Giugno 2018

STORIE

ERA IL 6 GIUGNO DEL 1944, LA SPERANZA ERA VICINA

Dal libro di Ajmone Filiberto Milli

storia

“Quando quella mattina del 6 giugno, sentirono gli aerei, Lisa si attufò dentro lu corredùru insieme ad altri: la parte dde lu corredùru dove stavano crollò sotto le case crollate e loro rimasero sotto ad implorare a dire a chimare prima di convincersi di dover morire: io so Lisa, io invece so Filippo lu fijju dde lu Pescjarolu, io invece so ‘istu e io ‘istandra,  sarvatece.

E morti dappertutto: italiani, germanici, di Rieti, di fuori, madri, figli, uomini, bambini…. Alcuni di costoro morirono in superficie, distesi sulla terra. Altri sepolti dalla terra, con l’anima piena di terra. Alcuni squarciati, altri intatti: scoppiati di dentro.

Io stavo all’Atrica quando bombardavano – dice Alfredo Inches – Vidi tutto: le case saltare, le colonne di fumo, lo sconquasso. Corsi giù: casa mia non era stata bombardata, abitavo proprio a fianco dde lu corredùru, dietro il forno dde Paulinu. Poi cominciammo a sentire le invocazioni, ma non potessimo fa gnente, propriu gnente.”

Su un carretto caricarono i feriti e per via Roma la gente aiutava a spingere. Bacchittu arrivò vivo in ospedale, poi morì. Invece Luigino Tarquini morì verso Porta Arringo; alla sorella Mafalda, dai capelli di rame, fu troncata una gamba…”

Era l’alba di quel 6 giugno ’44. La speranza della fine ormai vicina di quella guerra mi fece sognare la pace. Ma non fu così. L’urlo della sirena il rombo delle Fortezze volanti mi riportarono alla realtà. Guardai l’orologio: segnava le 9,30 e poi addio speranza, solo bombe, distruzione e morte.
E proprio lì tra le macerie del Borgo, rimase colpita una parte di me, il mio amore. Non ebbi più la forza di pensare al domani, all’avvenire.
Poi il pianto di un bimbo piccolo, tanto piccolo che tenevo stretto tra le braccia, mi fece tornare in me, mi ricordò di essere mamma e da quel momento anche papà. Feci presto a dirlo, ma come è difficile andare avanti. Non posso fermarmi, anche se oggi vorrei
.”
Il tempo aveva fissato così quel giorno nella mente di Carola Barbante, moglie a Bruno Silvestri dde Issi dde Meravijja morto nel Campoboario….”

(da Gli aridi fuochi di polvere di un tramonto lunghissimo di A.F. Milli)

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