a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2020

IL DOMENICALE

DA UN MEDIOEVO ALL’ALTRO

società

(di Massimo Palozzi) Chi sostiene che il Medioevo fu un periodo oscurantista accredita uno dei più radicati falsi storici. Fu sicuramente un’epoca controversa, piena di contraddizioni e non di rado di violenze e sopraffazioni. Di clamorosi abbagli e sconfinati conflitti. Ma fu anche un periodo che marcò il passaggio tra l’antichità, di cui ci rimangono ormai solo poche e lontane vestigia (oltre che fortunatamente un patrimonio di conoscenze di valore inestimabile) e l’epoca moderna, con diretti riflessi sulla contemporaneità. Tante strutture materiali tuttora visibili nelle nostre città recano il segno di quell’esperienza. La lingua stessa che utilizziamo cominciò a delinearsi allora.

Dire Medioevo in realtà è un azzardo consentito solo da esigenze di sintesi. Già tra Alto Medioevo (il più antico) e Basso Medioevo (dall’anno Mille alla scoperta dell’America nel 1492) corre un’enormità, ma non è questo il punto. Il punto è il legame ancora così tenace che unisce l’oggi a quel tempo asseritamente tenebroso, in una continuità di interessi evidenziata per l’ennesima volta dalla curiosità suscitata dall’esteso dossier (24 pagine) a cura di Franco Cardini, ospitato nel numero di gennaio della rivista Medioevo in edicola da martedì. Il lavoro è dedicato proprio a Rieti e alla Valle Santa, con un saggio dello stesso Cardini e i pregevoli contributi di Tersilio Leggio, Ileana Tozzi e Federico Fioravanti, giornalista che da cinque anni è l’inventore e patron del Festival del Medioevo di Gubbio. Il tutto grazie all’impulso della Fondazione Varrone, che ha inteso promuovere il dossier quale ulteriore approfondimento dello studio della storia cittadina e della sua diffusione su scala nazionale. La stessa Fondazione ha organizzato la presentazione nella chiesa di San Giorgio il prossimo 17 gennaio, alla presenza del professore fiorentino curatore della pubblicazione.

Il dossier di Medioevo è focalizzato in particolare su quello che viene definito il secolo d’oro di Rieti, tra il 1200 e il 1300, quando la città ospitò ben cinque papi, divenendo crocevia di santi, re e imperatori.

I dettagli li lasciamo ai lettori. Dalla storia all’attualità, ci sono invece alcune questioncelle che meritano un approfondimento, a partire proprio dal lancio di questa (eccellente) iniziativa editoriale. Lasciando da parte i giudizi superficiali sull’evo di mezzo, riesumare il tredicesimo secolo per presentarlo come l’età dell’oro di Rieti fa in effetti molto male. Perché seppure all’epoca le cose non erano pessime come la vulgata dominante le ha poi dipinte, considerarlo come il periodo più smagliante che abbiamo conosciuto lascia intendere che dopo è andata sempre peggio.

Purtroppo non si tratta di un’esagerazione da studiosi esaltati. È un fatto che il Medioevo - e quel secolo in particolare - abbia visto Rieti al centro di una scena sociale, politica e culturale estremamente vivace. In virtù certo della sua posizione di prossimità a Roma e insieme di confine in anni particolarmente tumultuosi, ma non di meno per merito di talenti umani prestati al progresso civico, nei termini che la contingenza poteva ammettere.

Dopo otto secoli ci troviamo invece ancora a piangere sulle occasioni perdute, su quello che poteva essere e non è stato, sulle opportunità sprecate e sull’insipienza nel non aver saputo crearne di nuove.

Con singolare tempismo, l’uscita in edicola della rivista ha coinciso con due iniziative che in qualche modo riprendono il deprimente filo conduttore che da quel secolo d’oro sembra scandire i passi in discesa del nostro vivere collettivo.

Martedì NOME Officina Politica ha lanciato un progetto dall’inequivocabile titolo: “Rieti incompiuta” per dare una forma e una definizione complessiva alle opere e infrastrutture sognate, programmate, finanziate e in corso di esecuzione, insieme alle tante avviate e mai portate a termine a Rieti e in provincia.

L’aspetto del piano che più colpisce è che, almeno al momento, non ha alcun intento polemico. Secondo gli ideatori non verrà messo sotto accusa nessuno (ci saranno tempi e modi per attribuire eventuali responsabilità), limitandosi ad una raccolta di dati per avere alla fine del 2020 la fotografia dello stato delle opere pubbliche sul territorio. Sarà interessante leggere i risultati, soprattutto nel confronto tra le aspettative e quanto effettivamente realizzato.

Sempre in settimana Alessandro Fusacchia, deputato reatino eletto all’estero con +Europa (dalla quale si è successivamente dissociato), ha scritto una chilometrica lettera ai Reatini per coinvolgerli nel suo personale percorso di impegno e buoni propositi in favore della Città, non solo per l’anno appena iniziato ma per l’intero decennio.

La garbata sollecitazione non sembra aver riscosso particolare attenzione, eppure fornisce spunti da non ignorare. L’impalcatura su cui si sorregge il ragionamento del parlamentare è la sostanziale presa d’atto del fallimento delle politiche degli ultimi anni, idealmente testimoniato dalla irrefrenabile emorragia di giovani. Da qui l’esortazione alla riscossa attraverso nuove forme di associazionismo in grado di ribaltare la sedimentata condizione di stallo, anche attingendo all’apporto virtuoso dei Reatini che hanno fatto fortuna lasciando la città e che vengono invitati a tornare per offrire alla comunità, se non le competenze, almeno le esperienze da proporre a modello soprattutto per le nuove generazioni.

È una impostazione rispettabile, forse percorsa da un eccessivo slancio di ottimismo in bilico tra candore visionario e difetto di consapevolezza dell’esistente, ma che al di là del merito testimonia ancora il disagio di una riflessione condotta su una realtà come la nostra tutt’altro che soddisfacente.

In sintesi, siamo tutti d’accordo che Rieti ha forse imboccato la china più bassa della sua storia ultra bimillenaria. Una sensazione stimolata soprattutto dallo stato della civitas pubblica, mai così malridotta. In passato i problemi ci sono sempre stati, ma a conservare una dignità formale ci pensava quantomeno l’aspetto esteriore, il cui decoro minimo era garantito. Un belletto, si dirà, ma che aveva almeno il pregio di trasmettere il rassicurante calore di una città curata.

Ora, invece, per dirla con un Metastasio rivisitato, dovunque il guardo giro, immenso Dio, non ti vedo più. Eccetto un paio di piazze, a far da contrappunto allo splendore lasciatoci dai predecessori regna a Rieti la desolazione delle infrastrutture urbane compromesse: asfalto saltato, sottopassi allagati, buche a gogò, illuminazione carente, verde pubblico trascurato, edifici inagibili, scuole a rischio sismico, vetrine vuote, reperti abbandonati di archeologia industriale (ne parla anche Fusacchia nella sua lettera). Il pensiero corre allora a quel Medioevo reale dei cosiddetti secoli bui, quando invece nasceva l’epopea francescana nella Valle Santa e la città si arricchiva di opere possenti e mirabili come la cinta muraria e le principali chiese (compresa la Cattedrale), tanto da dover concludere con desolato realismo che quelli sì che erano bei tempi.

Fuor di paradosso, urge un cambio di passo. Rattoppi e rammendi non reggono più.

 

12-01-2020

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