a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2019

IL DOMENICALE

IERI LE FABBRICHE, OGGI I NEGOZI

città, commercio

(di Massimo Palozzi) Venerdì è scaduto il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse sollecitate dall’avviso emesso dalla Camera di Commercio due settimane fa per reperire dieci locali non occupati in via Roma, via Garibaldi e via Cintia, da utilizzare per iniziative promozionali nel corso delle festività natalizie dal 6 al 31 dicembre.

All’uscita della notizia sono stati in molti a commentare con rassegnata ironia che l’indagine di mercato si sarebbe rivelata piuttosto facile, visti i tanti negozi chiusi nel centro storico. La desertificazione di quelle che una volta erano le vie dello shopping è d’altronde sotto gli occhi di tutti, figlia tanto di una contingenza globale quanto di specifiche peculiarità locali.

L’esplosione dei centri commerciali ha indubbiamente segnato una svolta forse irreversibile rispetto ai modelli tradizionali di acquisto. Il carico della crisi che dal 2008 ha investito il mondo ha poi fatto il resto, contribuendo a falcidiare i piccoli esercenti, stretti fra adattamento all’innovazione e recessione repentina. La minor capacità di spesa delle famiglie ha in effetti diminuito in maniera ragguardevole i consumi in tutte le aree del paese, a maggior ragione nelle zone dove si è progressivamente ridotta, fin quasi a scomparire, la presenza di aziende come quelle che a Rieti popolavano un tempo il Nucleo industriale.

Secondo l’Istat, nel 2018 il valore delle vendite al dettaglio è cresciuto lievemente rispetto all’anno precedente (+0,2%), ma attraverso dinamiche alquanto eterogenee. In particolare, mentre per la grande distribuzione si è assistito a un moderato incremento dello 0,8%, le transazioni delle piccole superfici hanno fatto segnare una flessione per il secondo anno consecutivo (-1,3%). Tra gli esercizi non specializzati, spicca il risultato positivo dei discount (+4,4%).

Per quanto riguarda la provincia di Rieti (dati Movimprese di Infocamere-Unioncamere), nello stesso 2018 erano attive nel commercio al dettaglio 2.263 ditte, di cui 470 in forma societaria, con un saldo positivo tra natalità e mortalità di 36 unità rispetto all’anno precedente.

Al 30 settembre scorso si è registrata un’ulteriore minima crescita, con 2.284 attività complessive, tra le quali 487 società. Segnali all’apparenza incoraggianti, che tuttavia vanno disaggregati in ambito comprensoriale e, soprattutto, devono fare i conti con la vita media sempre più breve delle nuove iniziative o con l’emigrazione di marchi storici dal territorio, come accaduto da ultimo per un paio di importanti negozi che hanno lasciato Passo Corese per trasferirsi a Capena, in provincia di Roma.

Da non sottovalutare sono comunque le recenti aperture in città di tre punti vendita (due negozi e un bar) rese possibili dal coraggio e dallo spirito imprenditoriale dei promotori, con l’ausilio di quell’orientatore di competenze che si sta rivelando “Vivaio”, il servizio promosso a partire da maggio dalla Fondazione Varrone a Palazzo Dosi per sostenere processi di creazione d’impresa.

Stando ai primi risultati, lo strumento sembra funzionare proprio nei settori dove si riscontrano le peggiori criticità. Un singolare paradosso, pensando a come l’avvento del commercio elettronico - che non manifesta arretramenti nell’inanellare incrementi significativi - abbia contribuito ad allontanare la clientela dai negozi fisici. E se si considera che l’Italia presenta ancora ampi margini di alfabetizzazione digitale, è facile prevedere che le piattaforme on-line seguiteranno ad erodere spazi e fatturati a danno dei classici sistemi di vendita al dettaglio.

La scelta dei consumatori è del resto sempre più orientata verso outlet o, appunto, siti web, dove è possibile trovare offerte e prodotti concorrenziali a discapito dei negozi, che a loro volta continuano a chiudere a ritmi serrati, riuscendo con estrema difficoltà e solo in rari casi a tagliare il traguardo dei tre anni. Le conseguenze di una simile china sono sconfortanti: Confesercenti stima che ogni piccola attività che abbassa le saracinesche crea due disoccupati.

Per sostenersi e prosperare il commercio ha bisogno di un circuito economico-produttivo vitale, perché è evidente che l’esercizio al dettaglio costituisce il terminale di spesa, sulla cui capacità si misura in buona sostanza il benessere delle famiglie.

Il quadro generale tracciato nella consueta indagine congiunturale di Federlazio sullo stato di salute delle piccole e medie imprese reatine nel primo semestre del 2019, presentata giusto avantieri, conferma invece una sostanziale instabilità, evidenziata in particolare dal crollo della fiducia e dal calo degli investimenti e dei livelli occupazionali.

Non manca comunque la persistenza di un tratto relazionale che proprio nelle scorse settimane ha avuto modo di palesarsi in occasione della morte di due noti rivenditori, a poca distanza di tempo l’uno dall’altro. Il 14 ottobre è venuto a mancare alla veneranda età di 91 anni Ferruccio Troiani, fondatore e a lungo titolare della ferramenta di viale Maraini. Pochi giorni più tardi, il 22 ottobre, ci ha improvvisamente lasciato a soli 47 anni Renato Paolucci, che appena pochi mesi prima aveva rilevato la rinomata macelleria di Enzo Ciogli in via Porta Romana. Pur così distanti tra loro, queste due vicende umane hanno suscitato, soprattutto attraverso i social, un’autentica ondata di commozione popolare, a riprova del fatto che il rapporto negoziante-cliente mantiene legami che trascendono il mero aspetto commerciale.

Più complicato resta invece quello con le istituzioni, soprattutto per gli operatori del centro. I pannelli celebrativi messi a copertura delle vetrine abbandonate sono apprezzabili sul piano dello sforzo creativo, ma certo non servono a prestare un concreto soccorso di fronte alla moria in atto.

La storia racconta peraltro come i commercianti reatini abbiano dovuto costantemente confrontarsi con realtà impietose. Alla fine del Trecento le botteghe che sorgevano sull’antico ponte Romano vennero ad esempio abbattute insieme al cassero, perché ostacolavano il regolare corso del Velino.

In epoca meno lontana, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta del secolo passato, l’ispettore onorario ai monumenti ed agli scavi di Rieti, Francesco Palmegiani, condusse un’importante opera di restauro della Cattedrale, resa possibile dal suo predecessore Angelo Sacchetti Sassetti, con la collaborazione del vescovo Massimo Rinaldi. Nella foga di recuperare la “romanità” delle forme architettoniche esaltata dal regime fascista, Palmegiani intervenne pesantemente sull’aspetto medievale del complesso, eliminando l’imponente scalinata che da piazza Mariano Vittori collegava il primo piano dell’episcopio e ripristinando le antiche volte del piano terra. L’area venne così sgomberata dalle botteghe che, per reperire i fondi necessari alla ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto del 1703, il vescovo Antonino Serafino Camarda aveva affittato ad artigiani e commercianti intorno alla metà del XVIII secolo, dopo aver fatto erigere dei tramezzi in muratura per ricavarne negozietti e magazzini.

Come detto, alla crisi del commercio non è affatto estranea quella dell’industria, anzi.

Ieri è stato celebrato il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. In quel fatidico novembre 1989 era alla sua ultima legislatura da deputato Franco Maria Malfatti, politico democristiano di ascendenze reatine (il padre era originario di Contigliano, la madre di Forano) e dal prestigiosissimo cursus honorum. A lui si deve l’inclusione nel perimetro della Cassa per il Mezzogiorno di quello spicchio di provincia tra Rieti e Cittaducale, grazie alla quale poté nascere il Nucleo industriale tra gli anni Sessanta e Settanta.

Si trattò certamente di un’operazione artificiale. La trasformazione piuttosto repentina da un’economia prettamente agricola ad una manifatturiera si dimostrò però tutto sommato scorrevole, tanto da dare a Rieti una dimensione industriale di assoluto rispetto, alla quale si accompagnò il fiorire di un’economia di contorno che sta adesso pagando ancora lo scotto della fine di quell’esperienza.

I motivi del drastico ridimensionamento del Nucleo andrebbero indagati con attenzione, ma è evidente che la fine delle provvidenze di Casmez indusse le imprese più importanti a delocalizzare e dismettere gli insediamenti produttivi, con gravi ripercussioni anche sull’indotto.

I tanti capannoni abbandonati o riconvertiti in tentativi di riuso non sempre e non tutti dall’esito felice, precedono insomma, e non solo idealmente, la teoria di negozi chiusi in giro per la città.

I cicli economici sono spesso spietati, soprattutto in contesti non adeguatamente attrezzati. Se un rammarico deve essere espresso, questo va riferito all’incapacità di consolidare il pionieristico radicamento sul terreno di tante fabbriche in un assetto produttivo assistito non soltanto da specifiche capacità manageriali, ma anche da adeguate politiche pubbliche di sviluppo. L’atavica e irrisolta questione delle infrastrutture e dei collegamenti ne è l’esempio più eclatante. Accanto al quale è lecito annoverate azioni locali deboli, di cui negli anni si è palesata la scarsissima incidenza positiva.

Sarà bello a Natale vedere le vetrine di alcuni dei negozi chiusi tornare a brillare di luce propria. Ma sarà al contempo triste pensare che, finite le feste, calerà di nuovo il sipario su quelli che stanno inesorabilmente trasformandosi in dolenti reperti di archeologia commerciale.

 

10-11-2019

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