Aprile 2018

PERSONE & PERSONAGGI

IL RICORDO DI 'LOTTINO', ARMANDO MORONTI NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO

Lo racconta Fabrizio Tomassoni

città, storie

L'11 maggio 1996, all'età di 79 anni, se ne andava in silenzio Armando Moronti, da tutti conosciuto in città con il soprannome di Lottino. 
Armando, nella sua non facile esistenza, fu un personaggio assolutamente irripetibile. Era figlio di Vittorio Moronti e di Zeffira Lamioni…sì, proprio quella Zèffera che, dalla leggenda metropolitana reatina del primo dopoguerra, è ancor oggi ricordata come un autentico unicum. Zèffera, che a Carnevale era una 'maschera umana' capace da sola di caratterizzare l'aria tipica di quei giorni spensierati; Zèffera, che dalla casa fatiscente di Porta d’Arce, sciamava in città per incarnare uno spaccato di quella società civile di allora, semplice, sempre costretta ad arrabattarsi quotidianamente per sbarcare il lunario tra mestieri ora antichi, (era una c.d. stracciaròla) ora improvvisati. Armando... “Lottino”, fu espressione genuina di questo 'miscuglio magico' nel quale il binomio povertà-dignità mai venne meno, in bilico tra il bohémien e il disperato. Il suo palcoscenico fu una Rieti diversa, nella quale tutti si conoscevano, tutti cercavano di vivere, e anche di sopravvivere al meglio, magari in reciproco aiuto, racchiusi in un guscio che, col tempo, al suo schiudersi non rese quel che sembrava promettere allora. Come in un flash-back, lo rivediamo ancora oggi, Armando, con il suo banchetto in piazza del Comune, tra il negozio di elettricità di Gianni Pilati e l'angolo con la bottega di stoffe di sor Carlo Ricci su via Roma: fermava tutti, cercava di rifilarti un accendino, una ricarica ma anche un ombrello, un orologio o un paio di calzini. Mai però maleducato o irrispettoso, forse solo insistente! Ogni tanto, specie all'ora dei pasti, alzava al cielo le note casarecce di Firenze sogna o di La canzone del carcerato con quella voce para-baritonale: e per anni, Mario Celleno lo aiutò con generosità, perché nessuno gli negava un piatto di pasta o di minestra. Quant'è difficile l'arte di vivere, tanto Armando ne incarnò, a modo suo, i risvolti più inediti! 
Ma Armando Moronti…”Lottino” viveva soprattutto per il calcio e per la sua SS Rieti: in casa, arringava la tribuna del "Fassini" con analisi dal sapore…lunare, suggeriva e imprecava all'allenatore di turno formazione e tattica; poi, conclusa la partita, si faceva portare da Bombolo a Porta Cintia, ancora pochi metri e irrompeva al Pidocchietto e, mettendosi davanti allo schermo, dava in diretta il risultato della partita degli amarantoceleste. In trasferta, spesso si presentava come “Il presidente del Rieti” ma anche il “Barone Lotto” da Rieti o il “Conte Lotto” da Rieti, mentre esibiva collane e anelli a volontà. Lo ricordo in una delle sue ultime trasferte al "Fattori" di L'Aquila, serie D primi anni '90, quando nel pre-partita ripropose Firenze sogna e poi svuotò la sua borsetta di accendini su mezza tribuna dove convivevano sereni reatini e aquilani. Allo stadio “Manlio Scopigno” sembrava non sentirsi a proprio agio...gli mancava quella rete metallica che aveva accompagnato le mille tribolazioni e le mille gioie di mille partite: dalla serie C della Supertessile alla serie B della Vaccarezza, dalla SS Rieti della ricostruzione del 1950-51 fino alla stagione di Gaetano Papalia e poi l'alba del nuovo Fc Rieti di Nunzio Rucci che, purtroppo, non riuscì a vedere. 
Tutto questo fu Armando Moronti... “Lottino”, uscito dalle pieghe di una reatinità senza repliche che oggi fa tirare abbondanti sospiri di rimpianto per essersene andata troppo in fretta, finanche con simili personaggi. A cui dobbiamo essere comunque grati, essendo stati capaci di farci intravvedere una esperienza di vita da vivere sempre e soltanto con la gente, tra la gente, per la gente!
E siamo certi che ancora oggi, a ventidue anni dalla sua scomparsa, Armando…”Lottino” da lassù saluterebbe la promozione degli amarantoceleste in serie C con quel suo magico “Forza Rieti!”.

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