Ottobre 2018

STORIE

HALLOWEEN? FORSE UN 'RITO DI RITORNO'

Nato dalle tradizioni esportate dai nostri nonni

cultura

Già nel III secolo d.C. le prime comunità cristiane celebravano una festa in onore dei santi. Questa celebrazione raggiunse anche Roma, quando il 13 maggio del 609 o 610 d.C. Papa Bonifacio IV dedicò il celebra Pantheon alla Vergine Maria e a tutti i Santi, trasformandolo da tempio pagano a luogo di culto cristiano e inaugurando la Festa di Ognissanti. La celebrazione fu poi spostata al 1° novembre da Papa Gregorio III (731-741),

James Frazer, antropologo, ci dice che prima di divenire un festività ufficiale, Ognissanti si celebrava già in Inghilterra, paese dove prima abitavano i Celti, e che la Chiesa scelse questa data per dare una sorta di continuità con il Samhain, come richiesto dal mondo monastico irlandese. Il Samahain è l’antica festa di Halloween, con la quale si celebrava il nuovo anno ma si ricordavano anche le anime dei propri morti, ed era di origine celtica. La volontà della Chiesa era evidente: cercare di cristianizzare le antiche usanze pagane. E non a caso, si fissò poi il 2 Novembre la Commemorazione dei Defunti.

I riti pagani di All  Hallows’ Day e soprattutto All Hallow’s Eve, da cui viene Halloween, continuarono nel tempo, con la loro caratteristica di mistero e magia, e oggi a quasi 1.200 anni di distanza sembrano aver preso sopravvento sulla festa cristiana. Di certo non è una trovata americana: da tempi remoti, nelle nostre zone (Campania, Basilicata, Puglia) si svuotano le zucche (cocce priatorje) e illuminandole coi cerogini si pongono ai crocicchi delle vie unitamente a delle spasere di vivande per rifocillare ed illuminare i morti che per quella ricorrenza ambiscono tornare nei luoghi a loro cari. Queste usanze partirono, fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, insieme agli stracarichi bastimenti di emigranti per la “Merica” e da lì sono tornate indietro senza memoria.

La festa di Halloween, con il suo contorno funerario, non sarebbe altro che un modo di insegnare «ritualmente» ai bambini a non aver paura della morte: il Medioevo convive quotidianamente con la morte e la popolazione ne ha meno timore da quando il Cristianesimo le ha insegnato che essa non è definitiva, ma è già stata sconfitta dalla Risurrezione di Cristo. Ogni cattedrale cattolica nordica ha degli orrendi gargoiles di pietra: mostri sì, ma pietrificati; i codici miniati e i grandi dipinti nelle chiese sono pieni di demoni che svolazzano ai margini.

E presso tutte le culture incontriamo riti che presuppongono una forma di contatto fra il mondo dei vivi ed il mondo dei morti e che affondano le loro radici nella notte dei tempi. Nei templi degli antichi Greci vi era un luogo buio, spesso presso uno specchio, considerato oggetto magico, ove ci si concentrava per varcarne la soglia ed entrare in contatto coi defunti. I Romani nei giorni che si onoravano gli avi usavano far visita alla tomba di famiglia: una cripta con terrazza ove si riunivano per banchettare ed attraverso un passaggio simbolico venivano lasciate cadere vivande per i morti.

Tante sono le tradizioni popolari legate alle ricorrenze dei Santi e dei Morti, in alcune zone d’Italia ancora molto sentite e celebrate. Nelle zone rurali e in alcuni paesi di Abruzzo, Friuli, Piemonte, Puglia, Trentino e Veneto c’è l’usanza nella notte tra il 1° e il 2 novembre di lasciare un lume acceso, acqua fresca e pane per i morti in visita al mondo terreno. In Valle d’Aosta, addirittura, c’è l’usanza di lasciare la tavola apparecchiata e imbandita a casa quando si va in visita al cimitero; mentre nelle campagne della Lombardia vengono sistemate coperte e lenzuola per il riposo dei defunti. In Calabria, a Serra San Bruno, vi è l’usanza del coccalu di muorto. I ragazzini intagliano e modellano le zucche, riproducendo su di esse un teschio, girando per le vie del paese con in mano le loro macabre creazioni, dicendo: “Mi lu pagati lu coccalu?” (Me lo pagate il teschio?).
In Basilicata, a Matera, si crede che il primo novembre i morti scendano in città dalle colline del cimitero, stringendo un cero acceso nella mano destra; in Puglia la sera dell’1 novembre si imbadisce la tavola con pane, acqua e vino affinchè i defunti, che si fermeranno in visita sino a Natale o all’Epifania, possano ristorarsi.
Nel dopoguerra nei quartieri popolari della Campania si usava, invece, andare in giro con una cassetta di cartone a forma di bara: “U tavutiello”, gridando: “Fammi del bene per i morti: in questo grembiule che ci porti? Uva passa e fichi secchi porti e fammi del bene per i morti”.
In Sardegna i bambini girano di casa in casa per chiedere le offerte per i morti e ricevono pane, fichi secchi, dolci e mandorle.

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