a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2020

IL DOMENICALE

DECONTRIBUZIONE, SOLO UN ANELLO DELLA CATENA

(di Massimo Palozzi) Sono operative da giovedì le disposizioni contenute nel Decreto Agosto che hanno introdotto la decontribuzione per le aree svantaggiate del Mezzogiorno. L’agevolazione consiste in uno sconto del 30% sui contributi previdenziali dovuti dai datori di lavoro del settore privato per i nuovi dipendenti. Il beneficio copre il periodo dal 1° ottobre al 31 dicembre di quest’anno, con possibilità di estensione ad intensità decrescente fino al 2029 per acquisire natura strutturale di durata almeno decennale.
Obiettivo della norma è la tutela dei livelli occupazionali, con l’auspicata riduzione degli effetti negativi dell’epidemia da Covid-19 nelle regioni del Sud già caratterizzate da situazioni di forte disagio socio-economico. Lo sgravio fiscale è concesso infatti alle aziende che assumeranno personale avendo sede in regioni che nel 2018 registravano un tasso di occupazione al di sotto della media nazionale e presentavano un Pil pro capite inferiore al 75% della media Ue (cosiddette “sottosviluppate”) o compreso tra il 75 e il 90% (“in transizione”). Il primo gruppo annovera Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Il secondo Abruzzo, Molise e Sardegna. Rimane da chiarire la posizione dell’Umbria, originariamente integrata nell’elenco ma destinata forse ad uscirne.
La misura in sé non rappresenta qualcosa di inedito o particolarmente rivoluzionario. Peraltro nemmeno ci riguarda, atteso che il Lazio non rientra tra le regioni destinatarie dell’esonero. In realtà, ne parliamo proprio per questo. Durante il passaggio parlamentare di conversione in legge, il deputato del Movimento 5 Stelle Gabriele Lorenzoni (che pure fa parte della maggioranza che sostiene il governo che lo ha varato) ha sollevato il problema attraverso una valutazione fortemente negativa del provvedimento, evocando profili di “discriminazione territoriale” da interpretare addirittura come primi passi verso la creazione di uno “Stato parallelo”.
Secondo Lorenzoni il parametro geografico è fuorviante perché nel Lazio il Pil è concentrato a Roma, mentre le altre province si attestano ben al di sotto delle soglie di riferimento. Solo che la media basta ad escludere dai benefici l’intera regione. Da qui la presentazione di un emendamento (bocciato) per modificare il criterio da regionale a provinciale, allo scopo di tenere conto di zone più circoscritte, magari segnate da fattori esogeni come il terremoto.
Il ragionamento fila, sebbene in apparente contraddizione con le premesse: se l’assunto di partenza postula che non sia giusto creare “discriminazioni territoriali”, allora la detrazione non andrebbe applicata a nessuno.
Intellettualismi a parte, non stona affatto l’ancoraggio di questa, come di analoghe facilitazioni, alle specifiche realtà comprensoriali. È in un certo senso la riedizione delle linee guida che portarono nel 1950 alla creazione della Cassa per il Mezzogiorno, all’interno della quale ricadevano le stesse regioni dell’odierno bonus decontribuzioni, oltre ad alcune microaree tra le quali una parte della provincia di Rieti.
Sui risultati complessivi della Casmez sono stati scritti interi trattati. Da noi ha significato un indubbio volano di sviluppo del tessuto industriale, anche se alla lunga si è dimostrata insufficiente ad attrarre o creare imprese capaci di stare stabilmente sul mercato senza il puntello dell’aiuto pubblico. Naturalmente evitando di generalizzare. Accanto a qualche big, ancora oggi al Nucleo sono insediate diverse piccole aziende che con fatica e dedizione portano avanti le loro attività, con punte di eccellenza perfino internazionale. Tuttavia, è altrettanto vero che le grandi società che per alcuni anni hanno assorbito grosse fette di occupazione locale hanno abbandonato Rieti non appena le provvidenze statali si sono interrotte, spostandosi alla ricerca di nuovi comprensori che offrissero vantaggi competitivi analoghi o addirittura superiori a quelli perduti in Sabina.
Sul tema è intervenuta anche NOME Officina Politica per mettere in risalto gli squilibri gravanti sulla nostra provincia, i quali peserebbero molto più di una mera esclusione da una risicata detrazione fiscale: diseguale distribuzione del Pil, iniqua ripartizione del gettito da tassazione generato a Rieti, investimenti sanitari insoddisfacenti, centralizzazione a Roma della spesa corrente, tale da penalizzare quei territori che da periferici finiscono così per diventare marginali. La sintesi è che una misura del genere si risolverebbe in una “mancetta”, oltretutto a favore del lavoro già esistente, senza alcuna incidenza su quello da creare. Giudizi un po’ drastici, che se fotografano un indubbio stato di fatto, sottovalutano l’effetto di stimolo (almeno potenziale) che agevolazioni anche di portata limitata potrebbero produrre sull’economia locale.
Comunque sia, queste considerazioni portano per l’ennesima volta in superficie le storture di un modello regionale come quello italiano sul quale stenta ad orientarsi l’attenzione dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. Meritevoli di approfondimento sarebbero ad esempio l’efficienza e l’appropriatezza della spesa, a partire dalle voci relative al funzionamento degli apparati.
La riforma costituzionale da poco avallata dall’esito favorevole del referendum confermativo ha invece focalizzato il dibattito sui presunti vantaggi del taglio di deputati e senatori, con riguardo in primis all’abbattimento dei “costi della politica”. Quasi come una nemesi, la vicenda decontribuzione ha fatto ora emergere la convenienza di un’adeguata rappresentanza parlamentare espressione del territorio, in grado di battersi su questioni di primaria importanza. Vista in prospettiva, la riduzione numerica e il conseguente allargamento dei collegi elettorali da ridisegnare finiranno inevitabilmente per incidere sull’agibilità del Reatino all’interno delle Camere. Si dirà: oggi, con ben quattro deputati originari di Rieti, non è stato portato a casa il risultato che riuscì invece settant’anni fa con l’inclusione di una porzione di provincia nella competenza dell’allora Cassa per il Mezzogiorno. L’obiezione è fondata ma, prescindendo dalla qualità dei singoli, è facile rispondere che se non ce l’hanno fatta in quattro (per incapacità, disinteresse, convinzione politica o quant’altro) sarà ancor più improbabile che il successo lo consegua il parlamentare originario di chissà dove, eletto nell’ampia circoscrizione in cui ricadrà Rieti. Questo fenomeno si manifesta d’altronde già in ambito regionale, dove l’esigua presenza di consiglieri e assessori nostrani non garantisce a Rieti la visibilità riconosciuta ad altri territori.
Da ultimo resta da considerare il modello di sviluppo che si intende perseguire. Dalle riflessioni intorno al caso decontribuzione sembra emergere una certa nostalgia per il tanto vituperato sistema postbellico di aiuti pubblici, tacciato (spesso fondatamente) di essere fonte di sprechi, clientelismi o peggio. Se pure stavolta la provincia fosse stata inserita tra i territori beneficiari della misura, nessuno si sarebbe lamentato. Anzi, avremmo letto comunicati di giubilo con la consueta rivendicazione dei meriti.
Non è escluso che un simile paradigma possa essere rispolverato a distanza di decenni e nonostante una serie di prove non sempre edificanti. Il punto è che non si riesce a vedere all’orizzonte una coerente proposta politica, articolata in maniera sensata e formulata all’insegna della fattibilità. A maggior ragione pensando alla martellante azione di destrutturazione del passato che le nuove sigle partitiche variamente intese hanno portato avanti almeno negli ultimi vent’anni.
In altre parole, se lo schema da riproporre è una Cassa per il Mezzogiorno rivista e corretta in cui far confluire la provincia reatina, lo si dica e ci si lavori per realizzarlo. Se, al contrario, si ritiene il modello assistenzialista definitivamente superato, va offerta una soluzione alternativa. Qualunque sia la scelta, si tratta di impegnare ingenti risorse pagate dai cittadini, direttamente attraverso la fiscalità generale, o indirettamente rimborsando i prestiti europei che l’emergenza coronavirus farà piovere sull’Italia. E anche quando si dovessero gestire finanziamenti a fondo perduto, serve un’idea chiara di futuro, tanto per il Paese quanto per la nostra piccola Rieti.

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