Aprile 2018

"IL CASO DAVID ROSSI"

Elementi a supporto della verità

eventi

Usare una parola come suicidio nel caso di David Rossi è quantomeno inesatto. Lo scenario è delicato e complesso.
Siamo al 2013 David è a capo del’ufficio comunicazione di quella che è una delle più antiche e prestigiose banche d’Italia.
Dapprima portavoce del sindaco Piccini, arriva alla Fondazione Monte Paschi Siena con Mussari e rimane al suo fianco per 16 anni, seguendolo quando diverrà Presidente di MPS e ABI.  Mussari si dimetterà da entrambe le presidenze, travolto dalle polemiche sulla gestione della banca nel periodo della sua direzione, dal 2006 al 2010. Il mondo scopre nel frattempo che i conti sono messi malissimo e cambia la posizione di tutti: i grandi signori del potere, osannati fino a quel momento, cominciano ad essere denigrati.
“David Rossi rimasto con i nuovi vertici, deve assumere ora un nuovo ruolo - spiega l’autore del libro a lui dedicato, Davide Vecchi - deve difendere la Banca dalle accuse di tutti i giornali, anche quelli che gli erano più vicini. Parliamo di un uomo che gestiva un investimento di circa 50 milioni annui in pubblicità, con un grande ascendente. Capace di parlare direttamente con i direttori e influire sulla scelta di un titolo.  David si sente sotto pressione dopo le recenti perquisizioni.”

Il manager muore precipitando dalla finestra del suo ufficio nella sede della banca di Siena nel marzo del 2013. In un primo momento l'episodio è stato archiviato come un caso di suicidio. La vicenda è stata ricostruita in una sala dei Cordari gremita nella giornata di venerdì 16 marzo nell’evento voluto dal gruppo QVSA nell’ambito della presentazione del libro di Davide Vecchi “Il caso David Rossi il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena” (Chiarelettere).
Chi è questo gruppo? E cosa c’entra con David? QVSA identifica gli ex ragazzi di Villa Sant’Anatolia, coloro che frequentarono i campi organizzati da don Luigi Bardotti. Diventati adulti, ognuno per la propria strada e occupando un ruolo diverso nella società, hanno tentato di mantenere in vita alcuni ‘semi’, tra cui quello della ricerca e del rispetto per la verità. Era loro prima uscita ufficiale in ambito sociale a sostegno e conforto di una famiglia in cui è entrata a far parte una di loro, Simonetta, senese d’adozione, cognata di David Rossi. Questa particolarità ha permesso di far sì che anche Ranieri, fratello di David, fosse seduto al tavolo dei relatori, parlando pubblicamente, come raramente fa, mostrando tutta la propria amarezza e quella della propria famiglia per una vicenda che ha molti, troppi punti oscuri. Indagini inquinate dagli stessi che avrebbero dovuto farle: prove distrutte, testimoni mai ascoltati, telecamere non sequestrate, celle telefoniche non acquisite.

“Se non fosse stata mia moglie Simonetta a dire al procuratore ‘E’ un atto irripetibile, facciamolo’ oggi non avremmo neanche un’autopsia su cui ragionare. E’ nato così il ‘caso Rossi’ che si trascinerà nel tempo consapevoli purtroppo che non riusciremo mai a capire se si trattò di omicidio, per le troppe prove perse. La responsabilità della Magistratura e di quanti intervennero è nel non aver voluto isolare la scena del crimine, seguendo quello che è un protocollo comune. L’arroganza è la cosa più triste, neanche hanno avuto il coraggio di chiederci scusa. Troppo spesso leggo ‘la famiglia cerca la sua verità’ è un’affermazione che non sopporto: noi cerchiamo UNA verità.”

“Gli stessi che avrebbero dovuto certificare e individuare le cause della morte di David Rossi, indagano invece la vedova Antonella Tognazzi, costringendo i familiari a dotarsi di avvocati e periti ed a svolgere il lavoro spettante alla Magistratura. Un controsenso che mi ha spinto a scrivere questo libro” racconta l’autore.

Solo un cortocircuito fortuito e positivo mette in relazione il giornalista de Il Fatto Quotidiano con Marco Occhipinti autore delle Iene a cui arriverà in supporto Antonino Monteleone uscito da La7.  Sarà proprio quest’ultimo a riaccendere i riflettori su questo caso sollevando il velo di omertà steso anche dalla Procura con l’archiviazione, per ben due volte, delle indagini.  

L’avvocato Pirani divenuto ormai amico della famiglia, spiegando la necessità di essere onesti nei confronti dei congiunti, ha ammesso “Cerchiamo di far riaprire il procedimento ma è come fare la scalata dell’Everest senza cime. Un conto è una riesumazione fatta dopo qualche mese, altro se avviene dopo tre anni. E’ giusto che chi opera nel diritto dia una risposta alla famiglia, dovrà darla grazie alle risultanze dagli atti. Qui la formula ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ non può essere applicata: non si può parlare di suicidio se è solo una delle possibili ipotesi.”

Come un fiume in piena Antonino Monteleone ha parlato delle sue iniziali titubanze, dell’ambiente senese, dell’operato dei magistrati, snocciolando le tante incongruenze tra gli atti scritti e le immagini rappresentate in quel video che la sua trasmissione ha mostrato al grande pubblico scioccandolo, ma anche contribuendo ad una diversa consapevolezza. Un video, come ha fatto rilevare anche Fabrizio Colarieti - moderatore perfettamente centrato nel suo ruolo di esperto conoscitore di tecnologia, di informatica e reati - su cui pesa il sospetto di manipolazione. Un video tagliato un minuto prima della caduta del manager di MPS e terminato prima dell’arrivo dei soccorsi: cosa mai vista prima in casi simili.

Un video tirato fuori con molta sofferenza dai suoi cari come fece notare Carolina, figlia della sua compagna “Non è stato facile denudare David della sua dignità, è stato come commettere su di lui una seconda violenza”

La ricerca della verità passa a volte attraverso strade assai dolorose da percorrere per chi rimane. Tutto il gruppo presente a Rieti ci ha fatto toccare con mano quanto lavoro, impegno ci sia in tal senso per far sì che ‘il caso David Rossi’ non finisca nell’oblio dei tanti misteri italiani.
La Giustizia dovrebbe render conto alla pubblica opinione delle responsabilità e le implicazioni di tutti gli attori coinvolti in questa storia, perseguendo per suo conto tutte le possibili ipotesi, dando una risposta coerente a quanto è stato raccolto e prodotto.
David per la sua famiglia non è morto una sola volta: quel corpo che precipita visto e rivisto al rallentatore, in immagini ricostruite in 3D, pubblicate sul web o trasmesse in tv, porta con sé un dolore che si rinnova e culmina nello schianto a terra dove rimarrà agonizzante per ben 22 lunghissimi minuti. E quella figura che nel video si china su di lui senza alcun gesto inconsulto, senza nessuna apprensione particolare ben rappresenta l’indifferenza e l’ignavia di quanti hanno preferito guardare altrove.

Stefania Santoprete

 

 

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