a cura di Massimo Palozzi

Settembre 2020

IL DOMENICALE

DEI DELITTI, DELLE PENE E DI ALTRE COSUCCE

città

(di Massimo Palozzi) Settimana intensa quella che si conclude oggi. Martedì è arrivata la tanto attesa prima sentenza per le vittime del terremoto di Amatrice di quattro anni fa. Nell’inusuale location della sala consiliare della Provincia (utilizzata per le misure anti-Covid al posto della consueta aula delle udienze del tribunale), il giudice monocratico ha condannato i cinque imputati per il crollo di due palazzine a piazza Sagnotti la notte del 24 agosto 2016, che provocò la morte di 18 persone e il ferimento di altre tre. Confermati i capi di imputazione: omicidio colposo plurimo, crollo colposo, disastro colposo e lesioni colpose gravissime in concorso, con pene dai 5 ai 9 anni inflitte agli ormai anziani protagonisti a vario titolo della costruzione negli anni Settanta di quegli edifici di proprietà dell’allora Istituto autonomo case popolari. Secondo l’impianto accusatorio, recepito in toto dal Tribunale, se fossero stati costruiti a regola d’arte avrebbero resistito al sisma.

Alla lettura della sentenza i familiari delle vittime hanno commentato che giustizia era fatta. Anche il pm ha ceduto alla commozione, rappresentando idealmente la solidarietà dello Stato nei confronti di chi dalle istituzioni era stato in qualche modo tradito, visto che tra i condannati figurano l’allora presidente Iacp, un ex assessore comunale e un geometra del Genio civile, oltre al direttore tecnico e all’amministratore unico dell’impresa che costruì le palazzine.

È comunque doveroso sottolineare come questa sia la pronuncia di primo grado nel primo processo che giunge a compimento a Rieti. Altri procedimenti sono aperti per i vari crolli con vittime ad Amatrice e Accumoli e la verità giudiziaria definitiva maturerà solo al passaggio in giudicato della sentenza. Il precedente più recente del terremoto dell’Aquila insegna del resto che nulla è scontato, con diverse condanne (le più famose quelle ai componenti della Commissione Grandi rischi) riformate in appello e Cassazione. Non a caso gli avvocati hanno detto di attendere le motivazioni che saranno depositate entro novanta giorni per valutarne l’impugnazione, sebbene questa appaia piuttosto scontata almeno da parte dei cinque ritenuti colpevoli.

Ieri è uscita anche un’altra significativa sentenza. Il Tribunale ha condannato sedici africani arrestati a febbraio nell’ambito dell’operazione “Angelo Nero”, che ha disarticolato la principale organizzazione dedita allo spaccio a Rieti. Pene pesanti per tutti, con la speranza di aver quantomeno rallentato, certo non interrotto, il flusso di stupefacenti smerciati in città. La Squadra mobile ha infatti arrestato mercoledì un ventisettenne albanese, sorpreso a vendere droga in piazza San Francesco nei pressi del Velino. Di questa notizia colpiscono due cose: che il rione San Francesco si conferma un’importante piazza di spaccio e che la porzione che abbraccia il lungofiume al di sotto del ponte pedonale, fino alla palestra del Liceo Scientifico, necessita di maggior controllo e di un’adeguata riqualificazione. Lungo l’argine si è ormai costituito un bivacco e l’area più nascosta della piazza protegge affari loschi da sguardi indiscreti, come ha dimostrato proprio quest’ultima operazione di polizia.

Il contrasto alla criminalità, soprattutto quella legata al traffico di stupefacenti, è da tempo esteso all’intero capoluogo e in particolare al centro storico. Occorre tuttavia osservare con puntualità il contesto nel quale possono svilupparsi fenomeni di illegalità riconducibili a condizioni di disagio personale. I giacigli di fortuna sotto la passerella intitolata a don Angelo Pietrolucci e la compravendita di sostanze condotta in zona potrebbero essere le due facce della stessa medaglia. Purtroppo la crisi economica, la pandemia da coronavirus e l’inadeguata risposta ai movimenti migratori hanno fatto segnare il progressivo deterioramento della qualità urbana di Rieti, dove mai prima d’ora si erano registrati i fenomeni denunciati sui social e sulla stampa di persone senza fissa dimora, che fanno i loro bisogni per strada o che girano in stato di alterazione, abbandonandosi anche a gesti aggressivi, come ci ha ricordato la cronaca di questi ultimi giorni.

Non si tratta di delegare tutto a un’azione di repressione delle manifestazioni criminali, che pure va ovviamente condotta. Lo sforzo deve essere collettivo e di natura preventiva, affinché venga meno il terreno di coltura di fenomeni che, se lasciati crescere, diventerebbero difficilissimi da gestire.

Per la loro funzione di prossimità, gli enti locali sono chiamati per primi a sviluppare un’attenzione e una sorveglianza speciali allo scopo di intervenire con tempestività laddove si corra il rischio della creazione di aree abbandonate a se stesse. La semplice cura di parchi e giardini, il ripristino dell’illuminazione o di un decoroso manto stradale, lo sfalcio dell’erba, la ripulitura degli spazi pubblici, una vigilanza diffusa soprattutto nei quartieri più esposti, servono a migliorare la vita dei cittadini e a garantire il controllo del territorio prima che insorgano situazioni potenzialmente esplosive.

Per due storie che si sono concluse sul piano giudiziario, un’altra appare ancora alle prime battute. L’attacco hacker di cui è stato vittima il Comune di Rieti ha dato la stura a una ridda di commenti e illazioni, non foss’altro per la rilevanza dell’evento e per il contestuale silenzio fatto scendere sulla vicenda per tutelare le attività investigative.

Si è così passati dal leggere di un blocco pressoché totale dei servizi comunali con annessa richiesta di mezzo milione di euro di riscatto, alle precisazioni ormai improcrastinabili dell’amministrazione, che ha escluso la paralisi informatica ma anche il tentativo di estorsione, quantomeno nell’entità circolata sui mezzi di informazione.

Immancabile è montata la baruffa politica, con l’opposizione all’attacco nel denunciare la debolezza della macchina amministrativa, alla quale ha dato man forte l’ex assessora proprio all’Innovazione. Con un lungo intervento, Elisa Masotti ha infatti denunciato lentezze, inefficienze e ritardi da parte della giunta e dell’intera struttura comunale, scatenando la reazione del sindaco Cicchetti, spintosi a licenziare dichiarazioni durissime contro la sua ex collaboratrice, contro la minoranza e, già che c’era, pure contro Il Messaggero che alla vicenda ha dedicato parecchi approfondimenti.

Dal punto di vista della comunicazione, forse potevano fare tutti meglio. Resta in ogni caso il dubbio sull’effettivo bottino dell’incursione e sulla reale efficacia delle difese, considerando la delicatezza e l’immenso valore dei dati che un’amministrazione detiene e tratta.

Le indagini della Polizia postale sono in corso, mentre domani sarebbe dovuto cominciare l’anno scolastico. Le mille difficoltà organizzative hanno invece indotto quasi tutte le amministrazioni locali a posticipare l’inizio delle lezioni. Solo mercoledì sono d’altronde arrivati i finanziamenti del governo alla Provincia: poco meno di due milioni di euro, di cui quasi un milione e settecentomila per il reperimento di spazi destinati alla didattica. A Rieti hanno esultato tutti: il Movimento 5 stelle ha sarcasticamente invitato il presidente della Provincia Calisse a ringraziare la ministra Azzolina per l’erogazione dei fondi, non mancando di polemizzare con la Regione Lazio per il suo asserito immobilismo (e meno male che M5s e Pd sono alleati di governo). Dal canto suo, il presidente ha festeggiato in quanto la somma stanziata per Rieti è la più consistente in Italia, dietro solo a Roma. Secondo Calisse è stato premiato il buon lavoro fatto dall’ente che presiede, e sarà pure vero. Ma si tratta di una magra consolazione, essendo altrettanto vero che se a noi sono stati indirizzati finanziamenti tanto corposi è perché eravamo i più bisognosi. Ergo, le politiche degli ultimi vent’anni su questo fronte (come su altri) non sono state all’altezza delle sfide che si presentavano.

 

13-09-2020

 

 

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