a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2019

IL DOMENICALE

E LUCE FU (FORSE)

città

(di Massimo Palozzi) Sobria e suggestiva allo stesso tempo, la bella illuminazione che da questa settimana decora il centro di Rieti rende bene l’atmosfera natalizia. Un plauso dunque al Comune che l’ha realizzata, anche se dovrebbe essere naturale per gli enti locali ornare strade e piazze urbane, almeno in occasioni come il Natale. Visto che però oggigiorno niente è scontato, va reso merito a chi si è impegnato per ingentilire la città ed immergerla nel rasserenante clima festivo. Tanto più per aver riportato le luminarie lungo il Velino dopo otto anni di assenza.

Ma c’è un ma. Per effetto di una beffarda eterogenesi dei fini, le luci prenatalizie dimostrano infatti che, con tutti i limiti di bilancio e i vincoli di varia natura, se lo si vuole è possibile fare le cose.

Seguendo lo stesso metro utilizzato per i complimenti agli amministratori che hanno acceso gli addobbi, non si può allora non rilevare come analoghi interventi siano da (troppo) tempo necessari per dotare di adeguata illuminazione vie e vicoli, perfino in pieno centro storico. E come lo stato del manto stradale sia ancora decisamente inaccettabile, nonostante i lavori di bitumatura già effettuati o programmati a breve dal Comune, che ha investito in questo specifico settore la non irrisoria cifra di oltre 700mila euro.

Luce non significa tuttavia solo chiarore. Significa anche chiarezza. Quella che troppe volte manca su temi fondamentali per il nostro vivere civile.

Qualche giorno fa è ad esempio sorta una querelle sul timore avanzato dall’opposizione riguardo al fatto che Rete ferroviaria italiana rivendicherebbe una compartecipazione economica dell’amministrazione guidata dal sindaco Cicchetti, mentre invece dovrebbe provvedere a proprie spese all’eliminazione dei passaggi a livello presenti sul territorio comunale.

Se così fosse, il dibattito aperto ormai da mesi tra favorevoli e contrari al sottopasso in viale Maraini assumerebbe contorni completamente diversi. Accanto alla sua effettiva utilità per evitare le code alla chiusura delle sbarre che tagliano in due il viale per consentire la circolazione dei 34 treni giornalieri in transito, il principale argomento che milita a favore dell’infrastruttura risiede proprio nel fatto che verrebbe realizzata a costo zero per le casse municipali.

Moreno Imperatori, consigliere delegato ai trasporti e alla mobilità, ha smentito la ricostruzione della minoranza ma ha al contempo involontariamente introdotto un ulteriore elemento di dubbio, quando ha annunciato che l’amministrazione chiederà l’inserimento nella futura convenzione da stipulare con Rfi anche delle somme necessarie alle opere accessorie alla soppressione dei passaggi a livello, stante l’assoluta indisponibilità del Comune ad impegnare fondi propri. L’aspetto finanziario resta dunque da chiarire nei dettagli e a dispetto di quanto finora sbandierato urbi et orbi, non pochi profili aleatori sono al momento presenti in questo dossier.

Il futuro del sottopasso di viale Maraini non è comunque l’unico mistero di fine 2019. Giusto un anno fa il Consiglio comunale approvava su proposta della giunta un atto prodromico a ricevere sotto forma di donazione l’ampliamento dell’edificio e la costruzione della nuova palestra della scuola di Campoloniano da parte di un istituto di diritto inglese, che aveva deciso di dedicarsi ad opere caritatevoli in favore di diversi comuni dell’Italia centrale colpiti dal terremoto, destinando a Rieti la ragguardevole cifra di tre milioni e mezzo di euro.

Quella storia ha preso subito una brutta piega, con iniziative politiche a vari livelli che hanno fatto emergere una realtà complessa sia nella compagine societaria dei donanti sia nella concreta attivazione del progetto. Sta di fatto che la palestra non è stata costruita, i fondi non si sa se esistano o meno, così come è rimasto in sospeso se la “foundation” sia intenzionata a mantenere la promessa e se possegga i requisiti per farlo.

Sempre in ambito di edilizia pubblica, la vicenda dell’eterno cantiere dell’ascensore che collegherà via San Pietro Martire con piazza Cesare Battisti è emblematica del distacco tra comunicazione istituzionale e realtà. L’opera ricade nella competenza delle ultime due giunte e quindi ci sono dentro tutti. Detto solo per inciso che non stiamo parlando del ponte sullo Stretto di Messina e accettate con spirito natalizio le giustificazioni alla base dei ritardi, resta irrisolto il problema della scarsissima chiarezza nei confronti della popolazione, sulla quale sono piovute negli anni gragnuole di comunicati e dichiarazioni di prossima apertura attraverso i canali ufficiali e quelli personali di esponenti politici a vario titolo coinvolti. L’ultimo annuncio risale all’altro ieri e promette la messa in funzione dell’elevatore a gennaio. Sarà la volta buona?

Come altre 270 città e settemila centri minori in Italia (compresa Cittaducale, per rimanere in provincia), Rieti è dalla scorsa primavera oggetto di lavori per l’interramento dei cavi in fibra ottica, funzionali all’introduzione di connessioni internet superveloci. La spesa è interamente sostenuta dallo Stato per mezzo di Open Fiber, partecipata in maniera paritaria di Enel e Cassa depositi e prestiti, per cui nemmeno un euro graverà sugli asfittici bilanci comunali. Il cablaggio ha richiesto l’apertura di diversi piccoli cantieri sparsi in tutta la città, con il ripristino delle strade sempre a carico della società deputata a mettere in pratica l’ambizioso piano nazionale di digitalizzazione. Ed in effetti le vie trivellate sono state ricoperte, ma solo nelle parti interessate dagli scavi. È intuitivo che le riparazioni si sarebbero limitate ai danni prodotti dal martello pneumatico (altrimenti i costi di bitumatura sarebbero diventati insostenibili), ma il risultato è che molte arterie si presentano come pezze a colori, con spezzoni di carreggiata riasfaltati e il resto lasciato con il vecchio manto, non di rado pieno di buche e rattoppi precedenti. Invece di lasciar intendere che alla fine dei lavori le strade sarebbero state rimesse a nuovo, non sarebbe stato meglio prospettare l’esito reale degli interventi?

In un articolo uscito ad agosto avevamo raccontato tra il serio e il faceto la storia della colonnina infame (così l’avevamo chiamata), con riferimento alla base di ricarica per auto elettriche installata sempre la scorsa primavera in via Borsellino. Giocando con l’aggettivo manzoniano, da leggere nel senso di portatore di cattiva fama, ci interrogavamo sul disegno complessivo in cui quell’erogatore di energia elettrica era inserito. Pure qui si tratta di un piano governativo che affida ad una società del gruppo Enel la diffusione delle colonnine di ricarica in tutto il Paese. A Rieti ne sono previste 40. Ad oggi non v’è però traccia delle altre 39 né delle politiche locali mirate ad incentivare l’uso dell’auto elettrica. In pratica, siamo passati dalla manzoniana colonnina infame alla leopardiana colonnina solitaria.

Sempre a proposito di carente chiarezza, analogo destino lo condividono le 28 lavoratrici (19 educatrici, 7 inservienti e 2 cuoche) degli asili nido comunali, ciclicamente alle prese con la mancata corresponsione degli stipendi. La ditta romana da cui dipendono sostiene di non aver ricevuto i pagamenti dal Comune il quale, dal canto suo, replica di non essere per nulla inadempiente. Morale della favola, le operatrici che fanno funzionare gli asili nido di viale Maraini e Quattro Strade sono nuovamente finite sui giornali perché hanno ricevuto la busta paga ma non i soldi delle ultime mensilità. Il dramma umano di queste persone è tale da mettere in secondo piano altri discorsi di dettaglio, ma è mai possibile che non si riesca a dipanare una vicenda che, in fondo, non riguarda una semplice disputa aziendale, riverberandosi su un servizio che prende in carico bambini in tenerissima età?

A dispetto del profluvio di comunicati, la lunga notte informativa su tanti argomenti di pubblico interesse continua dunque a mantenersi impenetrabile o quasi.

Venerdì è stato il giorno di Santa Lucia che, per tradizione, è considerato il più corto dell’anno. La scienza ci ha da tempo spiegato che si tratta di una bufala e che solo per una credenza il 13 dicembre le ore di luce sono ridotte al minimo (quest’anno sarà in realtà il 22 dicembre). Ci piace comunque pensare che, almeno sul piano della corretta divulgazione di notizie alla cittadinanza, ci siamo davvero lasciati alle spalle il picco di buio.

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