Giugno 2020

SALUTE

È ANDATO TUTTO BENE? IL PUNTO SULLA SANITÀ

Prima - durante - dopo

salute, sanità

Ora che il virus sembra stia esaurendo la sua “carica infettiva” è giunto il momento di qualche riflessione sulla situazione dell’assistenza sanitaria nella nostra provincia. Ora come non mai! Perché è evidente quanto, non più e solo a livello individuale  ma di collettività, una  malattia possa condizionare ed incidere pesantemente non solo sul privato e la vita delle singole persone, ma anche sulla condizione economica  e sociale di un’intera comunità.

Il Prima

Il nostro giornale nel dicembre 2019 con l’articolo “Regalo di Natale“  ed il Comitato Diritto Salute (CDS) con i suoi interventi avevano segnalato una serie di problematiche sia alla Regione Lazio che agli amministratori e  politici locali, anche con la raccolta di  19.000 firme dei  cittadini della provincia, per sollecitare un intervento di “salvataggio” del PO San Camillo De Lellis e con esso l’assistenza sanitaria complessiva (ospedale e territorio).
Nella nostra provincia era ed è attivo  un solo Ospedale (quello di Magliano è stato dismesso, quello di Amatrice è stato perso con il terremoto) che, anche per effetto di decreti regionali “devastanti”,  ha perso appeal e qualità.
Altro punto dolente la carenza cronica del personale, segnalata anche recentemente da comunicati sindacali, ed i numerosi posti di primario vacanti in reparti strategici  (attualmente : Chirurgia, Ginecologia, Medicina Interna, Urologia, Fisiatria,  Neurologia, Chirurgia Vascolare, ORL).
In un anno e mezzo la DG aveva effettuato sei cambi di Direzione Sanitaria non riuscendo a dare una progettualità continua ed efficace. Peraltro negli ultimi giorni abbiamo assistito ad un ulteriore avvicendamento, Assunta De Luca è il nuovo direttore sanitario. 
Infine, Il Sole 24 Ore ha documentato che l’assistenza sanitaria della Provincia di Rieti è tra le peggiori d’Italia: all’ultimo (107°) posto nella graduatoria complessiva multi-parametrica, al 100° posto  su  107 per recettività ospedaliera, al 101°  su 107 per mobilità passiva.
La stessa AUSL, nella Delibera n° 97 del 31.1.20 confermava l’incremento della mobilità passiva e la peggiorata performance della struttura.
La non chiara collocazione e funzione del Centro Trasfusionale, il mantenimento come Unità Semplici Dipartimentali e non Complesse delle Malattie Infettive e del Laboratorio Analisi, Infine tutta la serie di interventi strutturali sull’immobile, spesso incompiuti, e la dislocazione in ambienti progettati per le degenze, di strutture amministrative, non hanno fatto altro che ingenerare, nel tempo, un disorientamento sia negli operatori che negli utenti.
L’ acquisizione di personale apicale non ha aggiunto rilevante valore, poco rispondente alle effettive necessità, tanto da poter invertire il declino registrato in questi ultimi due anni. 

Il Durante

Poi, come è avvenuto con il terremoto del 2016, è arrivato un evento improvviso ed imprevedibile. Il COVID-19.
In realtà quasi tutti temevamo un eventuale altro sisma e per questo da più parti era stato proposta e richiesta la costruzione di un NUOVO OSPEDALE, adeguato ai tempi ed alle necessità, e se la Pandemia non era prevedibile era sicuramente prevedibile che l’ospedale (struttura, funzioni, operatività), considerando il prima, avrebbe avuto difficoltà ad affrontare un’emergenza di qualunque tipo fosse stata.
I Medici di base hanno lamentato il mancato coinvolgimento e l’indisponibilità per loro dei DPI, quindi l’assenza completa del “filtro” territoriale che si è dimostrato strategico (vedi Veneto) nel contenere la pandemia. La cittadinanza non ha avuto il modo, come avveniva in altre realtà, di confrontarsi o almeno ascoltare gli specialisti e gli operatori impegnati nella cura delle persone affette ed ha assistito al
“balletto” dei numeri!
Siamo o non siamo stati la provincia con il più elevato numero di contagi del Lazio?
Abbiamo avuto o no la più elevata mortalità, rispetto alle altre province, nei ricoverati Covid e nelle RSA? Ed in quest’ultimo caso quando è iniziato il “conteggio”?
Quanti sono stati gli operatori contagiati?
Sono state attuate delle modifiche di bilancio per utilizzare fondi destinati ad attività che non si potranno svolgere per integrare le varie donazioni?
Infine, in questo contesto, si è trovato il modo di convenzionare un pool di avvocati o continuare ad investire (concorsi e convenzioni) sulla formazione orientata ad implementare un modello di sanità che si è dimostrato “fallimentare” in Lombardia e che stride fortemente con la nostra realtà provata e ridimensionata dai piani di rientro e  di una gestione dai numeri preoccupanti.
E come non rimarcare l’ostinazione a non effettuare tamponi presso il nostro laboratorio, nonostante il costo elevato se effettuati altrove, ed il disservizio dovuto all’inevitabile ritardo diagnostico? Siamo dovuti arrivare al 29.5.20 per ottenere quello che tutti reclamavano e che veniva pervicacemente negato (Del. n° 553). 

Urgente è la ripartenza della normale attività dei presidi (ospedale e territorio) per permettere anche una ripartenza economica in sicurezza proprio perché, mai come in questo caso, la gestione della sanità ha un impatto “fondamentale” sulla ripresa economica e sull’ equilibrio sociale. Lo sforzo richiesto è “immane” e nasce qualche perplessità, considerando le voci che si succedono in queste ore relative ad un piano aziendale che sembra non occuparsi di un’indispensabile rilancio ma voglia agire su attività indispensabili per una società come la nostra, principalmente composta da anziani. E’ la stessa CGIL a domandarsi come si possa pensare di chiudere un reparto di fisioterapia senza una soluzione alternativa, ricordando “come occorra interpretare al meglio la domanda ed i bisogni sanitari per qualificare l’assistenza e utilizzare razionalmente le risorse”.

E’ indispensabile innanzitutto ristabilire l’ordinario, per evitare le situazioni di mancata assistenza per le remore di avvicinarsi ad una struttura che dovrà essere percepita adeguata (nonostante la mobilità passiva), e sicura.  Viene segnalato, infatti, da parte di molti specialisti a livello nazionale, come in questo periodo molte patologie siano state trascurate degli stessi pazienti, a livello di cura e prevenzione.

Non è facile recuperare un clima di fiducia del personale stesso (vedi problematiche degli incarichi, dei tamponi e dei dpi) e ristabilire un’alleanza medico-paziente alla luce dell’incremento delle “fughe” verso altri presidi registrate negli ultimi due anni. E’ richiesta competenza, capacità gestionale, acquisizione di personale adeguato qualitativamente e quantitativamente ed un’offerta assistenziale completa..
Inoltre è necessario predisporsi ad un’eventuale “ritorno” del virus per correggere gli eventuali errori e ritardi.
A questo proposito la perdita del Centro Trasfusionale o il suo declassamento (come sembra) sarebbero un danno ed errore gravissimi.
L’ospedale non potrebbe garantire la disponibilità del siero iperimmune contro il Covid ottenuto dal plasma dei guariti - tecnica già praticata in passato dal centro trasfusionale - se questa unità operativa venisse “declassata” a solo “centro prelievi”.
Ed il siero iperimmune è, attualmente, l’unica terapia disponibile per il trattamento dei pazienti gravi che potrebbero tornare.
Quindi perché non predisporsi?
Ci aspetteremmo quindi che la Regione ritirasse il relativo decreto come richiesto dalla già citata petizione del Coordinamento Diritto alla Salute che ormai sembra parlare al vento non ottenendo alcun tipo di risposte né di coinvolgimento, tanto da arrivare ad ipotizzare ‘e se da domani il mondo del volontariato si fermasse? Sarebbe un bel banco di prova”.

Così come ci aspetteremmo che il laboratorio, tornando ad essere Unità Complessa, possa, in piena autonomia e senza vincoli, ridiventare un riferimento per i cittadini e le aziende che hanno la necessità di operare in sicurezza. Grande attenzione aveva ottenuto nel mese di aprile la nostra intervista del mese di aprile al dottor Zepponi  che ne elencava le forti potenzialità.

Tutti questi obiettivi si auspica vengano condivisi dai politici ed istituzioni locali, ormai pronti come più volte dimostrato a delegare completamente e acriticamente un comparto, quale quello della sanità, dal grande potere economico in cui entrano in gioco forti interessi politici, da cui deriva però il futuro dell’intero territorio. Obiettivi condivisi da portare all’attenzione della Regione che finalmente possa prendere delle decisioni non penalizzanti per la provincia di Rieti, modificando i decreti più volte menzionati garantendo una gestione della sanità che possa dare qualità e continuità.

 

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