a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2019

IL DOMENICALE

IL 2 GIUGNO DEI REATINI

Un referendum in controtendenza espresse fedeltà alla corona

storia

(di Massimo Palozzi) La settimana appena trascorsa, che si conclude oggi con la Festa della Repubblica, è stata inevitabilmente monopolizzata dall’analisi dei risultati elettorali, dai commenti di contorno e dal consolidamento degli assetti usciti dalle urne. Non solo a livello governativo, per effetto delle europee, ma anche in provincia, dove si sono rinnovate le amministrazioni di ben 48 comuni su 73.

Tra conferme e debutti, da lunedì la mappa della politica reatina risulta aggiornata secondo le tendenze del momento, all’esito di un passaggio – le libere elezioni a suffragio universale diretto - dato ormai per scontato, anche se si ripete da appena qualche decennio: esattamente dal referendum tra monarchia e repubblica del 2 e 3 giugno 1946. In realtà le donne avevano già votato la primavera precedente per alcune consultazioni amministrative, ma solo in quella occasione le italiane poterono esercitare per la prima volta il loro diritto su scala nazionale.

L’epilogo è noto. La repubblica vinse di un soffio tra mille contestazioni, incassando 12.717.923 voti contro i 10.719.281 ottenuti dalla monarchia, a sancire l’inizio della fase storica che stiamo ancora vivendo, sebbene quegli eventi sembrino così lontani nel tempo.

Per questo motivo il 2 giugno è dal 1949 festa nazionale. Settant’anni esatti che oggi si celebrano ancora con doverosa enfasi in quanto si trattò di un passaggio cruciale al termine del terribile periodo del fascismo, del secondo conflitto mondiale e della guerra di liberazione.

Meno conosciuto è forse il risultato di quel referendum a Rieti, dove in orgogliosa controtendenza prevalse la fedeltà alla corona. I votanti in provincia furono 96.086, l’86,23% degli aventi diritto. Alla repubblica andarono 38.445 preferenze (il 42,61% dei voti validi), mentre la causa monarchica ne raccolse 51.782, pari al 57,39%. Appena 1.755 le schede nulle e 4.104 quelle bianche.

Insieme al referendum istituzionale si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, i cui membri ricevettero il mandato di elaborare la nuova Costituzione che dal primo gennaio 1948 si erge a fondamentale presidio democratico della nazione.

A quel consesso gli elettori del collegio Perugia-Terni-Rieti designarono eminenti personalità, alcune delle quali espressione del nostro territorio o comunque ad esso riferibili.

La prima che merita di essere ricordata è senza dubbio Elettra Pollastrini. Nata a Rieti il 15 luglio 1908, lasciò presto la città per trasferirsi con la famiglia dapprima ad Ancona (dove a causa delle ristrettezze economiche fu messa in orfanotrofio), quindi a La Spezia. Nel novembre 1924 raggiunse il fratello Olindo riparato in Francia, trovando impiego alla Renault, ma venne licenziata solo due anni più tardi per aver aderito a uno sciopero. Rimase comunque oltralpe, cominciando a frequentare gli ambienti degli esuli comunisti.

Al 1932 data la sua affiliazione alla Lega delle donne per la pace e la libertà. L’anno successivo si iscrisse al Partito Comunista, per conto del quale nell’agosto del ‘34 partecipò come delegata al Congresso mondiale contro la guerra e il fascismo di Parigi.

A causa delle sue idee sovversive finì ben presto attenzionata dalla polizia italiana, che la segnalò alle frontiere per l’arresto nel caso avesse tentato di rientrare in patria.

Allo scoppio della guerra civile spagnola partì con una delegazione internazionale femminile per portare aiuti ai repubblicani e per partecipare al primo congresso delle donne antifasciste tenutosi a Barcellona nel novembre 1937.

Nonostante fosse stata dichiarata “indesiderabile”, si ristabilì in Francia agli inizi del ’38, venendo arrestata nel settembre dell’anno successivo nell’ambito delle repressioni scatenate contro i comunisti in seguito alla firma del patto Ribbentrop-Molotov.

Nell’aprile 1941 le autorità francesi la consegnarono all’Italia. Tradotta nel carcere di Rieti, le venne diagnosticata la tubercolosi, che le evitò di essere inviata nelle colonie. Rimase quindi al confino in città, presso una parente, dedicandosi ad operazioni clandestine fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. A ottobre la polizia tedesca la scoprì mentre trasportava chiodi utilizzati per azioni di sabotaggio. La sua appartenenza partigiana le costò la condanna a tre anni di lavori forzati, per espiare i quali fu deportata in Germania nel campo di prigionia di massima sicurezza di Aichach, dove trascorse venti mesi fino all’arrivo delle truppe alleate il 28 aprile 1945.

Una volta rimpatriata, assunse la carica di assessore al Comune di Rieti prima di essere eletta all’Assemblea Costituente. Elettra Pollastrini rappresentò il Partito Comunista anche a Montecitorio come deputata per le prime due legislature repubblicane, dal 1948 al 1958, quando si trasferì in Ungheria per lavorare come giornalista a Radio Budapest per cinque anni. Legatissima alle sue origini, nel 1956 era stata eletta consigliere provinciale ed ebbe rilevanti ruoli in seno alla Federazione comunista cittadina.

Nel 1963 fece definitivamente ritorno a Rieti e qui morì il 2 febbraio 1990. Al di là dell’intenso impegno pubblico, spicca il fatto che fu tra le prime esponenti femminili ad emergere in un contesto egemonizzato dagli uomini. Basti pensare che su 556 membri dell’Assemblea Costituente, solo 21 erano donne. 

Un altro padre costituente legato al Reatino è l’avvocato Ivo Coccia. Nato a Roma il 23 dicembre 1891, si dedicò con successo alla professione forense, alla quale affiancò la militanza politica. Fervente antifascista, si iscrisse nel 1919 al Partito Popolare Italiano, subendo feroci ritorsioni per la sua aperta opposizione al regime (nel 1926 offrì rifugio a casa sua ad Alcide De Gasperi, che era ricercato dai fascisti). Dopo l’Armistizio partecipò alla Resistenza. Catturato dalla Gestapo, il suo nome venne inserito nella lista dei condannati a morte delle Fosse Ardeatine, riuscendo tuttavia a scampare all’eccidio perché sostituito con un altro prigioniero.

Allo spoglio per l’Assemblea Costituente risultò primo dei non eletti, ma fu ripescato in virtù della rinuncia di Maria Federici che era rientrata nel collegio unico nazionale. Si candidò quindi alle elezioni del 1948, conquistando un seggio alla Camera come deputato della Democrazia Cristiana. Contemporaneamente, ricoprì l’incarico di presidente della Provincia di Rieti per due mandati: dal 1946 al 1948 e dal 1955 al 1958.

Il terzo costituente di provenienza reatina scelto in quel fatidico giugno 1946 era il più anziano del gruppo. Tito Oro Nobili nacque infatti il 23 marzo 1882 a Magliano Sabina, che all’epoca faceva parte dell’Umbria, ma studiò al liceo classico di Rieti, prima di laurearsi in giurisprudenza all’università di Roma. Aderì fin da giovane al socialismo e a Terni, dove si era stabilito per esercitare la professione di avvocato, cominciò anche il suo percorso politico. Agli inizi del Novecento Terni era una città in pieno sviluppo industriale, nella quale accanto a un evidente progresso economico si manifestavano sempre più chiaramente le sofferenze della classe operaia per le pesantissime condizioni lavorative che andavano ad affiancarsi a quelle altrettanto difficili degli agrari.

Del Partito Socialista Italiano Nobili scalò l’intera gerarchia, divenendone segretario nazionale nell’aprile 1923 per i successivi due anni. Fu anche l’ultimo sindaco di Terni prima dell’avvento del fascismo.

Eletto deputato nel 1921 e riconfermato tre anni dopo, dovette patire le persecuzioni del regime che nel 1926 lo mandò al confino sull’isola di Favignana. Venne anche radiato dall’albo degli avvocati, ma su intervento di Mussolini ottenne di essere reintegrato. Dopo la Costituente, vestì il laticlavio come senatore dal 1948 al 1953.

Il suo impegno in favore delle popolazioni rurali lo portò a ripetuti contatti con gli ambienti del socialismo reatino. In particolare ebbe modo di allacciare un lungo rapporto con Florido D’Orazi il quale, grazie anche al suo appoggio, nel 1919 si assicurò l’investitura per acclamazione a segretario provinciale della Camera del Lavoro di Rieti.

All’epoca D’Orazi era già una figura di spicco del locale Partito Socialista, nonché guida carismatica dei contadini reatini.

Nato a Rieti il 30 maggio 1881 da famiglia modesta, il suo mestiere di meccanico di macchine agricole gli aveva fatto conoscere da vicino la durissima realtà delle campagne. Sebbene fosse autodidatta, coltivò amicizie e frequentazioni importanti, come quella con Angelo Sacchetti Sassetti, intellettuale raffinato e politico di vaglia, determinato antifascista, tre volte sindaco di Rieti, fondatore dell’Archivio di Stato cittadino, nonché autore di studi e pubblicazioni di eccezionale valore.

D’Orazi era convinto della necessità di stare sempre in prima linea nelle lotte di braccianti e mezzadri della Piana, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro, anche a costo della propria incolumità e libertà personale (al 10 dicembre 1912 risale la sua prima condanna per istigazione allo sciopero e alla lotta di classe).

La più clamorosa azione di protesta che lo vide protagonista si colloca tuttavia nel 1920.

A giugno la Federazione umbra dei lavoratori della terra aveva indetto uno stato di agitazione, che a Rieti ebbe il suo culmine il 20 agosto quando i contadini condussero in città tutti i bovini della Piana. Il bestiame venne legato lungo le mura medievali e agli alberi che costeggiavano viale Maraini e per tre giorni le vacche restarono così, senza foraggio e senza essere munte, tra il lezzo e il frastuono dei muggiti. Il 24 agosto le trattative avviate tra proprietari e contadini con la mediazione dell’autorità governativa subirono un improvviso stop, in conseguenza della proclamazione di uno sciopero indetto per il ferimento dello stesso D’Orazi durante una delle accese discussioni con la controparte.

Il giorno appresso si raggiunse finalmente un accordo, che accoglieva molte delle rivendicazioni mezzadrili. Alle successive amministrative il Psi riportò una schiacciante vittoria, con Sacchetti Sassetti eletto il 27 novembre primo sindaco socialista di Rieti.

La reazione non tardò però a manifestarsi. Nel 1921 D’Orazi venne nuovamente processato e condannato per istigazione sovversiva. Poco dopo squadristi fascisti provenienti da Perugia assaltarono e distrussero le Camere del Lavoro di Rieti e Poggio Mirteto, invasero il Comune di Rieti irridendo il sindaco e picchiarono selvaggiamente alla stazione ferroviaria proprio il deputato futuro costituente Tito Oro Nobili.

D’Orazi si rifugiò a Roma, senza smettere la sua attività politico-sindacale che, con l’avvento del fascismo, si andava facendo sempre più pericolosa. Tratto ancora in arresto a Narni nel 1926, lo colpì infine il verdetto a cinque anni di confino (poi ridotti a tre) sull’isola di Lipari, dove si trovò a condividere l’esilio con altri illustri personaggi della galassia antifascista.

Scontata la pena, si ritirò a Rieti, schedato come sovversivo e tenuto costantemente sotto sorveglianza. Nel 1940 comparirono le prime avvisaglie della malattia che lo avrebbe progressivamente allontanato dall’impegno militante fino alla morte avvenuta nel 1952. Alle esequie lo salutarono in tanti, con la commossa e appassionata orazione funebre pronunciata dall’amico professore Angelo Sacchetti Sassetti.

 

02-06-2019

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