Novembre 2020

DROGHE E COVID: COME MUOIONO LE COMUNITÀ DI RECUPERO

società

(di Luca Urbano Blasetti) Novembre 2020, in piena emergenza Covid, il virus fa il suo dovere, scoperchia il vaso di pandora nelle dipendenze patologiche e sui servizi di cura per i tossicodipendenti con o senza sostanze. Si perché, come negli ospedali il virus decima le persone più cagionevoli e più fragili, altrettanto accade sui servizi territoriali, i più fragili si ammalano gravemente. Tra questi ci sono quelli deputati a compiti delicati come il trattamento della tossicodipendenza. In particolare le strutture comunitarie accreditate, riferimento per il trattamento residenziale negli ultimi 50 anni, importato anche all’estero, hanno mostrato la loro incapacità di rispondere all’emergenza.

Sia chiaro che, in vero, tutte le comunità hanno risposto repentinamente e in modo molto efficace. L’incapacità è da cercare altrove. Infatti dall’11 marzo scorso, ma alcune già da metà del Febbraio scorso, avevano posto in essere procedure per il contenimento del rischio di contagio. Smart working, terapie in remoto sia individuali che di gruppo, visite sospese o contingentate, DPI autoforniti, condotta degli operatori ineccepibile in merito alla vita personale fuori dalle strutture. Morale? All’ammansimento della prima ondata, un bilancio di 0 contagi nelle strutture residenziali per il  trattamento della tossicodipendenza. Poi arriva la seconda ondata e i contagi si contano sulle dita di una mano, o poco più sul piano nazionale, e non perché siano state allentate le maglie, ma perché la necessaria non chiusura di alcune istituzioni come quella scolastica ha chiaramente esposto il nostro personale a rischi maggiori.

Allora direi che sia importante evidenziare, che di Regione in Regione, l’attenzione posta su queste strutture è stata praticamente nulla, specie nella Regione in cui lavoro con la Struttura chiamata “Comunità Emmanuel” a Rieti. Insomma nel Lazio come in altre Regioni i DPI sono arrivati a 8 mesi dall’inizio dell’emergenza, e i provvedimenti o decreti che indicassero le procedure sono giunti a circa a un mese e mezzo dal primo Lock down. Soltanto il 17 Aprile la Regione Lazio emanava un primo Decreto contenente delle procedure che erano già state poste in essere dalle strutture residenziali per le dipendenze patologiche da tempo. Semplice competenza e buon senso. Ma a noi va bene così, non cerchiamo un “Bravò” dalle istituzioni, ma almeno un pensiero da rivolgere al destino di questo settore sanitario ci sembra obbligatorio. Si perchè fino ad oggi troppo spesso, per non dire sempre, le comunità terapeutiche vengono assimilate alle RSA pur con differenze abissali da queste.

Da circa 10 anni infatti, con il passaggio a strutture accreditate nel SSN, le Comunità terapeutiche, hanno vissuto la stessa metamorfosi delle “USL” che sono divenute “ASL”, da “Unità” a “Aziende”, le strutture sanitarie pubbliche, senza accorgersene, hanno subordinato la diagnosi al profitto. Allora ci sono patologie e diagnosi più remunerative e altre meno. Il criterio di un’azienda non è più la salute pubblica, ma il profitto, e questo ha necessariamente distorto le statistiche sulle patologie. Insomma sembra che ci ammaliamo di più delle malattie che producono un fatturato alle aziende ospedaliere. Similmente le Comunità terapeutiche, hanno dovuto ragionare di passare da una cultura della solidarietà a una cultura dell’impresa. Questo significa che, a fine mese, se non si sono riempiti i posti letto, si va in deficit. Chissà se questo aiuti i direttori di queste strutture e le loro equipe a una corretta valutazione dei tempi di dimissione? La tossicomania non fa impresa, ma chi fa comunità va avanti spesso anche senza profitto.

Insomma le Aziende sanitarie, per il tramite delle unità semplici deputate all’invio presso le strutture comunitarie, i cosiddetti SerD che tutti continuano ancora a chiamare SerT, hanno ridotto gli invii di circa il 5% l’anno. Così le strutture si sono ritrovate nell’ultimo quinquennio a cercare espedienti per sbarcare il lunario e oggi si ritrovano con un 30% di letti liberi. Certamente va ripensata la residenzialità ma non ci illudiamo che la tossicodipendenza “la fuori” sia in remissione, anzi vi è un aumento di uso di droghe sintetiche e una tossicodipendenza collettiva da farmaci come le benzodiazepine che rende la tossicomania meno fluorescente. In una società tossica il tossicodipendente diventa invisibile. Il calo è dovuto al fatto che la farmacopea e le soluzioni ambulatoriali costano meno ma, ahimè cronicizzano, allora nelle comunità giungono solo i cronicizzati e in alcuni casi gli psichiatrizzati dalle soluzioni economicamente vantaggiose del SSN. Ma poi? Poi questo livello di gravità è incompatibile con le strutture comunitarie che, impropriamente, ma coraggiosamente, si fanno carico mettendo in campo più risorse e competenze. Poveri noi, speriamo di non ammalarci di qualcosa che non piace al SSN.

Oggi questo calo di invii è raddoppiato e, in certi casi, triplicato alla luce dei provvedimenti Covid. Il ragionevole blocco degli ingressi nel 2020 sta dando il colpo di grazia. Insomma alle composte e reiterate richieste di essere ascoltati per riprogettare i servizi, per rivedere le rette che risultano sperequate sul territorio nazionale e inadeguate rispetto alle prestazioni erogate, alla richiesta di un sostegno economico, così come è stato pensato alle imprese, in questo anno in cui registriamo una riduzione del 30% dell’attività rispetto alla media del triennio precedente, di fronte ai tentativi di dialogo istituzionale il Presidente della Regione Lazio non trova il tempo di porgere l’orecchio anche perché troppo spesso quell’orecchio si trova fuori dalla Regione che deve Governare. Gli altri Governatori, pur con qualche timido tentativo che suona come un saluto fugace, non sono da meno ma almeno quel “ciao” consola. Oggi i provvedimenti presi sono come quelli di un rianimatore in un reparto Covid che sa che è meglio salvare chi mostra più probabilità. Allora qui facciamo un appello banale, o le istituzioni intubano le comunità cercando di aiutarle a vivere e ad aiutare la popolazione, oppure, almeno, abbiano il buon cuore di avvertire i congiunti dell’imminente decesso di queste strutture al fine di evitare che i tanti cittadini che ricevono aiuto possano ritrovarsi nel deserto del SSN.

Le droghe circolano e, Cocaina e eroina, sono diventate quasi una fitoterapia al confronto con quelle di sintesi e i trattamenti che ci sono dietro alla bamba, allo skunk, al crack, al cobret, al fentanyl, all’ossicodone, alla ketamina, alla codeina. C’è un esercito di cittadini che, dietro il vestito della terapia del dolore e con la scusa di dover dormire sono dipendenti da oppioidi e ansiolitici. Se domani le case farmaceutiche interrompessero la produzione di antidolorifici e ansiolitici il mondo si bloccherebbe… anzi no ci bloccheremmo tutti, tranne i tossicodipendenti che ricevono aiuto dalle nostre strutture, i “tossici” li chiamavamo fino al 2000.

Oggi le Comunità, e qui la maiuscola è dovuta, sono centri clinici con Psicologi, Psicoterapeuti, Sociologi, Educatori, Psichiatri, Medici… si è vero spesso ci sono orti nelle strutture, ma è che abbiamo il vizio di coltivare ciò che facciamo.

(http://www.comunita-emmanuelrieti.org/BLOG/)

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