a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2019

IL DOMENICALE

ELEZIONI EUROPEE, SI PARTE

amministrazione

(di Massimo Palozzi) Con la definitiva approvazione delle liste da parte del Ministero dell’Interno, è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le europee del 26 maggio.
In realtà, sono già settimane che leader di partito e candidati in pectore stanno battendo la penisola (provincia reatina compresa) alla ricerca di voti per una competizione dal risultato apertissimo e che comunque certificherà significativi spostamenti da parte dell’elettorato, anche a livello locale.
La prima annotazione è l’assenza di candidati espressi dalla politica reatina. L’ultima volta, nel 2014, con Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale corse Sonia Cascioli, all’epoca consigliere comunale di minoranza del Capoluogo, poi assessore al Bilancio nella giunta Cicchetti, fino alle dimissioni dello scorso ottobre.
In astratto non è una lacuna di grande rilievo. L’idea di un candidato rappresentante del territorio ha un senso piuttosto relativo in ambito europeo. Inoltre, la nostra scarsa consistenza demografica, unita al basso numero di parlamentari da eleggere e alla corrispondente ampiezza della circoscrizione, hanno imposto a tutti i partiti severe opere di cernita nella raccolta e selezione delle proposte.
Il vero significato politico per i reatini, come per tutti gli altri italiani, sarà duplice: da un lato la redistribuzione dei rapporti di forza all’interno della maggioranza Movimento 5 Stelle – Lega che da un anno governa il Paese.
Dall’altro la direzione che la nuova classe dirigente europea intenderà seguire in ossequio al mandato popolare ricevuto.
Nelle semplificazioni giornalistiche la sfida si gioca tra europeisti, affezionati a un modello mai davvero decollato di un’Europa unita e solidale, e sovranisti, evoluzione degli euroscettici, che vedono come fumo negli occhi la sovraordinazione gerarchica delle “élites” comunitarie sulle istituzioni nazionali.
A loro volta i sovranisti annoverano tra le loro fila i nazionalisti, portatori di una concezione estrema del senso di sovranità. In uno slogan: padroni a casa nostra.
Nel 2014 il partito più votato a Rieti fu il Pd con il 40,7%, in linea con il clamoroso risultato nazionale (40,81%) conseguito sotto la guida   dell’allora segretario e neopresidente del Consiglio Matteo Renzi.
Al secondo posto si piazzò il Movimento 5 Stelle con il 22,7% (e la curiosa cifra di 4.444 voti).
Terza Forza Italia con il 17,2, mentre la Lega si assestò all’1,9 con appena 380 voti raccolti.
Dal punto di vista politico sembra trascorsa un’era geologica. Oggi è facile prevedere il balzo in avanti della Lega e l’improbabile ripetersi dell’exploit dem, la cui dirigenza punta a superare il M5S (e viceversa) verso un più ragionevole risultato grosso modo a metà di quello di cinque anni fa.
Un altro dato da tenere in considerazione è quello dell’affluenza, che nel 2014 risultò molto basso. Solo il 52,3% dei reatini aventi diritto si recò infatti alle urne, contro una media nazionale del 57,22%. Non che negli altri Paesi ci fu la corsa ai seggi. A parte l’89,64% del Belgio, nel resto
d’Europa l’affluenza si mantenne piuttosto bassa con una media del 42,61%. Da rimarcare il picco in basso della Slovacchia (13,05%), ma anche altri Paesi dell’Est non brillarono con la Repubblica Ceca al 18,2, la Polonia al 23,83, la Slovenia al 24,55 e l’Ungheria al 28,97.
Dalle prime elezioni europee del 1979 la partecipazione negli Stati membri è stata in calo continuo. Quell’anno votò ben l’85,65% degli italiani, cui seguì un andamento in costante discesa nelle successive sette tornate. Questa volta l’affluenza sarà un indicatore forse più affidabile che in precedenza, benché resti ancora da capire se e come l’affacciarsi di nuovi soggetti politici e, soprattutto, di nuovi modelli di Europa, mobiliterà gli elettori.
Un’affluenza elevata significherà indubitabilmente un ritrovato interesse verso il coinvolgimento attivo dei cittadini nelle vicende europee. Le quali, come noto, non riguardano solo e tanto la composizione dell’emiciclo di Bruxelles, ma le politiche che la nuova Commissione e il nuovo Parlamento adotteranno su questioni molto concrete.
Si ironizza spesso sulla legislazione comunitaria, attenta a disciplinare la lunghezza delle zucchine o amenità simili. In realtà, ogni singolo provvedimento preso a Bruxelles incide direttamente sulla vita di ciascuno, anche senza che se ne abbia immediata percezione.
Un’affluenza ancora in flessione o comunque debole sarebbe invece più difficile da decifrare. Le urne snobbate possono essere infatti il segnale di un’irrimediabile sfiducia nei confronti delle istituzioni europee, tanto squalificate da non meritare nemmeno lo sforzo di esprimere un voto.
Al contrario, potrebbe voler dire che le cose vanno, se non bene, almeno in maniera accettabile. Nelle democrazie più mature il tasso di afflusso alle urne non è in genere particolarmente elevato perché la popolazione sa che, chiunque vinca, gli standard irrinunciabili in materia di diritti, servizi e opportunità, non verranno sostanzialmente intaccati.
I risultati elettorali sono per tradizione il regno dell’interpretabilità. Quindi il giorno dopo ognuno si sentirà legittimato a commentare come meglio crede.
Nel caso dell’affluenza, pare invece di poter dire già da adesso che la seconda opzione vada letta come residuale, nel senso che pochi votanti saranno la dimostrazione plastica di come molti abbiano abbandonato l’idea di partecipare alla costruzione di una vera Europa dei popoli.
Complice la perenne instabilità politica italiana, l’intima debolezza del messaggio che ha cominciato a circolare attraverso i suoi mille portavoce è poi legata al vincolo dell’esito elettorale alle vicende nazionali, se non addirittura territoriali.
Sebbene tutti si affannino a dire che il risultato, qualunque esso sia, non avrà riflessi sulla tenuta dell’esecutivo gialloverde, è evidente che un eventuale sbilanciamento dei rapporti di forza tra i due partner di governo potrebbe indurre i vincitori a rivedere le proprie strategie nel tentativo di rimodulare gli equilibri attuali.
Lo stesso potrebbe accadere addirittura a livello locale. I battibecchi tra il segretario federale della Lega, nonchè potentissimo vicepremier Matteo Salvini, e la sindaca di Roma Virginia Raggi sono ad esempio lo specchio delle mire sempre meno celate del Carroccio sul Campidoglio.
A Rieti la compagine che regge il Comune si mostra compatta e non dovrebbe soffrire degli ipotetici scossoni postelettorali. D’altronde, la concorrenza interna tra Lega e Movimento 5 Stelle a Palazzo di Città non è mai esistita, visto che le due forze si sono presentate agli elettori sotto bandiere diverse che, a differenza di quanto è poi accaduto su scala nazionale, si sono mantenute tali, con i grillini stabilmente all’opposizione e i leghisti in maggioranza, dapprima da esterni e poi direttamente cooptati in giunta all’esito del mini rimpasto seguito alle dimissioni della Cascioli.
Rimane da dire che in provincia si voterà anche per il rinnovo delle amministrazioni in 48 comuni su 73.
Si tratta di consultazioni solo all’apparenza minori, dalle quali arriveranno invece indicazioni molto attendibili sulla ricomposizione del quadro politico territoriale.

condividi su: