a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2021

IL DOMENICALE

FUSIONI, LE CONSEGUENZE PER RIETI

città, politica

di Massimo Palozzi - A dispetto dei mille campanili e delle microentità economiche che caratterizzano il Paese, la tentazione per le fusioni si è ormai da tempo trasformata in prassi consolidata. Tutto nasce dal postulato “grande è bello”, dove “bello” è la traduzione edulcorata di “forte”. Così si fondono le imprese, si fondono le banche, ma si fondono pure articolazioni amministrative in aperta controtendenza rispetto alle pulsioni all’autonomismo e al decentramento di appena qualche anno fa.

Se per certi fenomeni si tratta di scelte quasi ineluttabili in ambito macro, cosa comporta a livello locale una simile logica applicata senza distinzioni e in maniera indiscriminata? La settimana appena trascorsa ce ne ha offerto un interessante ventaglio.

Lunedì i consiglieri Andrea Sebastiani, Giosuè Calabrese e Roberto Casanica hanno diffuso preoccupanti dettagli sul piano di ristrutturazione di Intesa Sanpaolo, che prevede l’eliminazione di ben quattro filiali (tre a Rieti e una a Cittaducale). La notizia è subito deflagrata, suscitando la mobilitazione delle istituzioni e dei sindacati e aprendo in parallelo un ampio dibattito nell’opinione pubblica. Del resto negli ultimi due anni in provincia sono già sparite dodici agenzie di diversi istituti di credito, a fronte peraltro di un aumento dei depositi nello stesso periodo del 13,48%.

Gli argomenti dei contrari sono facili da riassumere: la chiusura degli sportelli mette a repentaglio i dipendenti, causa disservizi ai correntisti e priva il territorio di attività finanziarie a loro volta strumentali al sostentamento di quelle imprenditoriali operanti in pieno cratere sismico. Nel caso di Cittaducale, poi, si tratterebbe addirittura della cancellazione dell’unica agenzia disponibile nel terzo Comune della provincia, dove per inciso insiste un’ampia area del Nucleo Industriale.

Proteste e mobilitazioni con tanto di raccolta firme si sono appena levate e solo il tempo dirà se avranno avuto successo per scongiurare, almeno parzialmente, i disegni del primo gruppo bancario italiano. Lo spera il sindaco civitese Leonardo Ranalli dopo averne incontrato il direttore regionale, mentre quello del capoluogo, Antonio Cicchetti, ha candidamente ammesso che siamo in presenza di dinamiche che gli amministratori locali non sono in grado di condizionare né, tantomeno, di governare. Con una buona dose di realismo tocca insomma confidare che, come in ogni trattativa, si siano anticipati numeri da poter essere rivisti per un compromesso al ribasso, sebbene sempre all’interno di una politica di ridimensionamento.

Cosa c’entrano però le fusioni con quanto sta accadendo? Molto. Perché Intesa Sanpaolo ha assorbito gli sportelli della fu Cassa di Risparmio di Rieti, all’esito di una lunga catena di cessioni e acquisizioni. Fondata a cavallo tra il 1845 e il 1846, nel 1993 la Cariri in crisi passò sotto il controllo della Cariplo, per finire nel 1998 nella proprietà di Banca Intesa. A seguito della fusione di quest’ultima con Sanpaolo IMI nel 2006, la Cassa di Risparmio è quindi entrata in Intesa Sanpaolo, fino alla definitiva sostituzione delle insegne avvenuta il 23 novembre 2015. Ed eccoci allora al punto. Un punto condiviso con un’altra vicenda tornata alla ribalta delle cronache grazie all’annuncio dato martedì dal consigliere regionale Pd Fabio Refrigeri, relativo al recepimento delle osservazioni sulla costituzione del Consorzio Unico Industriale del Lazio. In virtù degli aggiustamenti apportati, quello reatino entrerà nel nuovo soggetto con una quota di capitale del 9%, praticamente raddoppiata rispetto all’ipotesi iniziale. Una decina di giorni fa la bozza notificata dalla Regione Lazio aveva mandato su tutte le furie il presidente della Provincia Mariano Calisse, scandalizzato da quel misero 5% di partecipazione riservato a Rieti, contro il 38 di Frosinone, il 27 del Sud Pontino, il 20 di Roma-Latina e il 10 del Lazio Meridionale. Ora le percentuali appaiono più equilibrate, ma resta la domanda di fondo: sarà vera gloria? Tutta questa operazione di ingegneria istituzional-finanziaria prende le mosse dalla fusione dei cinque Consorzi industriali provinciali del Lazio stabilita da una legge regionale dell’ottobre 2018, sopravvissuta anche al giudizio del Tar che l’anno scorso ha rigettato i ricorsi dei Comuni di Frosinone, del Sud Pontino e dei Consorzi Cosind e Roma-Latina. Secondo lo schema predisposto, ciascun Consorzio cesserà di esistere e di operare in autonomia in favore di un unico ente centralizzato che, detto per inciso, diventerà il più grande d’Italia. Come una simile riorganizzazione possa essere funzionale all’agilità delle iniziative da adottare e all’attenzione mirata alle differenti esigenze dei singoli distretti non è dato sapere. E quand’anche la glorificazione del gigantismo sia in qualche misura giustificata dai non esaltanti risultati conseguiti dalle precedenti esperienze, il rischio dell’accentuazione romanocentrica estesa a questo settore è davvero dietro l’angolo.

Mantenendoci sulla stessa direttrice, incombenti e concreti si prospettano i contraccolpi dalla fusione della Camera di Commercio di Rieti con quella di Viterbo. Al culmine di roventi polemiche, il 28 febbraio 2020 la Regione ha nominato l’avvocato Giorgio Cavalli commissario straordinario dell’ente reatino, con il compito di traghettarlo verso l’istituenda Camera di Commercio dell’Alto Lazio. Dopo mesi di intenso lavorio, a breve sono attesi i provvedimenti definitivi necessari allo scioglimento delle singole realtà provinciali e all’elezione del consiglio camerale. L’iter di accorpamento ha conosciuto una decisa accelerazione dopo il ritiro del ricorso al Tar che in precedenza aveva sospeso il processo di fusione in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale. La quale, il 23 giugno 2020, ha infine considerato legittima la riforma varata nel 2016 dal governo Renzi.

La transizione però non è semplice. Ci sono infatti da sciogliere nodi fondamentali, come la ripartizione dei seggi in rappresentanza delle categorie dei singoli territori coinvolti. L’intreccio di interessi da dipanare è di fondamentale importanza perché la governance del nuovo soggetto verrà attribuita in base a parametri quali il fatturato, il numero degli occupati e altri indicatori macroeconomici, al cui esame Rieti parte svantaggiata nei confronti di Viterbo. La Tuscia potrebbe dunque assumere un ruolo dominante sul versante dirigenziale e, a cascata, nelle strategie perseguite dalla neocostituita Camera di Commercio interprovinciale, che avrà competenza su circa sessantamila imprese.

Per concludere questa carrellata sulle controverse conseguenze delle fusioni, non si può non parlare di un altro amore mai sbocciato: quello tra la Forestale e i Carabinieri. Manco a farlo apposta, in settimana è circolato un sondaggio informale da cui è emerso che il 95% degli ex Forestali boccia la legge che nel 2016 ha sancito la soppressione del Corpo e il trasferimento del personale presso altri enti dello Stato (principalmente i Carabinieri e in misura minore Vigili del Fuoco, Polizia, Guardia di Finanza e Ministero delle politiche agricole e forestali). Senza alcuna pretesa di rigore statistico, la consultazione ha ricevuto i pareri di 2.154 persone ed era stata lanciata in risposta alle dichiarazioni del Comandante generale dell’Arma Teo Luzi il quale, nel corso di una recente audizione in Parlamento, aveva sfidato a fare un sondaggio che a suo parere avrebbe evidenziato come i Forestali siano ben contenti dell’attuale condizione. Evidentemente si trattava di un pronostico azzardato se il referendum messo in piedi dalla Ferfa, Federazione per la Rinascita della Forestale Ambientale, ha espresso quei risultati. Il malumore per l’incorporazione nel Comando Unità Carabinieri per la Tutela forestale, ambientale e agroalimentare non è in effetti mai cessato, anche dopo la pronuncia della Consulta che il 16 aprile 2019 ha dato il via libera alla riforma Madia.

Molte sono le proposte per la reintroduzione del Corpo fondato nel 1822 e cessato il 31 dicembre 2016 e altrettante sono le spinte centrifughe degli ex, ancora oggi niente affatto persuasi del cambio di status (a dire il vero nemmeno tutti i Carabinieri rimasero contenti di accogliere i Forestali tra le loro file). La matassa la sbroglierà eventualmente il legislatore. Qui occorre solo badare ai riflessi locali di eventuali modifiche normative. Per fortuna la gloriosa Scuola Forestale di Cittaducale è scampata alla soppressione del Corpo, transitando nell’Arma come istituto di formazione nell’ambito della tutela ambientale e agroalimentare. Comunque vada, dovrà confermarsi il presidio di eccellenza che è sempre stato. Se non altro in nome dei meriti e degli onori guadagnati sul campo per aver formato generazioni di uomini e donne in divisa specializzati nella difesa dei beni naturali italiani. Almeno la fusione tra Forestale e Carabinieri risparmi al territorio ulteriori sconfitte.

 

28-03-2021

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