a cura di Massimo Palozzi

Febbraio 2020

IL DOMENICALE

DIAMO I NUMERI

società

 

(di Massimo Palozzi) Dopo aver debitamente redarguito il sindaco Antonio Cicchetti per le sue posizioni aperturiste nei confronti della centrale per la produzione di biometano a Vazia, per par condicio il Comitato La Rotonda 2010 ha diffuso martedì un severissimo comunicato nei confronti del silenzio mantenuto sulla vicenda dal predecessore Simone Petrangeli. L’ex sindaco, che ha replicato a stretto giro, si è meritato l’intemerata non solo in quanto consigliere comunale di opposizione, ma soprattutto perché sotto il suo mandato si avviò nel 2015 l’iter per l’installazione dell’impianto, dopo che due anni prima era stata varata la modifica al Regolamento d’Igiene per introdurre criteri più stringenti a tutela dell’ambiente e della salute, compresi i famosi duecento metri di distanza dalle case.

Anche spersonalizzando la questione, c’è del vero nella denunciata ambiguità delle forze politiche sulla spinosa tematica, di cui ci si tornerà ad occupare nell’ennesima conferenza dei servizi convocata per il prossimo 24 marzo. Peggio suonano però la fumosità e l’indeterminatezza dei dettagli tecnici. Il fatto che dopo cinque anni ancora non si sia riusciti a stabilire la lontananza della progettata centrale dall’abitato, per verificare il rispetto dei minimi regolamentari, sta a metà tra il deprimente e l’incomprensibile. Così come inquieta (e un po’ indigna) che non si disponga di elementi oggettivi circa i volumi di rifiuto trattati, le emissioni, le misure di contenimento dell’eventuale percolato e via discorrendo.

I duecento metri sono ormai diventati iconici. Potrebbero essere presi a parametro per misurare la capacità di prospettiva della classe dirigente locale: oltre quell’orizzonte non si riesce proprio ad andare, come dimostra anche la parallela mobilitazione riproposta venerdì dal Coordinamento per il Diritto alla Salute in occasione del primo anniversario della raccolta firme, chiusa con lo straordinario bilancio di 19.000 sottoscrizioni. Non è un bel segnale, ma nella sostanza la domanda di risultati concreti proveniente dai cittadini finisce sempre più spesso per ricevere come risposta una delle fulminanti battute di Ennio Flaiano: l’unica cosa che posso dirti è un definitivo forse.

Scherzi a parte, non bisogna essere appassionati di matematica per apprezzare i numeri, tanto più se sono imposti dalle norme e ad essi occorre fare riferimento nella strategia di gestione della res publica. La politica è (o dovrebbe essere) visione, programmazione, indirizzo, all’interno comunque di un sistema nel quale conoscenza delle articolazioni territoriali e consapevolezza dei limiti legali costituiscono presupposti indefettibili, alla cui vaghezza non è consentito appellarsi quando si amministra una comunità.

Sempre a proposito di numeri, ce ne sono altri di estremo interesse emersi in settimana. A seguito dell’operazione “Angelo nero”, grazie alla quale è stato stroncato un ampio traffico di droga gestito in città da un gruppo di nigeriani, abbiamo saputo che circa 400 pazienti all’anno vengono assistiti dall’unità “Attività terapeutiche riabilitative per i disturbi da uso di sostanze e nuove dipendenze” della Asl, con una media di 65 nuovi casi, per un totale di 3.500 persone da quando è partito il lavoro sul campo. Nel 2019 il 30% di questi nuovi casi ha riguardato ragazzi e ragazze di meno di 29 anni e addirittura tre minorenni, secondo un progressivo e rapido cambiamento nell’approccio caratterizzato da un abbassamento dell’età media di accesso ai servizi.

Le cifre sugli assistiti reatini sono in linea con le previsioni degli esperti raccolte nella Relazione al Parlamento del 2019, ma facendo due conti è facile stimare un giro piuttosto esteso di consumatori: i 23 spacciatori arrestati dalla Polizia la scorsa settimana, sommati ai pusher che agiscono da cani sciolti magari semplicemente per autofinanziamento, presuppongono un mercato assai più fiorente di quanto possa trasparire da questi dati. Il che richiama un sottobosco ancora sostanzialmente inesplorato di consumatori, anche occasionali e insospettabili.

Esauriamo l’argomento “numeri” con il referendum confermativo sulla legge costituzionale in tema di riduzione dei parlamentari, visto che da qualche giorno si è pure costituito il Comitato reatino per il no. Il testo sottoposto al giudizio popolare prevede una modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione (oltre che del 59 sui senatori a vita) per effetto della quale gli eletti passerebbero a Montecitorio da 630 a 400 e da 315 a 200 a Palazzo Madama, mantenendo comunque il bicameralismo perfetto, cioè pari poteri e prerogative per entrambi i rami del Parlamento. In caso di vittoria dei “sì”, il nuovo regime acquisterebbe efficacia a partire dalle prossime elezioni, previa revisione dei collegi elettorali da ridisegnare in conseguenza del taglio di oltre un terzo dei parlamentari.

Quasi certamente l’eventuale ridimensionamento di deputati e senatori avrà ricadute significative sulla rappresentanza del territorio. Se gli attuali quattro onorevoli di provenienza reatina costituiscono già oggi un’eccezione difficilmente replicabile, è evidente che l’ampliamento del bacino elettorale ridurrebbe di molto le chance di successo di politici espressione di una provincia che, sul piano dei numeri riferiti alla popolazione, si trova in una condizione di oggettiva debolezza.

A dire il vero, un contingente più elevato di parlamentari non è di per sé garanzia di rappresentatività dei comprensori minori. Fino al 1992, ad esempio, il Reatino è stato inserito per la Camera nella circoscrizione umbro-sabina insieme a Perugia e Terni. La preponderanza demografica dei due capoluoghi dell’Umbria mise costantemente in minoranza Rieti, costretta a recitare il ruolo di vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Soltanto a partire dalle elezioni del 1994, con la riforma del maggioritario, la provincia diventò collegio elettorale uninominale, esprimendo un proprio delegato diretto a Montecitorio.

Il sistema elettorale e la definizione dei collegi risultano dunque determinanti ai fini della riconducibilità al territorio degli eletti, a prescindere persino dalla quota di parlamentari assegnata. Chiaro che, meno seggi in palio ci sono più diventa complicato per le aree minori come la nostra puntare alla presenza nelle Camere, anche per l’ulteriore assottigliamento dei posti disponibili determinato dalla necessità dei capipartito di piazzare propri fedelissimi attraverso quel discutibilissimo fenomeno di candidati paracadutati da fuori, senza alcun legame con la realtà locale.

In conclusione vale la pena ricordare che i 630 deputati e i 315 senatori al momento previsti non furono decisi dall’Assemblea costituente che varò la Carta entrata in vigore il gennaio 1948. All’epoca, infatti, la composizione delle assemblee venne stabilita sulla base della consistenza della popolazione, in ragione di un deputato ogni ottantamila abitanti o frazione superiore a quarantamila e di un senatore ogni duecentomila abitanti o frazione superiore a centomila.

Solo nel 1963 una legge costituzionale fissò il numero a quello corrente che si intende modificare con l’articolato soggetto al referendum del 29 marzo. Se fosse rimasto il conteggio originario, una popolazione di 60 milioni di italiani avrebbe determinato grosso modo una pattuglia di 750 deputati e 300 senatori, all’incirca quanti quelli in carica (anzi nel complesso qualcuno in più). E alla provincia di Rieti sarebbero in astratto toccati un paio di rappresentanti alla Camera e uno al Senato.

 

23-02-2020

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