a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2020

IL DOMENICALE

EL PUEBLO UNIDO

politica

(di Massimo Palozzi) Preceduta da uno stillicidio di comunicati a supporto, lunedì si è tenuta nella sala convegni del Polo di Santa Lucia la conferenza stampa di presentazione del Manifesto per il sì al TSM2, il ponderoso volume nel quale ben 35 sigle hanno raccolto i motivi che a loro parere consiglierebbero l’approvazione da parte della Regione Lazio del rinnovato progetto per il rilancio del Terminillo.

Al di là del merito del piano, l’elemento che colpisce è lo straordinario dispiegamento di adesioni, capace di riunire in maniera trasversale mondi distinti e spesso lontani della galassia reatina, compresa la maggioranza dei partiti. Dagli enti locali ai sindacati, dalle pro loco alle associazioni di categoria, dagli ambientalisti (una parte) alle federazioni sportive, le 35 rappresentanze che si sono ritrovate ad inizio settimana riflettono un’oggettiva novità rispetto alla consolidata diffidenza verso l’inclusione. E questo a Rieti fa davvero notizia.

Nei secoli l’unione d’intenti, la compattezza, la condivisione di obiettivi sono state un potente corroborante per il progresso civile. La messa a fattor comune di così tante e composite esperienze non può quindi che essere salutata con soddisfazione, almeno se ci si ferma alla superficie o, con qualche benevolenza, se la si classifica come l’embrione di un assetto più maturo e duraturo che dovrebbe portare una volta per tutte ad un’effettiva coesione strutturale.

Oggi va di moda parlare di stati generali. Più modestamente, da questa rubrica venne lanciata in tempi non sospetti l’idea di organizzare quelli dell’economia reatina. Era l’ottobre dell’anno scorso. Il suggerimento è stato rinnovato tre mesi dopo e naturalmente nessuno ha ritenuto di prenderlo in considerazione. Troppi i microinteressi di bottega da salvaguardare, troppe le aree di libero pascolo da tenere sgombre dall’influenza altrui.

Quella sollecitazione, lanciata prima del ciclone Covid-19 e ora più che mai attuale, partiva dalla semplice constatazione dell’opportunità di riunire intorno a un tavolo i principali attori economici del Reatino per raccogliere criticità, registrare proposte, elaborare contributi, attraverso un metodo partecipato dove il patrimonio professionale di ciascuno sarebbe a disposizione degli altri al fine di escogitare soluzioni direttamente applicabili alla realtà territoriale.

Poi è arrivato il coronavirus, che ha radicalmente rimodellato gli scenari globali fino a toccare la piccola Rieti. Forse sarà stata una coincidenza, ma proprio in concomitanza con la grande emergenza pandemica si è cominciato a ragionare di unità per affrontare insieme l’avvenire. Per l’esordio è stato scelto un tema importante e per sua natura divisivo. Non entreremo nei contenuti del TSM2 perché molto, anche su queste pagine, è stato scritto sui pro e sui contro di un progetto tanto ambizioso quanto oneroso sul piano finanziario. Del resto, a catturare l’attenzione è adesso l’inedita rappresentazione di concordia allargata che la quasi totalità delle diverse componenti politiche, sindacali, imprenditoriali, del volontariato ed esponenziali degli interessi privati ha saputo raggiungere per perorare una causa in cui tutti credono.

Ad essere pignoli, in una tale dimostrazione di unitarietà un lato debole c’è e risiede nel fatto che non è stata costruita per attuare iniziative proprie, quanto per esercitare un’influenza su decisori esterni. Nello specifico i funzionari della Regione Lazio, i quali peraltro sono chiamati a pronunciarsi sulla conformità dell’elaborato esclusivamente in base al grado di corrispondenza al dettato normativo che disciplina la materia: non una valutazione politica o una delibazione discrezionale, dunque, ma un asciutto esame di natura tecnico-giuridica. Se la vogliamo dire con i termini di un ordinamento differente dal nostro, è stata condotta un’azione di lobbying, o forse meglio una forma di moral suasion, affinché il giudice tecnico sblocchi un dossier nei cui riguardi si ripongono molte aspettative.

Come ricordavamo, si tratta di una strada mai percorsa in passato, apprezzabile nelle finalità e significativa perché rubricata negli annali della storia locale per aver finalmente marcato un punto di contatto tra la pluralità delle anime cittadine. Ciò che ancora manca è il disegno all’interno del quale inscrivere gli atti di un auspicato “Sistema Rieti”, a prescindere da quelli riconducibili al cartello di enti che hanno inteso associarsi per combattere la battaglia di opinione del TSM2.

Si obietterà che comunque il TSM2 è il prodotto di un processo che ha coinvolto svariati soggetti. Vero, come è vero che non è di questo che stiamo parlando, quanto di una pianificazione ordinata e coordinata di attività da avviare con cadenza prospettica: i piccoli interventi spot e senza raccordo sistemico su cui si continua a puntare avranno pure un loro valore, ma non incidono più di tanto nel tessuto economico e sociale.

Per questi limiti l’esaltazione dell’unità mostrata lunedì sotto le austere volte di Santa Lucia sconta un evidente difetto di realtà, soprattutto da parte di certa politica, autoreferenziale, demagogica e assai esibizionista, che specula sulle suggestioni non riuscendo ancora a dare un orizzonte alla città e alla provincia.

La vera unità la dovremo vedere, nel caso, dopo che la Regione avrà eventualmente concesso il parere favorevole alla Valutazione di Impatto Ambientale e potranno partire i cantieri. Il primo banco di prova sarà il reperimento degli investimenti necessari a coprire oltre la metà dell’impegno finanziario complessivo stimato per la realizzazione dell’intero intervento sul Terminillo: ai venti milioni di parte pubblica già stanziati dalla Regione (che fanno comprensibilmente gola nell’immediato) dovrebbero infatti affiancarsene altri trenta provenienti dall’iniziativa privata e dei quali al momento non esiste traccia.

Omogeneità di pensiero e coinvolgimento solidale sono fattori che incoraggiano a supporre che ci si stia orientando verso un cambio di passo culturale, prima ancora che gestionale. Ma per l’appunto solo di una speranza al momento si tratta. Se in undici anni non siamo stati in grado di certificare la messa a norma del teatro Flavio Vespasiano, diventa difficile confidare in destini luminosi. Quando le migliori energie espresse dalle istituzioni, dai partiti, dalle categorie produttive, dal mondo del lavoro, dall’associazionismo riusciranno a confrontarsi per elaborare proposte e arrivare a soluzioni condivise da scaricare a terra per la ripresa e il benessere del territorio, soltanto allora potremo parlare di missione compiuta.

Non è questo un invito all’ecumenismo o un cedimento alla volemose bene. La crescita si nutre della dialettica e persino della contrapposizione. Alla fine ci sarà sempre chi dovrà fare sintesi, abbracciando una dottrina piuttosto che un’altra, sposando una tesi invece del suo contrario. E sul campo rimarranno gli sconfitti, quelli messi in minoranza, che alzeranno polemiche, promuoveranno contestazioni, agiteranno l’opinione pubblica. Sono le regole del gioco democratico.

Il punto vero è che già prima del Covid l’economia reatina mostrava la corda a causa di cicli congiunturali inclementi, aggravati da disastri socio-naturali come il terremoto. Mai si era però pensato di mutualizzare le problematiche di maggior urgenza. Per pigrizia, per scarsa capacità di visione, per l’ingenua supponenza di avere in tasca i rimedi o, peggio, per il rifiuto di assorbire indicazioni estranee al proprio giro nel timore di fare la figura dell’incompetente.

Risultato: nucleo industriale atrofizzato, Comune capoluogo in predissesto e ultimo in Italia nella valutazione del rating pubblico, negozi decimati, università in eterno affanno, piano del traffico dimenticato, opere pubbliche ferme, Terminillo abbandonato, teatro e Officine Varrone sotto sequestro, mattatoio chiuso, servizi degradati, infrastrutture derelitte, aree interne spopolate, tasso di invecchiamento record, cervelli in fuga, crisi idrica e acqua pagata a caro prezzo nonostante la ricchezza delle fonti, futuro del turismo che anziché diventare in crasi “futurismo” tende al “fu turismo”, ospedali soppressi, assistenza sanitaria i cui limiti sono riassunti nella grottesca vicenda dell’abilitazione ad analizzare i tamponi presso il laboratorio dell’ospedale “de Lellis” e nel più alto tasso percentuale di infetti da coronavirus in rapporto alla popolazione del Lazio.

L’universalismo è una pia illusione e, in fondo, un approccio sbagliato, visto che dalla diversità e dal rimescolamento delle idee come dei geni nascono i prodotti migliori. Una convergenza progettuale e realizzativa a livello locale costituisce invece non solo un’aspirazione, ma una ragionevole pulsione verso conquiste tangibili. In poche parole, meno passerelle autocelebrative e più lavoro sui temi concreti: le bandierine piantate nel deserto non segnano la vittoria di nessuno.

 

14-06-2020

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