a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2019

IL DOMENICALE

FERROVIA E ACQUA, MEGLIO L'UOVO OGGI O LA GALLINA DOMANI?

trasporti

(di Massimo Palozzi) La notizia circolata in settimana della sparizione della ferrovia Rieti-Passo Corese dal piano commerciale 2019/2023 di Rete Ferroviaria Italiana è la diretta e logica conseguenza di quanto avvenuto nell’ultimo periodo sul fronte del trasporto pubblico locale. Il progetto figura ancora nel piano triennale delle Ferrovie dello Stato, ma sarebbe puerile sottovalutare il segnale.
Era il 17 ottobre del 2017 quando l’allora ministro Graziano Del Rio giunse a Rieti insieme all’amministratore delegato e direttore generale di Rfi, Maurizio Gentile, per annunciare un ambizioso programma di sviluppo infrastrutturale, reso necessario dalle annose criticità acuite dai terremoti dell’anno prima.
Nell’occasione venne assicurato che, grazie al potenziamento dell’anello ferroviario dell'Appennino centrale, sarebbe stato possibile creare collegamenti verso la Capitale con elevati standard di regolarità e puntualità, sia sul versante nord dall'Aquila, Rieti e Terni, sia su quello est da Pescara, Sulmona e Avezzano. Quanto alla direttrice L'Aquila-Rieti-Roma, la promessa fu di partire dal progetto approvato dal Cipe nel 2006, rivisitato e adattato con l’obiettivo di produrre un tracciato in grado di consentire viaggi con tempi di percorrenza inferiori all’ora.
In realtà, già nel 2001 lo stesso Comitato aveva inserito nella delibera n. 121 la Passo Corese-Rieti nell’ambito dei “Corridoi trasversali e dorsale appenninica”, con un costo complessivo stimato in 335,7 milioni di euro. Un dettaglio di non poco conto, destinato però a perdersi davanti alla rapida evoluzione degli eventi e ai loro esiti a volte paradossali.
La parallela e vittoriosa battaglia combattuta nel frattempo a livello regionale per ottenere la messa in esercizio di quattro treni bimodali sulle tratte Sulmona-L’Aquila- Rieti-Terni e Terni-Roma (che permetterà di arrivare nella Capitale in circa un’ora e quaranta minuti passando dal capoluogo umbro) potrebbe infatti allontanare, se non addirittura sterilizzare del tutto, la già precaria prospettiva della costruzione di una nuova ferrovia.
Un nuovo percorso sarebbe del resto giustificato solo dal perdurare dell’assenza di collegamenti decenti tra Rieti e Roma. La prossima attivazione dei bimodali offre invece un formidabile argomento politico in risposta alle esigenze di mobilità dei pendolari reatini, neutralizzando quantomeno l’urgenza di praticare altre e più adeguate soluzioni.
È chiaro che le cose per gli utenti non stanno affatto in questi termini, ma meraviglia chi si meraviglia dello stralcio dai piani di Rfi dei binari fino a Passo Corese.
Il perché è presto detto. La tratta Sulmona-L’Aquila-Rieti-Terni è interamente a binario unico non elettrificata e risulta perciò percorribile solo da treni spinti da motori diesel, mentre la linea Terni-Roma è completamente elettrificata e può quindi essere sfruttata per la trazione elettrica.
Anche qui i precedenti non mancano. Sul finire del 2017 il direttore tecnico di Rfi aveva riferito come fosse in corso la progettazione per la velocizzazione e l’elettrificazione della Terni-Sulmona, dando disponibilità ad un coordinamento con le realtà locali per tenere in considerazione le istanze del Reatino. Ora quel progetto sembra finito in naftalina e la “colpa” potrebbe essere almeno in parte proprio dei nuovi treni. Essendo dotati  della doppia  alimentazione, i bimodali rappresentano l’uovo di Colombo per marciare indifferentemente sulle due tratte, senza costringere i viaggiatori ad utilizzare convogli diversi a seconda della fonte di energia impiegata, ma soprattutto senza interventi significativi sulle infrastrutture esistenti.

Con i nuovi treni verrà dunque meno la necessità di cambiare a Terni. Spariranno così i relativi disagi e perdite di tempo con contestuale aumento del comfort di marcia garantito dalle nuove carrozze, pur mantenendo l’attuale tracciato.
Proprio oggi cominciano a circolare i primi treni bimodali in Italia sulla linea Aosta-Torino via Ivrea. La Regione Valle d’Aosta ha fatto da apripista nazionale nel settore, siglando nel maggio 2015 il contratto per l’acquisto dei nuovi mezzi. L’esperienza ha tuttavia dimostrato che l’iter per la loro effettiva operatività non è stato né semplice né veloce. Di rinvio in rinvio, tra ricorsi al Tar e allungamento dei tempi tecnici, il varo ufficiale ha infatti superato ampiamente tutte le previsioni fornite nel corso di questi quattro anni.
Il timore di quanto accaduto in Valle d’Aosta si sta riverberando anche in Sabina, dove le reazioni alla notizia del mancato inserimento nei piani di Rfi della Rieti-Passo Corese sono state tutto sommate blande. La spiegazione è duplice e non si sa quale preferire: o era una mossa attesa, alla luce dei sempre più problematici vincoli di bilancio (e quindi si sono lasciate coltivare speranze infondate), oppure l’argomento non cattura un particolare interesse istituzionale, a differenza di quanto accade per i gruppi di azione civica come sindacati e associazioni di utenti.
Preso atto dello status quo, non rimane altro che monitorare, vigilare ed esercitare la massima pressione affinché i treni bimodali vengano messi sui binari quanto prima, pur con la consapevolezza che questo obiettivo miglioramento potrebbe costituire la pietra tombale sui sogni di sviluppo nel breve di reti infrastrutturali degne dell’epoca che stiamo vivendo.
La speranza è ovviamente l’ultima a morire. I treni bimodali non sono d’altronde in contraddizione teorica con la realizzazione di una nuova linea ferroviaria, ma occorre fare i conti con la realtà. E con la storia, che dovrebbe insegnare come nel passato siano state più le ambizioni frustrate di quelle realizzate.
Il paradigma si sta peraltro riproponendo tale e quale nella vicenda della captazione delle acque e la  conseguente approvazione della convenzione per la gestione dell’ambito di interferenza idraulica del sistema acquedottistico Peschiera – Le Capore.
Parole complicate per dire che per decenni Roma ha utilizzato in regime di sostanziale deregulation l’acqua del Reatino e che solo nel febbraio 2018 è stato raggiunto un accordo formale che, in cambio dei prelievi di Acea (società partecipata in maggioranza dal Comune di Roma), garantisce finalmente a Rieti un ristoro economico di circa 224 milioni di euro spalmati in trent’anni. Tanto? Poco? Quel che è certo è che, appena siglata la convenzione, sono cominciate le manifestazioni di insofferenza, sfociate di recente in veri e propri ricorsi presentati al Tribunale superiore delle acque pubbliche dal Comune di Casaprota e dall’associazione Postribù contro la determina regionale dello scorso 10 giugno che ha dato esecuzione all’intesa. Non bastasse, la Provincia, in quanto ente coordinatore di Ato 3 (la filiera che riunisce i Comuni reatini interessati) ha a sua volta deliberato l’incarico ad uno studio legale di Roma per un’ulteriore impugnativa del medesimo atto. Quest’ultimo ricorso al momento resta sospeso, ma è pronto ad essere attivato non appena ne dovessero ricorrere le condizioni. Uno dei nodi del contendere riguarda infatti il vincolo di destinazione del denaro pagato da Roma, che dovrebbe essere utilizzato esclusivamente per la depurazione. Dalla Regione è però arrivata nei giorni scorsi un’interpretazione estensiva di questa clausola, che permetterebbe l’impiego delle somme incassate anche per la realizzazione e manutenzione di nuove condotte, liberando di conseguenza i maggiori spazi di manovra rivendicati dalla stessa Provincia/Ato 3.
Al di là dei tecnicismi, emerge per l’ennesima volta il conflitto tra l’uovo di oggi e la gallina di domani. Le modalità di captazione delle acque e l’entità del ristoro fanno fondatamente storcere il naso, lasciando irrisolto l’amletico dubbio: meglio pochi maledetti e subito (si fa per dire) o alzare la posta al massimo?
Era comunque il caso di pensarci prima, invece di abbandonarsi a pentimenti tardivi.
Del resto, tutto si può dire meno che si sia agito con particolare celerità, sia nel caso del trasporto ferroviario sia in quello della gestione delle risorse idriche.

06-10-2019

condividi su: