a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2019

IL DOMENICALE

IL SEGNO DI OZMO

arte, società, turismo

(di Massimo Palozzi) Se è vero che non esiste una definizione univoca che racchiuda il concetto di arte, è altrettanto vero che qualunque espressione artistica si estrinseca in un linguaggio che per vivere necessita di un pubblico di fruitori.

Per questo motivo, quanto più vasta è la platea dei destinatari tanto più il messaggio riesce a penetrare, persino quando si presenta oscuro, non facilmente decifrabile o, comunque, soggetto ad interpretazioni.

Messa così, il murale apparso in settimana su una delle pareti del Tribunale e che avrebbe dovuto essere inaugurato oggi (cerimonia rinviata a causa del maltempo) ha massimizzato il risultato, perché in questi pochi giorni è già stato visto dai reatini, anche se non ancora terminato, assai più che tutte le opere raccolte nei musei o negli edifici cittadini di maggior pregio. Un punto decisamente a favore di Ozmo, il celebrato street artist che lo firma, della committenza, ma pure del pubblico. L’esclusività elitaria di un passato per nulla rimpianto si manifestava infatti anche attraverso il limitato accesso al prodotto della creatività e del talento umani, troppo spesso circoscritto ad una ristretta cerchia di privilegiati. Oggi invece l’arte è pervasiva e disponibile a chiunque voglia goderne, con gran vantaggio sia degli spettatori sia degli artisti che trovano platee di estimatori sempre più ampie e consapevoli.

L’iniziativa si incasella nella manifestazione “Tracce di memoria – linguaggi contemporanei tra passato, presente e futuro”, a cura di Annalisa Ferraro, ed è stata pensata dall’Agenzia Creativa The Uncommon Factory per il bando Abc – Atelier Arte, Bellezza e Cultura, con il sostegno dalla Regione Lazio e il cofinanziamento del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. L’Atelier “Racconti Contemporanei”, collocato nell’ex Monastero di Santa Lucia, è invece la sede dell’hub culturale che ospiterà esposizioni temporanee, attività formative ed educative, insieme ad eventi sociali ricompresi nel progetto.

L’arte dei murales non è certo recente ma per Rieti rappresenta una novità. È invece un assoluto inedito nazionale che a fare da sfondo al dipinto sia un tribunale. Sarebbe intrigante sapere se il connubio di temi rappresentati da Ozmo sia stato più o meno consapevolmente condizionato dall’ambiente, posto che l’artista ha scelto di raffigurare una contaminazione immaginifica tra un reato (il Ratto delle Sabine, ispirato alla celeberrima statua del Giambologna a Firenze) e una sentenza (il Giudizio Universale dei fratelli Torresani, ricompreso nel ciclo di affreschi della chiesa reatina di San Pietro Martire. Al di là del suo valore intrinseco, il grande murale che affaccia su piazza Bachelet può già attribuirsi il merito di aver fatto conoscere l’esistenza di quest’opera del Cinquecento custodita in una chiesa del centro storico, appannaggio finora di pochi fortunati che ne hanno potuto apprezzare l’intensità e la potenza espressiva).

Nei comunicati di presentazione non se ne è fatto parola: chissà che non diventi uno dei tanti misteri che accompagnano la storia dell’arte.

Negli ultimi tempi a Rieti le opere d’arte “pubbliche”, esposte cioè all’aperto a decoro della città, non brillano per gradimento popolare. Quelle più antiche (la Fontana dei Delfini in piazza Vittorio Emanuele II, la statua di San Francesco davanti alla Cattedrale risalente alla seconda metà degli anni Venti del Novecento) fanno ormai parte del paesaggio e non sollevano perplessità. Così come le pregevoli statue di Bernardino Morsani: su tutte, il monumento a Marco Terenzio Varrone scoperto a piazza Oberdan il 22 settembre 1974 dal presidente della Repubblica Giovanni Leone in occasione delle celebrazioni per il bimillenario della morte dell’erudito reatino, o il più recente tributo alle vittime del bombardamento del Borgo del 6 giugno 1944.

Quelle istituzionali (il monumento ai Caduti in piazza Mazzini o l’ancora dedicata al sacrificio dei Marinai nei giardini di piazza XXIII settembre) hanno un valore simbolico che trascende quello artisitico e sono quindi anch’esse al di sopra delle polemiche.

A far discutere, e molto, restano le installazioni contemporanee, come la “caciotta” di piazza San Rufo e il monumento alla Lira a piazza Cavour.

Stroncature dei critici a parte (famosa quella di Vittorio Sgarbi), sulla prima non occorre spendere troppe parole. Il nomignolo non proprio accattivante con cui è conosciuta l’opera, che richiama la base di una colonna sulla quale è rappresentato lo Stivale, dice tutto, coprendo la pur bella storia che c’è dietro: realizzata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta per celebrare il gemellaggio con la capitale georgiana Tblisi, ai reatini non è mai piaciuta granché, soprattutto per la sostanziale estraneità al contesto storico-architettonico della piazza che dovrebbe brillare di luce propria per come segna il centro geografico del Paese.

Anche il Monumento alla Lira, inaugurato il primo marzo 2003 proprio nella città ombelico d’Italia a ricordo del vecchio conio sostituito dall’avvento dell’euro (è fatto con il metallo ricavato dalla fusione delle monete da 200 lire) non ha mai entusiasmato. Senza voler esprimere giudizi, diciamo solo che non sono mai stati documentati casi di sindrome di Stendhal accaduti lì davanti.

Tornando al murale sul Tribunale, il colpo d’occhio è senz’altro appagante, anche se manca l’effetto sorpresa di un’opera di Banksy. Potrebbe lasciare perplessi la scelta del sito (ci sarà pure una ragione se da nessun’altra parte in Italia è stato finora utilizzato un palazzo di giustizia come “tela”) ma questo è un argomento di contorno che, come tutte le opere d’arte che si rispettino, apre il campo alle dispute degli appassionati.

Rimane da sciogliere un ultimo nodo. Secondo gli organizzatori, la scelta è ricaduta su Rieti perché colpiti dall’“unione paesaggistica ed artistica in una città coerente con se stessa e lontana dall’ingerenza del turismo massivo”.

Una motivazione che per un verso inorgoglisce ma che al contempo rimarca una realtà ben nota circa la mancanza di un turismo quantitativamente apprezzabile. Anche guardando alle recentissime iniziative di promozione del territorio, quella della vocazione turistica è un’ambiguità che si trascina da troppo tempo e che sarebbe ora risolvere, non foss’altro per individuare concreti approcci di marketing e processi organizzativi mirati.

In altre parole, dovremmo deciderci se il nostro è un comprensorio turistico e a quale clientela intende rivolgersi: di massa, interessata a specifici argomenti (ad esempio i percorsi religiosi) o di ulteriore nicchia. Risolto questo enigma, risulteranno molto più chiare le iniziative da prendere a corredo e a sostegno di qualsiasi idea di sviluppo.

 

19_05_2019

 

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