a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2019

IL DOMENICALE

I GIGANTI DELLA MONTAGNA REATINA

città

(di Massimo Palozzi) Con una sontuosa rappresentazione de “I giganti della montagna”, lo scorso fine settimana ha preso il via la stagione teatrale. La messinscena del testo di Pirandello nell’allestimento di Gabriele Lavia, regista e protagonista nei panni del mago Cotrone, non ha tradito le attese, anche per merito di una compagnia di attori all’altezza di un capocomico che a dispetto dello scorrere del tempo si conferma uno dei mostri sacri del teatro italiano. Accanto a lui una menzione speciale la meritano un’efficacissima Federica Di Martino nella parte di Ilse e il gruppo di mimi sulla scena nel secondo atto.

Nonostante il testo piuttosto impegnativo, il pubblico ha risposto bene. La formula del doppio spettacolo (serale il sabato e pomeridiano la domenica) sembra essere stata gradita, complice l’indubbio livello qualitativo dell’opera che Rieti ha accolto come una sporadica chicca.

Unico neo la logistica. Ancora una volta piazza Oberdan è stata assoggettata alle necessità del Flavio, con la soppressione dei parcheggi per i due giorni precedenti la vigilia di Natale, senza che ne fosse stata data una congrua e preventiva notizia. Solo il giorno prima qualche divieto di sosta volante appeso agli alberi come tazebao d’antan annunciava l’eliminazione dei posteggi proprio nei momenti di maggiore esigenza per gli acquisti prenatalizi.

Che non ci fossero alternative per sistemare la complessa ed ingombrante macchina scenica è evidente. Lungi dall’essere una scusante, si tratta però, se possibile, di un’aggravante. Non soltanto perché la programmazione di eventi del genere richiede particolare oculatezza ma, soprattutto, perché andrebbe investito un impegno finalmente decisivo nella sistemazione di largo Cairoli, che generazioni di reatini conoscono unicamente per i pannelli di protezione di fronte ad un’area ormai avvinta da un alone di mistero. La restituzione alla città di quel bellissimo scorcio avrebbe infatti il pregio di abbellire una zona cruciale del cuore antico di Rieti e insieme costituirebbe una pratica stanza di compensazione per le esigenze del teatro. Terzo ma non ultimo, liberebbe anche idealmente piazza Oberdan da quel ruolo di ancillare subalternità che da anni le è stato riservato dalle amministrazioni di turno e confermato da ultimo non solamente dal suo utilizzo come anonimo e non valorizzato contenitore per manifestazioni di varia natura, ma pure dagli scarsissimi decori di questi giorni di festa. In un’edizione del Natale tornata a far brillare di luce il centro storico, a piazza Oberdan e piazza Mazzini hanno collocato appena una striminzita luminaria per parte, messa lì più per dovere d’ufficio che per reale convinzione. Quello che non manca sono invece le foglie morte che cadono indisturbate e copiose dai rami degli alberi, mai curati nemmeno per una semplice potatura.

Tornando con sguardo visionario all’opera rappresentata il week end prima di Natale, tre elementi risultano sovrapponibili all’attualità delle vicende locali. Il primo è che si tratta di un’opera incompiuta. Come noto, Pirandello non riuscì a completarla. Morì infatti prima di consegnarla all’editore e sebbene il figlio Stefano sostenesse che il padre gliene rivelò lo sviluppo, è da condividere la scelta di Lavia di chiuderla senza l’immaginario finale.

Il senso di incompiutezza si attaglia alla perfezione al nostro genius loci. La sensazione di vivere in una città sempre in attesa che qualcosa accada è alquanto diffusa, figlia di un approccio cultural-antropologico che dovremmo riuscire a voltare in un significato non necessariamente negativo. A vedere il bicchiere mezzo vuoto, la condizione di incompiuto racchiude infatti il fallimento per conquiste mai raggiunte. L’incompiutezza può però essere colta nel significato opposto di abbozzo, di non ancora realizzato, quindi di potenzialità inespresse in grado di fare da sprone per avanzare e colmare le lacune.

La seconda suggestione mutuabile dalla prosa dell’immortale scrittore girgentino è la diuturna aspettativa nei confronti dell’intervento di qualche potente. Nell’opera andata in scena al Flavio una settimana fa i derelitti attori della compagnia della Contessa sono poco più che guitti ridotti ad elemosinare ospitalità nella villa dall’evocativo nome La Scalogna, alla ricerca di un riscatto finale nell’auspicata generosità dei giganti della montagna: potenti e ricchi signori, purtroppo vocati più alla soddisfazione dei beni terreni che alla coltivazione dello spirito. Non è una predisposizione d’animo diffusa e percepibile tra noi?

L’idea che qualcuno da fuori possa fare il miracolo è ben radicata nella mentalità reatina, forse anche a causa di illustri precedenti storici. Il primo zuccherificio italiano venne sì impiantato nel 1873 proprio a Rieti, ma ad opera di un imprenditore svizzero (Emilio Maraini). Lo stesso, nella prima metà del Novecento la rivoluzionaria stazione di granicoltura fu condotta e sviluppata a partire da Campomoro e poi per tutta la Piana da uno straordinario scienziato forestiero, il marchigiano Nazareno Strampelli. E che dire del Nucleo industriale che per un attimo accese di velleità manifatturiere l’economia locale tra gli anni Settanta e Ottanta? Anche in quel caso, solo l’intervento di un padre nobile come l’umbro (ancorché di radici sabine) Franco Maria Malfatti consentì quel piccolo ma effimero portento.

Questo non vuol dire naturalmente che siamo un popolo di ignavi. A voler tracciare una sintesi, si potrebbe parlare piuttosto della tendenza ad una identità in un certo qual modo adespota.

Un simile tratto caratteriale sconfessa per alcuni versi (ma per altri li complica) un vecchio luogo comune che vuole i discendenti di Rea Silvia restii ad accogliere ciò che arriva da fuori le mura. Non per gretta chiusura mentale. Semmai per un inveterato timore di sconvolgimenti che una terra di confine come la nostra ha sperimentato nei secoli.

Questa traccia ci conduce allora al terzo, inquietante riferimento rinvenibile nella pièce con la battuta finale pronunciata spalle al pubblico: “ho paura”.

La paura è un’emozione primaria. Al netto delle implicazioni culturali, è un potente alleato a protezione della sopravvivenza. Non bisogna quindi temerla tout court, visto che, se ben gestita, rappresenta un aiuto insostituibile tanto a livello individuale quanto collettivo. Forse ha ragione Alessandro Manzoni quando fa dire a don Abbondio che il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare. Ma tra mancanza di coraggio e paura c’è una bella differenza. Sul coraggio (esteso all’ambito sociale) esistono sempre margini di miglioramento. È quando la paura diventa disperazione che si finisce per restarne ostaggi senza prospettiva.

Tante volte in passato la paura del cambiamento ha impedito il colpo d’ala. Ma come in finanza non esiste investimento senza rischio, l’alea è spesso un elemento imprescindibile di crescita. Buon 2020.

 

29-12-2019

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