a cura di Massimo Palozzi

Novembre 2019

IL DOMENICALE

IL CASO SEGRE E LA TORMENTATA STORIA DEGLI EBREI REATINI

città, società, storia

(di Massimo Palozzi) La vicenda della senatrice a vita Liliana Segre, scampata all’inferno di Auschwitz e alla quale è stata assegnata una scorta per i continui insulti, minacce e frasi d’odio che riceve soprattutto via social (e, duole dirlo, senza la necessaria dissociazione di importanti forze politiche), ha riportato in auge il mai sopito problema dell’antisemitismo e più in generale del disprezzo dispensato a piene mani nei confronti del “diverso”. Concetto che ha fatto versare fiumi d’inchiostro ma che in fondo potrebbe essere liquidato con nemmeno una riga, dato che la diversità è normalità, mentre la vera forzatura è l’omologazione stereotipata. Qui per rabbrividire è sufficiente la lapidaria dolcezza con la quale Liliana Segre ricorda il suo “crimine”: quello di essere nata.

Di fronte a simili enormità, si usa di solito citare il titolo della famosa incisione di Francisco Goya “Il sonno della ragione genera mostri”. Adesso però si sta andando oltre, giacché non di ragione insonne si tratta, ma di intelletti vigili e quindi colpevolmente consapevoli.

A Rieti il caso non pare aver scatenato un particolare dibattito pubblico, a parte la richiesta di conferimento della cittadinanza onoraria a Liliana Segre, avanzata dall’ex presidente del Consiglio comunale Giampiero Marroni sull’onda di analoghe iniziative prese da tante amministrazioni locali italiane e appoggiata martedì dal gruppo del Pd.

Eppure, il mantenimento di un livello decoroso di anticorpi non dovrebbe mai venir meno, anche perché non occorre muoversi dalla città per recuperare le tracce storiche dei ricorrenti rigurgiti antisemiti.

Nella vulgata popolare la presenza in zona degli ebrei viene sempre descritta come irrisoria, se non nulla. In effetti, il nostro capoluogo non è mai stato terra d’elezione per loro e scorrendone le vicende è facile capire i motivi.

Il primitivo insediamento della comunità israelita a Rieti risale agli inizi del 1300, con i suoi membri occupati soprattutto nel prestito e nel credito su pegno. Nei due secoli successivi si dedicarono inoltre alla riscossione delle tasse, insieme al commercio dei tessuti e ad altre attività, con il solo divieto di trattare generi alimentari che, anzi, non potevano nemmeno toccare con le mani.

In ossequio alle imperanti direttive ecclesiastiche, ben cinque secoli prima dell’orrore della Shoah, a Rieti venne introdotto nella prima metà del Quattrocento l’obbligo di un segno distintivo, consistente per gli uomini in una rotella di stoffa gialla cucita sul petto e per le donne nell’uso dei “circelli”, orecchini a cerchio che servivano a identificarne l’origine. Nel 1458 fu addirittura imposto di marchiare le fasce dei neonati.

Le autorità vararono poi altri provvedimenti per limitare la familiarità con i cristiani, in un crescendo di iniziative ostili che agli inizi del Cinquecento culminarono nella segregazione degli ebrei in un “luogo umile”, fino alla loro espulsione dalle terre papali (e quindi anche dal Reatino), decretata con la bolla di Pio V del 26 febbraio 1569.

A quel tempo erano stimate poco più di duecento persone, che su una popolazione di diecimila anime costituivano il due per cento della cittadinanza reatina.

Un Ghetto vero e proprio non venne mai realizzato, sebbene alla fine del XV secolo ne fosse stata progettata la fondazione. Le circa quaranta famiglie ebree vivevano per lo più nel quartiere di Porta Carceraria, nel triangolo ricompreso tra le odierne Porta d’Arci, piazza San Rufo e piazza Oberdan, al cui interno sorgeva la sinagoga attestata nei documenti a partire dal 1470, benché già dal 1408 avessero ottenuto la licenza per un oratorio.

Altri nuclei familiari si erano invece stabiliti nel quartiere di Porta Romana, all’esterno della cinta muraria, dove si trovavano la “Strada dei Giudei” e il cimitero. In quest’area il Consiglio cittadino aveva deliberato nel 1513 di concentrare i devoti della Torah, pur se la residenza coatta non fu nei fatti mai applicata con particolare rigore.

A proposito di cimitero, per un singolare coincidenza, lo scorso 3 ottobre è stata effettuata la prima sepoltura nella sezione ebraica di quello in via Angelo Maria Ricci, in attuazione della convenzione simbolicamente firmata il 27 gennaio, Giorno della Memoria, tra il sindaco Cicchetti e la Comunità ebraica riformata di Roma.

Nel Basso Medioevo a Rieti esercitavano diversi medici e chirurghi ebrei, che non disdegnavano di dedicarsi in parallelo a pratiche commerciali o finanziarie, come racconta la biografia dell’esponente più famoso di quella collettività, Mosè ben Isaac da Rieti, meglio conosciuto come Moisè di Gaio, al quale è dedicata una via nelle vicinanze di Porta Cintia.

Figlio di un banchiere, Moisè nacque in città nel 1388 e dopo aver studiato medicina (probabilmente a Perugia) e i testi sacri sotto la guida paterna, esercitò la professione medica accanto all’attività familiare nel ramo creditizio. Fu anche autore di diverse opere di poesia, filosofia e medicina, sia in italiano che in ebraico. La sua composizione più nota è un poema in terzine ispirato alla Divina Commedia che gli meritò l’appellativo di Dante Ebreo. Morì a Roma nel 1460.

I cognomi Rieti o Da Rieti, piuttosto diffusi in Italia e all’estero (spesso nella versione corrotta Rietti) sono dunque di provenienza giudaica e la loro genesi va ricondotta proprio a Moisè e al padre Gaio Isaac.

Dal cinquecentesco bando papale, la presenza ebraica nel territorio rimase del tutto irrisoria. Da qui finirono comunque nei campi di sterminio nazisti quindici persone, arrestate in provincia tra la fine degli anni Trenta e i primi dei Quaranta. Un numero che può sembrare esiguo (ma quando si parla dei lager persino una vittima è insopportabilmente troppa), che però nel Lazio pone Rieti addirittura al secondo posto in questa terribile graduatoria, a pari merito con Frosinone e dietro solo ovviamente a Roma.

Non è molto noto, ma la provincia ospitò anche un campo di concentramento. A seguito delle leggi razziali del 1938 (che a Rieti furono peraltro diligentemente applicate senza particolari sussulti di indignazione civile) e al conseguente rastrellamento degli ebrei, nel giugno 1943 fu aperto il lager di Farfa, che avrebbe dovuto contenere 2700 reclusi, compresi coloro che a vario titolo erano considerati nemici del regime. Il ministero dell’Interno aveva infatti pianificato il trasferimento in Sabina della maggior parte dei detenuti a Ferramonti, in provincia di Cosenza, che al tempo era il principale campo di internamento per gli ebrei italiani.

Il lager farfense rimase in funzione per soli tre mesi perché all’armistizio dell’8 settembre venne abbandonato dal personale di guardia, consentendo al centinaio di prigionieri presenti, tra i quali molti ebrei, di fuggire. Nel 1945 fu poi riconvertito in campo profughi, arrivando tre anni dopo ad ospitare in condizioni spesso durissime fino a quasi novecento persone.

Due anni fa aveva suscitato un’ondata di riprovazione il rinvenimento nella curva laziale dello stadio Olimpico di adesivi con la foto di Anna Frank con la maglia della Roma. È stato quindi un sollievo sentire il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervenuto in città la settimana scorsa ad un seminario organizzato dagli avvocati civilisti, parlare del calcio all’insegna di valori alti, a cominciare dalla lotta ad ogni forma di razzismo e discriminazione.

Ce n’è dunque d’avanzo per farla finita una volta per tutte con certe tesi pateticamente nostalgiche. Il negazionismo è ripugnante. Il giustificazionismo di più e non meno dannoso è il revisionismo. Ma l’indifferenza rischia di trasformarsi nel peggiore dei mali.

 

17-11-2019

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