutto attraverso una norma universale, la matematica, che rappresenta il suo sistema di riferimento».

Un romanzo d’esordio che la proietta nel panorama librario nazionale; un editore tra i più importanti ha creduto in lei, se lo aspettava?
«No, non speravo in tanta fortuna. Ho finito di scrivere il romanzo a fine febbraio e il direttore editoriale di Castelvecchi (Pietro D’Amore n.d.r), mi ha contattata all’inizio di giugno, quattro giorni dopo aver ricevuto il testo. Mi ha detto quello che ogni scrittore sogna di sentirsi dire: bella scrittura, bello stile, addirittura gli ricordavo Pizzuto: il più bel complimento che qualcuno mi abbia mai fatto.Ma è stato anche un critico spietato: avrei venduto poco, proprio come Pizzuto, vista la destrutturazione della trama, però, mi ha detto, non importava, la mia era letteratura, e mi avrebbe pubblicato lo stesso. Poi, un altro aspetto difficile da far passare, secondo la redazione, era il dialetto, col quale volevo rappresentare una provincia che, sacca marginale della società, resiste alla grande bellezza della città, la guarda attraverso le sue tradizioni e parla secondo la sua retorica. Non volevo una lingua meticciata, come in Camilleri, bensì un dialetto ariano».

Possiamo classificare il suo libro come un giallo?
«Sì, anche. Ci sono tutti gli elementi di un giallo, come quelli in un viso: occhi, bocca, naso, ma si tratta di una storia picassiana, e magari il naso è più giù della bocca e bisogna andare avanti nella lettura per ricostruire il volto completo. In questo senso, sì, il romanzo si potrebbe definire un giallo, ma un giallo alla maniera di Gadda, in cui ho descritto non solo un mistero, bensì i retaggi culturali dei personaggi, le loro paure, le ansie sociali e tanto altro. Sebbene io ami i gialli, ingabbiare Il teorema di esistenza degli zeri in questa definizione sarebbe svilirlo, principalmente perché io dico sempre che, in generale e in particolare in questo romanzo, la trama non è stata il fine quanto piuttosto il mezzo per parlare d’altro».

Possiamo parlare di sperimentazione?
«La mia non è una narrativa addomesticata a favore della leggibilità, oggi principale paradigma valoriale di un’opera. Io credo, infatti, che l’assioma secondo cui quanto più facile è leggere un libro, tanto più apprezzabile è quanto questo debba essere scardinato a favore della letterarietà; nel mio caso, spero, proprio a favore della sperimentazione linguistica e della ricerca stilistica. Ho cercato di incanalare il registro di ogni personaggio in uno o più stili narrativi, che sono stati quindi la naturale declinazione di un sentimento, un fatto, un pensiero. Ho cercato anche di rendere in qualche modo tridimensionale il testo, com’è sempre stato fatto in letteratura, e penso all’uso degli spazi in Safran Foer o a quello dei puntini di sospensione in Gadda, creando una mia cifra stilistica. Per esempio, ho reso l’elaborazione del lutto di Sofia attraverso la musica, come in una sorta di catarsi, tramite una sinestesia narrativa: c’è un testo - si tratta di un flusso di coscienza - sotto cui scorre uno spartito musicale e le parole si contraggono e si dilatano al ritmo di ciò che lei sta suonando».

Quanto c’è di Chiara, nella protagonista Sofia?
«Sicuramente è mio, il suo lessico familiare, mia la dicotomia matematica-letteratura, e miei sono alcuni pensieri, anche. Volevo creare per la mia protagonista un substrato realistico, dunque l’ho fatta parlare come parlerebbe una donna matura, ma, visto che volevo che mantenesse una certa spensieratezza, l’ho fatta bambina; e, naturalmente, le ho fatto studiare letteratura, come avrei voluto fare io, e poi ingegneria, come ho fatto io nella realtà, per avere consapevolezza di quello che le facevo dire e pensare».

Come nasce la copertina del libro?
«Il riferimento principale è a ‘Moby Dick’, che si collega a una parte fondamentale del giallo contenuto nel libro. Ho voluto fortemente che ci fosse un capodoglio, tanto che la casa editrice ha accettato un’illustrazione realizzata da mia sorella Francesca. All’inizio, c’era solo quello, ma poi la redazione ha pensato che il capodoglio dovesse volare tra le stesse nuvole che campeggiano nella copertina di Infinite Jest, il romanzo che, più di tutti, ha ispirato il mio.

Leggere il suo libro invoglia a leggerne altri; quali tra quelli da cui ha preso spunto consiglierebbe?
«Ho amato tanti libri, ma ‘Infinite Jest’ rappresenta per me il compendio di tutti gli aspetti del romanzo ideale: lo stile, la struttura, la ricerca linguistica, la trama non-trama; da questo libro ho distillato i dialoghi surreali, l’ironia dolente, come anche la destrutturazione, e alcuni tratti di Sofia sono di Hal Incandenza. Però non posso non citare altri libri e autori che mi hanno influenzato profondamente: ‘Ulisse’ per i flussi di coscienza, ‘Alice nel paese delle meraviglie’ per la dimensione onirica nella quale spesso si ritrova Sofia, Gadda, Queneau, Faulkner, Balestrini per lo stile e tanti, tanti altri».

Il libro è stato già presentato in molte città; quando la vedremo a Rieti?
«Sarò a Liberi sulla Carta, la fiera dell’editoria indipendente che dallo scorso anno si svolge a Rieti e, per l’occasione, dialogherò col direttore artistico della manifestazione, Fabrizio Moscato, con letture dal romanzo a cura della Compagnia dell’Inserenata».

Ascoltare Chiara Scipioni è come entrare in una Libreria e restare sospesi tra colori e storie; una scrittrice fuori da schemi letterari predefiniti.
Il suo libro fa tornare alla mente grandi autori e autrici venuti da lontano, proprio come Foster Wallace (autore di ‘Infinite Jest’), che tradotti vengono osannati e vissuti come dei marziani... “Bene”, ora quella “Penna” non è aliena, ma una nostra conterranea, che potremo incontrare il 14 settembre presso il Polo culturale, nel chiostro di santa Lucia.
Pensando al libro di Ciara Scipioni, e alla sua scrittura, ci sembra bello chiudere questo dialogo con i versi di uno dei poeti sopra virgolettati:
Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

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