Giugno 2020

L'editoriale di Stefania Santoprete

Il filo del discorso

“Dunque, dove eravamo rimasti?” Esordì Enzo Tortora tornando in tv, al ritorno dal carcere in cui era stato tradotto in piena notte, il 17 giugno 1983 a seguito di un’accusa infamante.

Dove eravamo rimasti se lo sono chiesti in tanti al ritorno dal lockdown: evento inatteso ed imprevedibile ha messo una pausa alle nostre vite e le ha restituite ai nostri amici artigiani, dipendenti, imprenditori quando, tirando su la serranda hanno ritrovato intatta la merce rimasta in attesa... sugli scaffali. Alcuni non hanno retto all’impatto decidendo di chiudersi la porta alle spalle, abbandonando per sempre un’impresa che hanno ritenuto disperata.

In effetti come si fa a non perdere l’orientamento? A non smarrirsi dietro provvedimenti, ordinanze, opportunità e bonus? Come si fa a rimanere a galla e a non farsi prendere dallo sconforto di un lavoro sospeso, dell’incognita del domani?

Anche la nostra attività come tante ha subito un brutto contraccolpo, l’ennesimo dopo una crisi economica protrattasi da anni: non potevamo però rinunciare a questa nuova uscita. E’ il numero della ripresa, della ripartenza. E’ il segnale della speranza a cui dobbiamo aggrapparci e che vorremmo trapelasse da ogni nostra pagina. Ve/ce lo dovevamo.Come sarà la società, il lavoro, la sanità, la scuola, la chiesa in questa nuova fase? Cosa dovremmo attenderci? A chi rivolgerci per un aiuto, un sostegno, a chi guardare come esempi virtuosi capaci di reinventarsi e di rimettersi in gioco? E’ quello a cui abbiamo tentato di dare risposte in questa rivista, senz’altro ricca di spunti di riflessione, ve ne accorgerete scorrendo il nostro sommario: il resto lo leggerete sul nostro sito formatrieti.it, in cui spesso troverete elementi aggiuntivi.

Ci piace molto il colpo d’occhio che si ha percorrendo il tratto che da Porta d’Arce porta a Piazza Marconi, le gigantografie dei testimonial scelti per ogni attività: i volti della nostra gente contrassegnati da un incitamento dai connotati veraci, #dajeRieti! Ci commuoviamo costantemente davanti ai loro sorrisi avendo ormai chiaro il senso dell’iniziativa pensata dalla Fondazione Varrone: ridare simbolicamente energia, orgoglio e senso di appartenenza alla città scossa dalla pandemia. Si riparte, ma questa volta - a differenza del terremoto che già mise in ginocchio questa terra - lo si fa tutti insieme, al segnale dello starter.

Qualcuno mancherà all’appello. Temiamo di scoprire pian piano, giorno dopo giorno, i nomi effettivi di chi ci ha lasciato senza clamori, in questa epoca di reclusione in cui persino le lacrime sono state segregate, nascoste, in cui il dolore non si è potuto sciogliere in un abbraccio corale e la morte è apparsa effettivamente con la sua vera faccia: un fatto estremamente privato. Pian piano, con lo scorrere del tempo, si dipaneranno le vicende, emergerà la rabbia e la delusione, si alzerà la nebbia e riusciremo ad avere percezione del quadro complessivo di un evento che avremmo potuto immaginare solo come legato ad una sceneggiatura fantascientifica.

Molto c’è da raccontare, tante le storie non hanno ancora conosciuto dignità. Su tutte, quelle legate alla fatica, all’ostinazione, all’impotenza degli operatori sanitari trasformatisi in qualunque figura occorresse sul campo, in una lotta corpo a corpo senza contatto ma totalizzante.

Sappiamo che il numero dei nuovi poveri è cresciuto a dismisura in questo tempo sospeso, ce lo indica l’enorme lavoro svolto in silenzio dai volontari della protezione civile, dei servizi sociali, della Caritas, della Croce Rossa, ce lo testimonia il contrarsi degli acquisti che rende ancora più precario il futuro: un’alba in cui abbiamo ancora voglia di credere ostinatamente. L’alternativa? Il Nulla.

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